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Nella vita arriva, prima o poi, il momento in cui ti rendi conto di essere invecchiato. E non c’entrano i capelli bianchi, le rughe o le occhiaie di quello che non regge più le nottate alzato fino all’alba. Non c’entra nemmeno il mal di testa mattutino causato dalla baldanzosità con cui affronti le maratone horror notturne, quando invece alle dieci e mezza hai così sonno che crolleresti persino davanti a uno spogliarello di Faye Reagan. No, capisci di essere davvero invecchiato quando ti trovi di fronte a un film di Jackie Chan e l’unica cosa a cui pensi è: Jackie non si sta spaccando le ossa come faceva anni fa. È in quel momento, quando il tuo eroe d’infanzia ci va più cauto con gli stunt, che ti rendi conto di quanto lo specchio infame abbia ragione sul tuo conto. Sei vecchio.
Inutile perdere tempo a lagnarsi o a pensare come ribaltare l’ordine naturale delle cose, piuttosto si cerchi di trarre il meglio da ogni età che si riesce a vivere. Come fa il nostro buon Jackie, che probabilmente si è stancato di fracassarsi ogni santo film e tutela i suoi sessantadue anni con pellicole meno forsennate. Police Story – Lockdown è decisamente una di queste.

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Non credo di dovermi soffermare a spiegare chi sia Jackie Chan, ma se fra voi c’è qualcuno che ha vissuto su di un altro pianeta negli ultimi trent’anni è presto fatto: Chan è Dio. Molto semplice, vero? Classe 1954, attore, regista, artista marziale, stuntman, produttore, lui è tutto e può fare tutto. Con più di cento film alle spalle, il suo stile action-comedy inconfondibile è volato ben oltre i confini cinesi, conquistando il mondo e facendo scuola. Vi basti sapere questo: Jackie ha sempre eseguito da sé gli stunt dei suoi film, rompendosi più volte svariate ossa del corpo e ancora oggi porta una placca nel cranio a causa di un grave incidente occorso durante Armour of God. Se questo non vi basta per credere nella sua divinità tornate pure alle crisi di mezza età delle star hollywoodiane e tanti saluti.
Inventiva e follia sono sempre stati un marchio di fabbrica, ma il tempo passa per tutti e l’esuberante propensione a snobbare la propria incolumità è stata indubbiamente ridimensionata. Il nuovo capitolo di Police Story prosegue i toni seriosi del precedente, New Police Story, dimenticando del tutto i primi film che hanno aperto la saga, capolavori dello stile spettacolare a cui l’artista cinese ci ha abituati. Forse il problema, se di problema si può parlare, è proprio l’abitudine. Dopo film come Supercop, Armour of God, Project A o Terremoto nel Bronx, quello che ti aspetti da Jackie Chan è sempre un circo di invenzioni spericolate, ma ci si dimentica di aggiungere all’equazione l’età e la mole di incidenti subiti negli anni. Jackie non è Tom Cruise, che all’alba dei cinquanta si proclama tuttofare e inizia a viaggiare sugli aerei appeso fuori dal portellone, no, perché quello che tanti attori fanno oggi in tutta sicurezza, lui lo ha già fatto in passato. E il più delle volte senza cavi, materassi o altre cose in grado di salvargli la pelle. Tenendo presente tutto questo, Lockdown assume contorni differenti e si può valutare per quello che è: un dignitoso film d’azione, con una star conscia di ciò che può fare oggi. Tagliando i ponti con l’ispettore Kevin Chan Ka Kui dei primi quattro episodi, qui troviamo un nuovo personaggio, Zhong Wen, poliziotto dal passato dedito al lavoro più che alla famiglia, deciso a riallacciare i rapporti con la figlia. Verranno entrambi sequestrati e tenuti in ostaggio in un locale, dove il rapitore ha ordito un piano per vendicarsi di un torto subito.

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Niente voli da altezze siderali, schianti su vetrate o acrobazie armato di scala, JC interpreta sobriamente un uomo stanco e invecchiato, e non stento a credere che gli sia riuscito facile, dove persino nel combattimento sembra avere la peggio contro un ragazzo più giovane e forte. Niente commedia, quindi, spazio invece al melodramma con finale macchinoso, ritmato da un Ding Sheng, scrittore e regista, non proprio in stato di grazia. Se, come ho scritto poco sopra, Lockdown è un film dignitoso, è altrettanto vero che la narrazione altalenante non sempre tiene lo spettatore sul vivo, provocando dei cali di tensione che, in un simile plot, rischiano di inficiarne la qualità. Si nota inoltre la presenza cinese, in termini produttivi, oltre a quella di Hong Kong e questo porta a un palese risalto di alcuni elementi che non possono assolutamente essere trattati male o risultare in chiaroscuro. La polizia, infatti, è vista come portatrice di grandi valori, retta, inflessibile verso i criminali, pura nel suo far rispettare la legge e nel credo che ogni vita è preziosa. Fa sorridere, indubbiamente, ma è un difetto minimo su cui si può anche sorvolare.

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Police Story 2013, titolo originale, riparte quasi da zero e i suoi difetti, comunque presenti, non affossano la godibilità e quello che c’è di buono nella regia e nella sceneggiatura di Sheng. Nulla di originale, certo, e se cercate i fasti di un tempo potete tranquillamente pescare a piene mani nella filmografia dal 1978 al 2000, perché qui non troverete un capolavoro, ne spettacolarità o emozioni forti. Ma queste cose Jackie Chan le ha già create innumerevoli volte, per cui sono convinto gli si possa concedere, in una lunga filmografia, anche qualche lavoro che sia semplicemente un sufficiente prodotto d’intrattenimento.

Manuel Ash Leale

Police Story – Lockdown

Titolo originale: Ging Chat Goo Si (Police Story 2013)

Anno: 2013

Durata: 110 min

Regia: Ding Sheng

Scneggiatura: Ding Sheng, Alex Jia

Cast: Jackie Chan, Ye Liu, Tian Jing, Rongguang Yu

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