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So già che questa recensione sarà qualcosa di terribilmente suicida, soprattutto leggendo qua e là i pareri dagli occhi di brace nati dopo la visione del nuovo film di Adam Wingard. Dalle varie critiche, sembra di assistere ad un finale di un horror Universal, quelli dove il mostro di Frankenstein veniva braccato da un gruppo di infoiatissimi contadini armati di forche e bastoni. In questo caso il buon Wingard ha avuto l’ardire di trasporre in un lungometraggio, di poco più di 90 minuti, il manga/anime di culto Death note americanizzandolo, sembra, senza nessun ritegno. Uno stupro, in parole povere.

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Adam Wingard, il diavolo

Che Wingard abbia girato un nuovo Dragon ball evolution (povero James Wong), ovvero una pellicola tra le peggiori mai tratte da un fumetto, sembra strano. E’ vero che anche l’appena citato James Wong aveva esordito con uno stupefacente Final destination, ma nessuna sua opera successiva, sia il simpatico The one che il terzo seguito sfigato di Final, erano oltre la sufficienza. Quindi il disastro, se non annunciato, era comunque alle porte. Wingard invece ha messo a segno almeno tre grandi horror/thriller: l’adrenalinico A Horrible Way to Die, il divertentissimo You’re Next e il nostalgico The guest. Certo ha girato anche il reboot di Blair Witch project che è una cazzata di quelle incredibili, ma non è che la materia dalla quale attingere fosse poi Kubrick. In qualsiasi caso brutto o meno il suo Blair Witch è girato mirabilmente, d’altronde, con Mike Flanagan, Wingard è il miglior regista giovane in circolazione. Non conta che Kevin Smith si metta il cappello al contrario e canti “Hanno ucciso l’Uomo Ragno“, lui non è giovane!

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To catch a predator

Stupisce quindi leggere, facendo scroll sui vari siti, perdendomi in pseudo recensioni di Facebook, che questo Death note sia così brutto da essere insalvabile: attori penosi, regia disastrosa, non si capisce nulla dopo i primi minuti. Cazzo, mi sono detto, ecco il nuovo Franco Columbu, il mefistofelico Wingard finora ha finto di girare bene ed essere un talentaccio, invece era un cane di quelli più terribili perché capace di mimetizzarsi bene nel panorama horror; se il suo cervello gli diceva di girare così lui girava cosà, e come il Dottor Male ci ha fregato regalandoci ottimi horror che probabilmente a lui facevano schifo. Ecco quindi Death note è il gusto genuino di Wingard per la merda e lui come un maledetto coprofilo ci sta sguazzando peggio di Paperon De Paperoni in versione Babe miliardario.

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Un altro Dragonball evolution?

In un’altra realtà però, la Terra 43 della DC Comics, perché, in questo mondo, Death note è un bel film.

Non siamo davanti al capolavoro del nuovo millennio e probabilmente neanche alla migliore produzione Netflix (Seven sisters di Tommy Wirkola è su un altro pianeta), ma ad un dignitosissimo prodotto d’intrattenimento che è sbarcato sul piccolo schermo ma su un IMAX potentissimo poteva anche fare la sua porca figura, meglio dei vari horrorini da uscita estiva che James Wan ha generato.

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Non ho letto il manga, non ho visto l’anime, è perciò questa recensione è pura, senza vizi di forma da appassionato fan che si lacera le vesti se un personaggio ha cambiato etnia o il film è ambientato in America e non in Giappone, perché a me importa sega, io sono qui per parlare di Death note come di un prodotto cinematografico con i suoi se e i suoi ma, non delle seghe mentali che mi sono fatto su come l’avrei girato, su come il manga è stato rovinato, bla bla bla. Poi, siamo sinceri, non è che le precedenti trasposizioni di Death note live fossero questi gran capolavori, dai film di Shūsuke Kaneko  a quello di Hideo Nakata, ma, si sa, il fascino dell’Oriente è come un pelo di figa con davanti tutti i buoi.

