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Leggenda vuole che l’idea iniziale di Robocop arrivò per caso: Edward Neumeier, uno dei due sceneggiatori del film, passando davanti ad una locandina di Blade Runner chiese ad un amico informazioni sulla trama e quello rispose: “Si tratta di un poliziotto che da’ la caccia a delle macchine“. Da lì il passo fu breve nel rielaborare quell’informazione in un unico concetto: un poliziotto robot.

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Vivo o morto tu verrai con me

La genesi di Robocop

La sceneggiatura di Edward Neumeier e Michael Miner comunque non ebbe vita facile: fu rifiutata all’unanimità da ogni regista che la lesse, compreso lo stesso Verhoeven che poi la girò.

Altro caso del destino: la moglie di Verhoeven prese in mano quello script cestinato e lo trovò meraviglioso, un buon biglietto da visita per Hollywood dopo le prove generali del marito con  L’amore e il sangue. Ecco  che, grazie ad una grande donna, un grande uomo girò uno dei suoi capolavori: Robocop.

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…poi arrivò l’olandese ad Hollywood

Per creare il nostro cyborg il duo Neumeier/Miner prese ad ispirazione diversi modelli, soprattutto del mondo dei fumetti.

In primis abbiamo Judge Dredd, creato nel 1977 da John Wagner (testi) e Carlos Ezquerra (disegni): non un robot ma un super poliziotto corazzato dalle maniere ferree e violente col potere di arrestare, giudicare e persino giustiziare i criminali sul posto.

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La legge, quella giusta

Poi Rom, un fumetto Marvel, creato da Bill Mantlo (The Incredible Hulk, Spectacular Spider-Man, Cloak and Dagger e Alpha Flight) e disegnato da Sal Buscema: un alieno al quale hanno esportato il corpo e inserito il cervello all’interno di un esoscheletro metallico pieno di terminazioni nervose. La cosa strana è che Rom nasce prima come action figures della Parker Brothers di Monopoli (con scarse vendite) e in seguito come fumetto per la Marvel (ben 75 numeri inseriti nella continuity de L’uomo Ragno e soci).

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Se disegna John Byrne, tutto è comunque splendido

A questi aggiungiamo pure il manga 8 Man di Haruyuki Kawajima del 1963 dove, anche qui, un poliziotto muore mentre cerca di sventare una rapina e viene resuscitato come cyborg.

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A queste idee di sceneggiatura poi ce ne sono tantissime altre, nate e abortite, durante la preparazione del film.

Sembra che a Verhoeven piacesse il personaggio di Space Sheriff Gavan, un serial live giapponese sul modello di I-Zenborg o Megaloman, dove un eroe gigante combatteva contro diversi mostri arrivati a minacciare la terra. Qui è palese il design simile dei due eroi: dal casco all’armatura argentea.

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La genesi di Robocop fu travagliata, come testimonia l’effettista Rob Bottin:

Quando Verhoeven ha iniziato il progetto ha richiesto numerose modifiche al design, aggiunte alla tuta che facevano assomigliare il nostro poliziotto più a un macchinario che ad un uomo. Non ho mai fatto così tanti disegni concettuali per un regista in tutta la mia vita – cambiandoli e cambiandoli e cambiandoli!“.

Non deve stupire quindi che tra i due non scorresse buon sangue e che ci fosse una certa tensione culminata con la promessa, meno male non mantenuta, di non lavorare mai più insieme.

A questo aggiungiamo che la figura di Robocop era ispirata per Verhoeven a quella del Cristo, un elemento sempre presente nella filmografia del regista olandese soprattutto nel suo capolavoro Il quarto uomo.

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Cristo…

Prima di prendere Peter Weller come protagonista furono vagliati sia Arnold Schwarzenegger, giudicato troppo massiccio, che Michael Ironside, ma alla fine fu preferito l’emaciato Peter Weller, non senza problemi.

Sembra che ad un certo punto Weller, che si lamentava della tuta da robocyborg, fastidiosa e caldissima, fosse sul punto di essere licenziato per dare la parte al meno lamentoso Lance Heriksen. Alla fine però fu inserito nel costume dell’attore un impianto di areazione mettendolo a tacere.

