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Che Jonathan Mostow sia un onesto artigiano del cinema d’azione, senza troppi guizzi ma dalla mano sicura, capace di confezionare ottimi B movie scacciapensieri, è un dato di fatto, ma che, per sponsorizzare il suo The Hunter’s Prayers, si scriva sulla locandina “Dal visionario regista di Terminator 3” è quasi un assurdo e un po’ un insulto a chi davvero è visionario. Anche perché Terminator 3 – le macchine ribelle non è un brutto film, certo inferiore ai due Cameron, un buono spettacolo, ma senza traccia di genio, solo di un’abilissima mano che riesce a rendere interessante anche una trama già vista e rivista, tipo il tabacco sputato in Il dollaro d’onore. D’altronde, lo sanno anche i cani, girare un terzo capitolo è una maledizione peggio del primo sequel: lo hanno imparato a loro spese gente anche brava come Fred Dekker nel Robocop che vola.

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E adesso vola!

Jonathan Mostow non deve passarsela benissimo se è dal 2009, anno de Il mondo dei replicanti, che non gira più nulla per il cinema, e questo The Hunter’s Prayer si porta dietro la nefasta ombra di bessonata alla Taken senza comunque essere nato, fortunatamente, dalla mente del Besson imita Hollywood.

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Il visionario regista

Sfigato il film è sfigato comunque, a cominciare dall’attore protagonista Sam Worthington, star decaduta dopo appena tre film grossissimi come Terminator Salvation, Avatar e Lo scontro dei Titani degli scemi. Sarà per il suo viso perfettamente anonimo ma Worthington è intercambiabile con altri cento attori: ha dovuto mettere peso e avere un look freakissimo per essere notato nello sfortunato Sabotage di Ayer con Schwarzy. Qui è in travestimento da Ewan Mcgregor anni 90, quello di The eye, barba incolta, killer professionista dal cuore tenero che decide senza molta ragione logica di non uccidere la sua vittima, una petulante ragazzina di 16 anni modulata sul modello della Portman di Leon.

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Leon

Sam Worthington ce la mette tutta ed è convincente a tratti: sbraita, gesticola, piange, ride, ha una varietà di espressioni da manuale dell’attore davvero notevole soprattutto quando scopriamo che, oltre ad essere un sicario, è pure un padre col cuore straziato perché non vede la figlia e per questo si buca forte di eroina, tipo che nel film si fa ogni dieci minuti. Da qui capiamo che quello che lo lega all’insopportabile Odeya Rush è appunto il rapporto padre/genitore mai realmente vissuto con la vera figlia. Lo intuiamo perché la sceneggiatura del diabolico duo Michael Ferris (The net, The game ma anche Dead Rising endgame) e John Brancato (Catwoman), non va molto per il sottile, è superficialissima e non si ferma neanche un secondo ad analizzare i personaggi. E’ tutto un treno sulle spalle del povero Mostow che fa la cosa che gli riesce meglio: gira ottime sequenze d’azione. Questo è d’altronde The Hunter’s Prayer, un ottimo film scacciapensieri, scritto malissimo, interpretato sopra le righe e che, negli anni 80/90, sarebbe maturato come il buon vino soltanto in TV o in VHS, una roba con un Michael Dudikoff in forma o un Dolph Lundgren non ancora imbolsito.

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Rido, piango, sparo insomma sono un attore!

Non sappiamo come fosse il libro dal quale il film è tratto, For the dogs, ma la sceneggiatura del film è qualcosa di incredibilmente sciatta dove ci si immagina per esempio che un tossico di eroina si possa ripulire in due ore di astinenza senza più stare male o che una poliziotta possa prendere in custodia qualcuno e pensare di ucciderlo senza essere scoperta.

Se gli attori, come detto non spiccano più di tanto, a parte il volenteroso Sam, il film ha almeno molte sequenze girate ottimamente e piene di ritmo, a partire da un inseguimento su strada friedkiniano fino ad una sparatoria in un drugstore che parte con una tazza bucata da un cecchino e finisce con un corpo travolto da un auto.

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Non raggiungiamo sicuramente la qualità di un John Wick ma bisogna dare atto a Mostow che il suo piglio nel  gestire l’azione è più realista, meno astratto e influenzato dall’Hong Kong degli anni 90.

Certo i dialoghi fanno pietà, ma la tensione è a temperatura da febbre: se si scorda che il film non ha cuore né cervello ci si diverte e tanto. Peccato che non abbia incassato niente

Il film girato con un budget di soli 17 milioni, tra l’Inghilterra e l’Ungheria, era stato pensato per essere diretto da Philip Noyce, il discontinuo regista australiano de Il santo e di Ore 10 : calma piatta. Non sappiamo come sarebbe venuto con lui, ma alla fine vedere The Hunter’s player  come andare in trattoria: mangi tanto e bene, ma poi il giorno dopo neanche ti ricordi cosa.

Andrea K. Lanza

 

The Hunter’s Prayer

Regia: Jonathan Mostow

Scritto da:  Michael Ferris e John Brancato

Interpreti: Sam Worthington, Odeya Rush, Allen Leech, Amy Landecker, Martin Compston, Verónica Echegui

Durata: 96 min.

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