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Ho chiesto a Manuel di scrivere un pezzo su Tomas Milian, a lui e soprattutto a lui, perché Manuel Ash Leale è una delle penne che sono più orgoglioso di avere in questa landa desolata di disperati chiamata Malastrana vhs. Dico questo perché Manuel ha ancora la candidezza di un bambino, sa ancora emozionarsi davanti ad un film e considerare un attore, anche se mai conosciuto, come un amico. Purtroppo, con i miei 40 anni suonati e l’essere più puttana di una Marina Ripa Di Meana interpretata da Carol Alt, io non ne sono più capace, purtroppo. Manuel ha scritto questo sentito pezzo due mesi fa, ma io ho voluto congelarlo perché sulla morte di Milian si è scritto davvero tanto e non volevo che questo restasse un pezzo scritto per l’occasione e basta. Eccolo quindi il saluto a Tomas Milian che si merita da Malastrana vhs, il saluto ad un amico scomparso con il lutto che davvero il tempo non può cancellare. 

Andrea Lanza

Tomas Milian se né andato e io, sinceramente, non avevo intenzione di scrivere nulla in proposito. Volevo restare in silenzio, lasciar passare la doverosa marea delle esequie e salutarlo a modo mio, tra un film, una birra e una lacrima. Perché Milian è un altro pezzo di cuore che se ne va e, come Bud Spencer prima di lui, lascia un dannato vuoto. Volevo davvero restare chiuso in me stesso, ma quando mi è stato chiesto di scrivere questo editoriale è scattato qualcosa, ho mandato a quel paese la reticenza e mi sono messo a pensare. Avrete ormai capito che qui si va sul personale, quindi se volete leggere vita, morte e miracoli dell’attore cubano andate pure sul sito di un qualunque quotidiano e troverete tutto quello che cercate. Se restate accontentatevi del mio ricordo, vi assicuro che è scritto con il cuore.

Sapete però ch’è difficile mettere in mostra i propri ricordi? Un po’ per la memoria, non sempre perfetta, e un po’ per quel senso di possesso e gelosia che circonda le cose preziose. Ecco, Milian per me è prezioso, perché aldilà di gusti, film riusciti o non riusciti, personaggi e piccoli ruoli, è uno degli attori che ha permesso alla mia percezione cinematografica di maturare. Certo, ne capivo gran poco la prima volta che lo vidi, in Vamos a matar compañeros, al fianco di Franco Nero, ma quella pellicola rimase impressa, il mio battesimo del fuoco allo spaghetti western. Da quel momento ogni suo film, non li vidi mai in ordine cronologico, segnava un tassello: Tepepa, dove il Nostro fronteggiava un sadico Orson Welles, La resa dei conti, insieme a Lee Van Cleef, Non si sevizia un paperino, di Lucio Fulci e poi ancora i lavori con Martino, Lenzi, Hopper, Chabrol, Bertolucci, Antonioni, fino alla proficua collaborazione con Bruno Corbucci e alle parti minori alla corte di Spielberg, Soderbergh, Stone, Pollack.

Di un attore così che cosa si vuol dire? Che cosa si può scrivere? Il suo lavoro parla da sé e la sua filmografia è la dimostrazione di come il Cinema possa essere grande in ogni forma, da quella considerata più alta, il cosiddetto cinema “impegnato”, a quella considerata bassa, il “trash”, le commedie più becere. Milian è passato attraverso tutto questo rifiutando ogni etichetta, ogni incasellamento. I suoi personaggi, le maschere che l’hanno caratterizzato e reso famoso sono entrate nella storia del cinema italiano, tanto quanto il Fantozzi di Villaggio o Totò. E così Er Monnezza, il maresciallo Nico Giraldi, il Gobbo, non sono da meno del Gino Migliacci di Un giorno da Leoni (Nanni Loy, 1961) o del Michele Ardengo de Gli Indifferenti (Francesco Maselli, 1964). Impegnato o popolare, tutto si unisce senza differenze, senza mai fare a gara con le emozioni, in un unico grande amore: quello per il cinema. Questo e molto altro era Tomas Milian, il cubano de Roma, città che l’ha adottato e a cui lui ha dato anima, corpo e cuore. Quel cuore pulsante che questo editoriale non riuscirà pienamente a onorare, ne sono certo. Ma per quello, come scritto all’inizio, la ricetta giusta è una sola: film, birra, amici e ‘na bella padellata de cazzi vostri!

Manuel Ash Leale