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C’è stato un periodo non molto lontano in cui uscivano alla velocità della luce, al cinema mica solo in vhs, tantissimi film tratti da Stephen King, dove la parola d’ordine era quantità più che qualità. Si arrivavano a saccheggiare non solo i romanzi, ben prima che arrivasse l’apocalisse delle miniserie tv del Re, ma anche i racconti della mitica raccolta A volte ritornano. Il primo, vado a memoria, mi sembra che fosse l’efficace Grano rosso sangue del 1984 di Fritz Kiersch che generò tipo ottocento milioni di sequel tutti uguali e quasi tutti terribili, compreso un inutile remake. Prima ancora, ad essere sinceri, c’era una raccolta di cortometraggi, da noi uscita (male) solo in vhs, dal titolo 4 storie per non dormire con, tra l’altro, manco farlo apposta, una trasposizione poverissima di I figli del grano, lo stesso che ispirò appunto Grano rosso sangue. Beh comunque questo per dire che il nome di Stephen King era così importante, negli anni 80, da vendere qualsiasi cosa, basta ci fosse appiccicato in copertina il suo nome.

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Il racconto originale de “La creatura del cimitero”, 1974

A volte però ai vari registi riusciva bene l’operazione allunga brodo dei vari racconti come nel caso di A volte ritornano di Tom McLoughlin, di The mist di Frank Darabont o, perchè no, di Brivido dello stesso King, ma a volte, il più delle volte, uscivano cose che, se non brutte, non c’entravano nulla con King come Il Tagliaerbe di Brett Leonard (e il suo seguito nel cyberspazio) o The mangler di Tobe Hooper e le sue declinazioni future tra teen movie e torture porn. 

La creatura del cimitero è uno dei parti cinematografici peggio ricordati dai fan dello scrittore, tratto da un raccontino presente (ancora!) nella raccolta A volte ritornano, Secondo turno di notte.

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Inutile dire che del racconto ispiratore,  il regista Ralph S. Singleton ha mantenuto soltanto l’idea di fondo ovvero un gruppo di operai, chiamati per pulire le cantine di uno stabilimento tessile, alle prese con dei topi molto particolari, soprattutto un ratto gigante. Per arrivare a questo, all’incontro con il rattone assassino, purtroppo dobbiamo prima subire una lunga parte introduttiva che ci presenta i vari personaggi, nessuno davvero interessante. Certo anche la seconda parte non è proprio questa meraviglia, visto che l’idea kinghiana di una razza di topi mutata geneticamente, capace anche di volare, viene semplicizzata in un pipistrellaccio gigante dalla coda di panteganona, una cosa che non ci credi finché non la vedi. Però il ritmo è veloce, il sangue scorre copioso e ci si fanno tante risate, più di un film comico, soprattutto quando per uccidere il mostrone il nostro eroe gli lancia, con una fionda da Pierino, una Pepsi cola alla faccia della pubblicità occulta!

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Il film è invecchiato meglio di come si presentava all’epoca, sarà merito dei brutti film tratti da King che sono seguiti dopo, da I sonnambuli di Mick Garris a tutte le brutte serie tv con a capo il principino delle merde su piccolo schermo, i Tommyknockers – Le creature del buio di John Power. Fatto sta che La creatura del cimitero, anno 1990, a vederlo ora, 2017, è un bello spettacolo da drive in, onesto, dignitoso, ignorante e terribilmente divertente anche nei difetti. Degli attori se ne salvano due, il luciferino Stephen Macht nei panni del cattivissimo Warwick e il grande Brad Dourif (chi non ricorda Qualcuno volò sul nido del cuculo?) in quelli dello sterminatore di topi. Oddio ad essere buoni, verso il finale, anche il futuro Wishmaster Andrew Divoff abbandona una recitazione monocorde per cercare di dare un barlume di umanità al suo personaggio, ma è troppo tardi purtroppo. Il resto del cast è qualcosa di scandaloso, facce granitiche, brutte ragazze che fingono di essere strafighe, zero feeling tra di loro e soprattutto zero empatia col pubblico, un disastro totale che almeno il doppiaggio italiano stavolta salva parzialmente.

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Non fighe

La parte del leone comunque è solo di Dourif, la voce di Chucky la bambola assassina, che entra in scena cinque minuti, sciorina uno di quei dialoghi che avrebbe fatto la sua porca figura in un film di Chuck Norris, a base di topi vietcong infilati a forza in ferite umane e serviti “Au nature… senza maionese”. Chapeau!  