Il problema però era che effettivamente il costume limitava i movimenti e , nell’idea originale, Robocop doveva muoversi velocissimo, cosa che non è mai accaduta. Moni Yakim, che insegnava a Weller come si muove un androide, gli fece studiare allora i movimenti di Nikolai Cherkasov nel film “Ivan il terribile” adatti alla nuova concezione di robot poco agile.

Robocop (1987)

Il futuro della legge

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Per lanciare Robocop la casa di distribuzione Orion usò per il trailer la musica di Terminator di James Cameron, un film oltretutto amatissimo da Verhoeven. Questo creò una certa confusione nel pubblico che arrivò a credere, sembra, che si trattasse di un seguito dello scifi con Schwarzenegger.

La colonna sonora di Basil Poledouris è di quelle però che quando le ascolti ti restano dentro al pari dello score di Indiana Jones di John Williams. La musica del film di Verhoeven fa la parte del leone della sua figaccionaggine, soprattutto se la spari a tutto volume quando sei bambino e ripeti, facendo roteare le tue pistole comprate al mercato, “Vivo o morto tu verrai con me”.

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Robocop è uno di quei film che non è invecchiato di un solo anno: perfetto nel 1987, perfetto ora nel 2017 in pieno trentennale, un giovanotto che si comporta da blockbuster appena uscito. Un film perfetto e unico, senza bisogno di aggiunte che non sembrassero inutili o ridondanti. Per questo forse la magia non si è ripetuta in nessuna sua incarnazione futura nè nei due seguiti ufficiali non nelle derive televisive, figlie di quegli anni, gli 80 o i 90.

A fare la differenza è senza dubbio la regia di Paul Verhoeven che, alle prese con uno scifi dalla grossa presa popolare, non si lascia intimidire e calca la mano se non sul sesso ,come nei suoi film precedenti e futuri, sul sangue, le lacrime e la violenza.

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E’ difficile assistere ad una produzione non indipendente che mostra il martirio del suo eroe a base di arti amputati e prosegue con corpi che si squagliano come nel B movie The Incredible Melting Man del 1977 (effetti di Rick Baker), città distrutte da droghe, violenze e prostituzioni, un orgia di satira cinica sotto la facciata da clown di fantascienza accomodante.

Verhoeven ripeterà lo stesso esperimento in Starship troopers, altra opera tacciata di fascismo, ma altrettanto potente e complessa.

Il cast è perfetto, composto da caratteristi e attori che sembrano nati per quella parte. Anche questo merito di un Paul Verhoeven perfezionista, tanto che sembra che non risparmiò neppure la bella Nancy Allen facendole tagliare i capelli da maschietto e rendendola assessuata. D’altronde Robocop è roba da uomini e le donne hanno un posto marginale in un sistema mosso da grandi squali in giacca e cravatta che non impallidiscono davanti alla morte tragica di un collega (“E’ destino”), un mondo tragico dove l’unica figura utopicamente umana è un uomo che di umano ha solo la faccia.

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Forse è per questo che Robocop piaceva a noi che, all’epoca, eravamo bambini e non ci sarebbe comunque piaciuto nell’incarnazione da scemi del numero tre. Piaceva perché era una storia lineare di vendetta e riscatto, perché a tutti noi è capitato di sentirci inappropriati col nostro corpo, soprattutto in adolescenza, di essere considerati diversi eppure con l’idea di essere speciali. Ecco che l’idea fantastica alla base del film non è che c’è un robot umano che può salvarci il culo nei momenti più difficili, no, l’idea figa, al pari del modello di  Space Sheriff Gavan, è che tutti possiamo essere Robocop!

Quello che rende grande un film sono i dettagli, i suoi personaggi che vivono e respirano anche quando usciamo dal cinema perché resi così veri dai suoi protagonisti. Sfido chi abbia amato Robocop a non detestare il viscido Miguel Ferrer che risponde al suo staff della OCP “Togliete via l’altro braccio” , anche quando loro contenti gli fanno notare che un arto di Murphy/Robocop si è salvato, o Kurtwood Smith che prima di ammazzare il nostro eroe, canticchia il Nenenenè de Lo Squalo tra le risate della sua banda di scagnozzi.

