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Immaginatevi un film povero, ma così povero di mezzi che cerca un’idea figa per emergere e fallisce, miseramente. Ecco questo è 400 giorni- simulazione nello spazio, una porcheria con il peggior Superman di sempre, nonché uno degli attori più cagneschi che mente umana possa ricordare, Sir Brandon Routh, il principino della mediocrità recitativa. Cioè voi potete pensare che io, per una qualsiasi ragione umana, sia portato ad odiare Brandon nostro, ma sbagliate perché, anche in cosacce brutte brutte come Dylan Dog, a lui voglio bene, perché è come la Corinna di Boris, una cagna maledetta, un dilettante stonato con la voglia di essere un soprano, una ballerina zoppa, insomma Brandon Routh se non fosse un discreto fico, amico di Brian Singer, sarebbe nessuno, come giustizia divina vorrebbe.

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400 giorni è il film indipendente che non vorresti, tu spettatore, mai vedere: velleitario negli intenti e nei risultati, una discreta rottura di coglioni che ti fa lacrimare lo scroto anche quando dovrebbe tirare le somme e non lo fa perché si crede una sotto nolenata senza mai raggiungere Christopher Nolan, figurarsi Jonathan.

400 giorni è la storia di una missione di simulazione nello spazio dove i 4 candidati astronauti sono tra i peggiori elementi papabili per una simile missione, un maniaco suicida, un pazzo, una coppia in crisi. Ad un certo punto sembra di entrare in dimensione Event horizon con gli incubi dei poveri Cristi che irrompono nel reale, il figlio morto di uno dei protagonisti che fa capolino tra i corridoi, la paranoia di un altro che sfocia nel delirio sanguinolente con urla e dolore, insomma una versione Hellraiser nello spazio che potrebbe portare il film in campi interessanti e invece si arena in un delirio senza capo né coda.

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Matt Osterman, uno che nel suo curriculum ha due corti e un lungo di fantascienza ignoto ai più, cerca in tutti i modi, grazie ai dialoghi, grazie alla storia, di creare tensione e interesse, malgrado il budget modesto, ma, poverino, non ci riesce, perché la materia è robina, insignificante e non sense, che alla fine irrita perché ha lo stesso mistero di un adolescente che per fare l’interessante ad una festa resta ai bordi della stanza, in silenzio, anche quando le luci si spengono, pace all’anima sua, e le donne se ne vanno, sfigato ma misterioso sempre.

Nessuno spiegherà mai perché i 4 astronauti siano capitati in un’apocalisse post nucleare (una pioggia di comete come dice il gestore del drugstore? Una bomba? Un’altra dimensione?) e non ha senso neppure il finale wow a sorpresa perché è tutto troppo stupidello se ci stai a pensare un po’ su.

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Gli attori non fanno molto, anzi si trovano spaesati e spauriti, ad aggirarsi in un set pauperistico che a qualche folle ricorderebbe Mario Bava o Antonio Margheriti, in una storia che vorrebbe essere 2000 maniacs ma non è neppure il seguito di Tim Sullivan, tanto mediocre è.

Dispiace perché 400 giorni è giunto in Italia, non si sa come, non si sa perché, alla faccia dei tremiladuecento film che in Italia non ci giungono mai, una cosa così mediocre da essere ripugnante e non perché sia oscenamente brutta, ma proprio perché non ha il coraggio di esserlo e così resta lì lì tra il bene e il male, ebete, imbelle, come direbbe Shannen Doherty in Generazione X, una cosa senza coglioni.

Andrea K. Lanza

 400 giorni – Simulazione spazio

Titolo originale: 400 Days

Anno: 2015

Regia: Matt Osterman

Interpreti: Brandon Routh, Dane Cook, Caity Lotz, Ben Feldman, Tom Cavanagh, Grant Bowler, Dominic Bogart, Fernanda Romero, Sally Pressman, Mark Steger

Durata: 90 min.

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