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Chissà cosa saltò in testa a Gillian Richardson, produttore de La mosca 2, nel pensare che The Vagrant, da noi Il Cannibale metropolitano, potesse essere un successo? Certo che, nel disastro di un film costato quasi 10 milioni di dollari e che ne portò a casa più o meno la metà, si imbarcarono pure Mel Brooks come produttore esecutivo, nel secondo e ultimo horror dove figura il suo nome, e Randy Auerbach, già tuttofare per David Lynch e appunto Brooks, come coproduttore.
Cerchiamo di togliere ogni dubbio: The Vagrant non è un brutto film, è solo un film sbagliato, indeciso sulla via da intraprendere e sempre percorso da questo black humor grottesco che, 9 volte su 10, sembra fuori luogo.

Mel Brooks

Saranno stati i tempi sbagliati o l’idea che, dal nome di Mel Brooks e Chris Walas, dopo i due La mosca, sarebbe germogliato un altro horror simile, violento e teso, cronenberghiano anche senza David Cronenberg come già il discontinuo The Fly 2, ma la delusione, all’uscita, fu piuttosto devastante.
Il modello al quale Richard Jefferies, lo sceneggiatore, si ispirava era senza dubbio alto: Polanski e il suo L’inquilino del terzo piano, e quindi Kafka, a cominciare dal nome del protagonista della pellicola, Graham Krakowski, polacco di origine. A Polanski/Kafka quindi si rifà tutto l’impianto a metà tra realtà e fantasia, tra le paranoie di un immigrato snaturalizzato nell’America degli yuppies e una paura per il diverso, in questo caso un barbone, che viene ingigantito nelle proporzioni sub umane di un mostro cannibale.

In questo The vagrant è un film politico perché affronta, non senza punte di genialità narrativa, la fallacia di un sistema capace di rendere vero il sogno americano di ogni cittadino, la carriera, la villetta a schiera, la fidanzata perfetta, per poi ributtarti giù, tra topi e immondizia, al primo cedimento. Politico perché mette al centro un divario soprattutto di classi, quella manageriale e quella dei poveri, degli homeless, ampliando ogni singolo tic del protagonista, ogni sua paranoia per creare un cattivo, lo sfortunato senzatetto, che probabilmente esiste solo nella testa del nostro Graham Krakowski. La paura di perdere tutto, di non essere all’altezza per le scadenze lavorative, di non meritarsi una fidanzata “all american girl” porta proprio a quello, essere tacciato di essere diverso e non omologato a quel sistema chioccia che ci sfama, ci culla e ci divora pezzo dopo pezzo. Graham Krakowski nel trovare il nemico in una paura innata diventa quella paura e arriva a perdere tutto, a vivere lui stesso come il barbone sanguinario del bidone affianco.

Peccato che Richard Jefferies non porti fino alla fine questi suoi intenti politici, questo suo creare l’horror urbano che vagheggiava eoni fa George A. Romero, e ha bisogno di una soluzione più terrena, meno nevrotica, dove si rimette in riga il classico schema di eroe buono/antagonista cattivo, anzi povero, brutto e cattivo. Non sono chiari alcuni passaggi di sceneggiatura, soprattutto quando verso il finale si parla di un’esperimento e si rivela l’identità del barbone, una vigliaccheria che cerca di salvare capre e cavoli, di far piacere un piatto agrodolce ad un pubblico di bovari mangiatori di bistecche.
The Vagrant poteva essere un film avanti col tempo, un flop che ci parla dal passato anche a noi italiani del 2017, soprattutto in questo periodo di negri mangiabambini, di extracomunitari stupratori perché i bianchi sono tutti buoni, cacca al diavolo fiori a Gesù, la lega ce l’ha duro, tutti a casa merde di colore. Un periodo dove gli idioti di Facebook hanno preso la parola e quindi tutti critici, tutti opinionisti, tutti con l’idea che a qualcuno freghi un cazzo di quello che pensiamo, ma, zio, sei soltanto l’evoluzione di una scimmia con l’aggravante che le scimmie non parlano e non ti giudicano dalla pelle, guardano solo “il mondo con occhio lineare come un animale che non sa cos’è il dolore”.

Certo Richard Jefferies non è di certo David Mamet, e la sua filmografia parla chiaro tra un terribile Oscure presenze a Cold Creek di Mike Figgins e una regia tra il mediocre e il pessimo, Living hell con la bellissima Erica Leerhsen. Non lo aiuta poi Chris Walas, ottimo effettista speciale, ma altalenante regista che, dopo quest’esperienza, tornò al sangue e al lattice. D’altronde La mosca 2 era già lì per dimostrare l’incapacità di Walas con la macchina da presa, un esordio sfortunato è vero perché figlio di un capolavoro girato da uno dei migliori registi in circolazione, ma fare di peggio era impossibile.
Qui si vede che è volenteroso ma la sua regia non è mai memorabile, è un compitino grazioso ma senza voli pindarici che avrebbe meritato la mano di David Cronenberg e della sua filosofia della carne. In quel caso il grottesco e lo splatter profuso avrebbero trovato un’armonia che qui purtroppo non ha vita.
Gli attori poi, tutti molti bravi, a partire da un giovane Bill Paxton ad un sempre ottimo Michael Ironside, tendono ad andare sempre in overacting per via di una direzione artistica che cerca in tutti i modi di puntare la carta del tragicomico generando imbarazzo e confusione nel povero spettatore, seduto al cinema a volersi vedere un horror sui cannibali.
In Italia The Vagrant uscì abbastanza rapidamente in vhs per la Fox e sparì presto, ma, per fortuna, il doppiaggio non era dei più pedestri.
Dispiace perchè poteva essere un buonissimo film, sicuramente originale, ma a causa di una regia acerba e di una sceneggiatura spaventata della direzione da prendere, è un quasi horror sbilanciato e senza ragione di essere.
Per fortuna però gli effetti speciali sono strafighi e la partitura di Christopher Young è davvero ottima, ma è poco per consigliarlo.

Andrea Lanza

Il cannibale metropolitano

Titolo originale: The vagrant

Anno: 1992

Regia: Chris Walas

Interpreti: Bill Paxton, Michael Ironside, Marshall Bell, Mitzi Kapture, Colleen Camp, Patrika Darbo, Marc McClure, Stuart Pankin, Teddy Wilson, Derek Mark Lochran, Mildred Brion, Brett Marston, Ken Love, Katherine Gosney, Steve Gates

Durata: 90 min.