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Robocop è forse un film di vendetta, al pari de Il giustiziere della notte di Winner, solo che la vendetta stavolta è anomala, la vita strappata è la nostra, ma di conseguenza anche del figlio che non abbracceremo più, della moglie che non ameremo più, di una vita normale a base di sesso, birra e tv condensata in un frullato di sbobba che ci nutre, il surrogato di una vita che ci è stata negata.

Con Robocop siamo davanti ad un capolavoro, poi sfortunatamente si pensò al seguito.

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“Lui è tornato per proteggere gli innocenti”

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Verhoeven lavorava con Ed Neumeier e Micheal Minern al seguito di Robocop. In questa storia, chiamata “Corporate Wars”, il nostro poliziotto cyborg veniva ucciso per poi resuscitare molti anni dopo in una realtà ancora più scura e densa di violenza . La Orion Pictures non considerò però la storia buona, licenziò i due autori e prese invece sotto le sue ali Frank Miller, uno dei più promettenti autori di fumetti in circolazione. Paul Verhoeven però non era più della partita, arruolato sulle file di Marte e del suo Total Recall, totalmente disinnamorato del progetto Robocop 2.

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Filtro blu

Recentemente il regista ha dichiarato:

Dopo il primo film, lo studio voleva immediatamente un sequel, e gli sceneggiatori, il produttore e io avevamo bisogno di più tempo per trovare qualcosa di innovativo invece di incassare soltanto. Ma lo studio era così impaziente, hanno licenziato gli sceneggiatori e così ho deciso di abbandonare il progetto. Procedettero comunque, e i risultati non furono al livello del primo Robocop. Le idee che avevamo per il seguito erano molto superiori a ciò che è stato fatto da Frank Miller e Irvin Kershner“.

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C’è da dire che l’idea del Robocop 2 originale non venne del tutto abbandonata dai due sceneggiatori che riciclarono molte cose dentro il pilot, il miglior episodio, della serie tv su Robocop del 1993 che, annacquato e senza un Verhoeven alla regia, è un pallido fantasma di quello che sarebbe stato il vero sequel della pellicola. Sembra però che alcune cose come un computer senziente con lo spirito di una donna nascevano proprio dal loro progetto rifiutato.

Neanche Frank Miller però avrà vita facile visto che il suo script, considerato “infilmabile” perché troppo lungo, verrà talmente rielaborato da diventare un aborto irriconoscibile al suo autore. Uno smacco per il creatore di fumetti capolavori come Batman anno uno o Elektra vive ancora, deluso dal cinema eppure col sogno di poter girare prima o poi un film.

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Frank Miller, un genio non molto fotogenico

Ormai sappiamo che Miller quel sogno lo concretizzò nel pasticcio post Sin city di The spirit, un film dai tanti bassi e pochi alti, un peccato imperdonabile e una tomba definitiva della sua carriera cinematografica.

Allora però Frank era un giovane dalle belle speranze con il futuro ancora roseo davanti a lui: scrisse una storia lunghissima che rendeva Robocop un eroe scuro e tormentato non dissimile dal suo Batman. Quello script, o meglio la sua condensazione, lo si può leggere in versione a fumetti che alla fine non era né meglio né peggio di quella uscita in sala e che potete trovare qui in una recensione di un blog amico. D’altronde come scrive Lucius Etruscus “Essere un genio dei fumetti non vuol dire automaticamente esserlo del cinema“. Parole sante, man.

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Almeno all’inizio però Miller deve averci creduto nel progetto perché chi faceva parte della troupe ricorda la sua presenza, perenne, sul set , anche quando non serviva. Tra l’altro Miller recita anche nel film: interpreta il chimico che “cucina” la temibile droga Nuke!

Questa volta arruolato come regista è Irvin Kershner, l’autore di uno dei Guerre stellari più amato dai fan, L’impero colpisce ancora, quello di “Si sono io tuo padre, Luke” e via la mano, e del Bond non Bond, Mai dire mai, bellissimo comunque.

C’è da dire che Kershner non ha l’autorialità di un Verhoeven e il suo Robocop 2 è un compitino divertente, ma che risente del tempo.