Stephen Match invece non ha grandi dialoghi ma è cattivissimo, così cattivo che fa cose stupide da fumetto di serie Z, tipo licenziare a random l’amante solo per farla uccidere, mandare a morire il povero Dourif senza un perché e vestirsi da Rambo dei poveri nelle fogne ammazzando tutti pur di salvarsi la vita (senza peraltro riuscirci).

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Un ruolo sobrio

La creatura del cimitero però, come detto,  resta un horror divertente anche per queste stronzate, non è un bel film assolutamente ma è piacevole, un buon B movie come quelli che uscivano in vhs a flotte e che guardavi, 5000 lire a noleggio, con altri trecentomila titoli che ti forgiavano nel tuo percorso cinefilo peggio che una notte con i guardiani della notte di John Snow. 

Ralph S. Singleton che ha nel suo curriculum vitae una grandiosa carriera come secondo assistente alla regia di grandi film come Taxi driver, Il giustiziere della notte, Quinto potere, I tre giorni del condor, ha tentato, fallendo, di girare per conto proprio questo unico horror. Non esiste un momento in La creatura del cimitero che ricordi il buon cinema, non un guizzo, un movimento di camera, un banale tecnicismo che faccia alzare la testa del regista dalle fogne dei suoi topi per dire “Avete visto che sono bravo?”.

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Ratti vietcong senza maionese

La creatura del cimitero costò ben 10 milioni dell’epoca, fu prodotta e distribuita dalla Columbia, ma sembra un film molto più povero, scurissimo e con effetti speciali risibili. Il pipistrellone viene inquadrato per di più nei dettagli, con prevalenza per la testa gigante, ma rivela la sua natura raffazzona fin dalla sua prima apparizione.

E’ un film che non fa mai paura eppure, grazie alla sua ambientazione sudicia e fetida, ti lascia addosso lo schifo come se, anche tu spettatore, fossi in mezzo a quello scantinato insieme a cadaveri e topi.

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Usare una Pepsi come arma negli anni 80 non era pubblicità occulta

La sceneggiatura di John Esposito (Talos l’ombra del faraone) ha qualche finezza come chiamare lo stabilimento tessile (uno vero e abbandonato nel Maine) con  il nome di “Bachman” in omaggio allo pseudonimo usato da King per i suoi libri più pulp, Richard Bachman.

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Non ce la sentiamo di disprezzare questo film, anzi ne consigliamo la visione in una notte spensierata, magari proprio in una maratona di Halloween con birra, pizza e amici. In questa dimensione così ignorante è un film che può stupire, divertire e piacere, il cosiddetto guilty pleasure che si nasconde dai club dei cinefili ma che ha un posto fisso nel nostro cuoricino di eterni amanti dell’horror e “di ciò che in esso vi  è di inesplorabile”.

Andrea Lanza

NB Nel 2013 il nostro Davide Viganò ha recensito questo film, ma, dopo una visione notturna, ho sentito il bisogno di un nuovo articolo che rendesse giustizia ad un titolo così sgarruppato ma divertente . La recensione precedente, sempre validissima ma discordante da questa, la trovate qui

NB2 Nello scrivere questa recensione erano così tante le scene folli che ho voluto concentrarmi sulle marachelle di Brad Dourif e Stephen Match ma dai commenti di questo articolo il prode Lucius Etruscus, il menestrello del cinema dimenticato e dei libri gagliardi perduti, ci ricorda una scena a base di topi e Beach boy che meritava di essere raccontata in modo speciale. Ecco quindi in calce uno stralcio di una recensione datata 2009 del nostro Lucius:

Nel complesso, la sceneggiatura risulta troppo slabbrata, con una esagerata quantità di tempi morti e di scene lunghe che non si trasformano mai in suspense. Si lascia troppo spazio a personaggi in realtà privi di storia mentre si soprassiede su una spiegazione soddisfacente dell’esistenza di un mostro in cantina. Ad onor del vero, però, va testimoniato come neanche King spieghi come in soli dodici anni possa nascere una nuova razza di ratti né quale legame possano mai avere con i pipistrelli, se non quello del luogo comune. Non mancano comunque scene di divertito humor nero, come quella dei topi che, per sfuggire ai violenti getti d’acqua della squadra di lavoranti, si lanciano su “scialuppe” formate da pezzi di legno e sembrano fare surf mentre scorrono le note di “Surfin’ Safari” dei Beach Boys. Il tutto però è annacquato dalle lungaggini di una sceneggiatura incerta, non supportata da una regia esperta.“.

La creatura del cimitero

Titolo originale: Stephen King’s Graveyard Shift

Anno: 1990

Regia: Ralph Singleton

Interpreti: David Andrews, Kelly Wolf, Stephen Macht, Brad Dourif

Durata: 90 min.

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