Death Note

Death note ha ritmo, un ritmo indiavolato, forse proprio per la sua durata breve, e succedono tantissime cose, così tante che sembra di essere su un ottovolante da Luna Park. Si passa da cruente uccisioni alla Final destination ad inseguimenti alla William Friedkin a piedi in una Vancouver magnificamente fotografata fino alla catarsi di una magnifica e crudele storia d’amore sulle note di Feel My Love.

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Ecco che Wingard si diverte a dare la sua personale interpretazione di Death note, spostando i caratteri dei vari personaggi, arricchendoli di tic, di un’umanità che la controparte giapponese non aveva, rivelando la fallibilità di un gruppo di ragazzini che giocano a fare gli dei della morte o i grandi detective e poi cadono in un pianto disperato sbattendo i piedi a terra in cerca della mamma.

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La cosa migliore del film è però il rapporto tra Light e la sua sua ragazza Mia, una, sorta di attrazione fatale che pesca a pieni mani l’immaginario filmico di pellicole anni 80, le stesse che Wingard ama da sempre citare a piene mani, come la Bella in rosa o meglio, la sua versione pulp, ovvero Schegge di follia. Il rapporto tra i due più che di sesso è costellato di morti, di una visione di giustizia che ad un certo punto, tipo cancro, impazzisce e, come tutte e storie d’amore, si comincia a litigare. Ecco che la sequenza con Feel My Love acquista la potenza romantica di un Fight club dove un attonito Edward Norton stringe innamorato la mano di Helena Bohan Carter davanti all’Armageddon, all’apocalisse, le torri gemelle che cadono. “Mi hai incontrato in un momento difficile della mia vita”. Lacrime.

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Stilisticamente Death note è un gioiellino, girato mirabilmente, capace di emozionare grazie alla potenza visiva dell’immagini, ma paga anche una sceneggiatura a volte troppo facilona e caotica. Non ci si preoccupa per esempio che Watari (Paul Nakauchi) chiami il cellulare di Light senza che a nessuno, polizia, FBI, L, venga in mente di tracciarlo, una cosa abbastanza stupida a pensarci. In più, come nota negativa, abbiamo lui, Natt Wolf in pieno overacting, sguaiatissimo tipo checca isterica quando incontra il suo Shinigami Riuk, sempre col piede sbagliato nel ritrarre il suo personaggio, una parodia alla Adam Sandler quando doveva esserci un attore di ben altro spessore.

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Attori di spessore

Il resto del cast però non è male, a cominciare dall’ottima Margaret Qualley in un ruolo dalle molteplici sfumature fino al paranoico L di Lakeith Stanfield, divoratore compulsivo di caramelle e insonne cronico. Ottimo anche Willem Dafoe che doppia divertito il Fonzie del film, Riuk, il simpatico Shinigami che vorrei avere a casa per fare bisboccia.

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Il simpaticone

Che importa poi se il finale, comunque emozionante, resta aperto in previsione, ma può essere anche no, di un due. D’altronde stavolta sono i fan del Death note originale a marciare contro un film che ha avuto il beneplacito persino dei creatori della serie a fumetti e a non capire che, se si vuole l’aderenza perfetta da un opera letteraria, non bisogna trasporla, mai. Questo Death note è la visione di Wingard del fumetto, un’interpretazione, nè più nè meno di come Christine di Carpenter lo era di Stephen King. Non sono brutti film, sono mondi inconciliabili, per fortuna.

Andrea K. Lanza

Death note: Il quaderno della morte

Titolo originale: Death note

 Anno: 2017

Regia: Adam Wingard

Interpreti: Nat Wolff, Lakeith Stanfield, Margaret Qualley, Willem Dafoe (voce di Ryuk), Jason Liles (Ryuk), Shea Whigham, Paul Nakauchi

Durata: 97 min. (disponibile su Netflix)

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