Con questo non mi voglio schierare dalla parte di chi disprezza il secondo capitolo della saga, che sono davvero tanti, inspiegabilmente, come il collega Cassidy al quale voglio comunque bene. Robocop 2 è un buon seguito di cassetta come  tanti se ne facevano negli anni 80, i vari La mosca 2, Ammazzavampiri 2, Voglia di vincere 2, discreti prodotti girati con grinta che diventano brutti nella memoria solo perché esiste un numero uno d’eccellenza.

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Gadget

In Robocop 2 c’è violenza, tanta e per fortuna, scorrettezze varie come la faccia di un poliziotto corrotto che viene grattugiata contro lo schermo di un videogioco da bar o lo stesso che viene vivisezionato con sangue e urla in gran quantità, ma ci sono anche personaggi come la Lewis di Nancy Allen che sono messi lì a cazzo di cane, soltanto perché sono personaggi basilari della serie.

Si tende a fare il contrario del film di Verhoeven ovvero provare a disumanizzare Robocop, quindi spogliarlo di tutti gli affetti che gli erano rimasti dal precedente film, la moglie, il figlio, per autoconvincerlo di essere soltanto una macchina così da buttare sul mercato un nuovo Robocop più  potente e perfetto nella lotta alla criminalità: un assassino psicopatico nel corpo di un robot! Vige la regola sacrosanta di Demolition man con Sly: per beccare un pazzo ci vuole un altro pazzo. Anche se forse la OCP ha esagerato stavolta! Eh si perché nel tentativo di rimbalzare Murphy e metterlo in pensione sceglie un drogato con l’ossessione di essere la reincarnazione di Gesù come nuovo poliziotto androide!

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Da una parte abbiamo quindi il nostro Robocop con crisi d’identità che, ad un certo punto punto, verrà pure riprogrammato per sembrare un perfetto coglione e dall’altra abbiamo un robot tossico che, mai una volta, nel film, fa finta di essere un buon poliziotto. Ci chiediamo poi come mai, dopo il finale della scorsa pellicola che presupponeva la libertà di Murphy dalla OCP, lo ritroviamo ancora in balia dei soliti coglioni burocrati che sbraitano “E’ una macchina! E’ di nostra proprietà!“.

Lo sceneggiatore Walon Green, lo stesso de Il mucchio selvaggio, fa quello che può per aggiustare una sceneggiatura di Frank Miller che doveva essere tutto forchè perfetta, ma naturalmente fallisce miseramente anche perché se Robocop 2 ha questa brutta fama è colpa soprattutto del suo script.

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Piccolo stronzetto

Il film ha una passione morbosa per i bambini cattivi: sono onnipresenti, che siano boyscouts che pestano un negoziante, o normali monellacci che giocano con un idrante e insultano Robocop in versione Papaboy scrivendogli sul casco “Kik me”. La presenza poi di un nemico bambino mette in crisi il nostro eroe che ha, tra le direttive massime, la regola “Proteggi gli innocenti“. Ed è così che il bambino gli spara prima sul casco e poi, con la complicità della sua banda, lo fa letteralmente a pezzi. “Prova nelle giunture” ed ecco un Robocop boccheggiante e senza arti in una delle scene più raccapriccianti della pellicola.

Il problema è che tutti i personaggi sono caricatissimi, gli attori recitano sopra le righe, la regola del numero 2 nei film viene rispettata: più di tutto. Quindi più violenza, più scorrettezze, più scene d’azione, più momenti wow in una corsa all’accesso che crea spesso solo sbadigli.

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Vivo o morto tu verrai con me

Il personaggio di Cain (il grandissimo Tom Noonan), cattivo che vive in una fabbrica dove è custodito il corpo scheletrico di Elvis, un super villain che sparge nel mondo una droga stracazzutissima che ti fa fare le peggio cose e che, da robot, è ancora più figlio di puttana arrivando ad uccidere amici e amanti con il peggio ghigno da Commodore 64 sul suo schermo virtuale.

Non convince l’arrivista della OCP donna, una specie di replica più antipatica del Miguel Ferrer del film precedente, ma in generale i personaggi, come già detto, sono tagliati con l’accetta, bidimensionali e senza empatia, a cominciare da Robocop stesso.

I momenti patetici poi fanno capolino, come la morte del bambino capo gang, e si registra un certo desiderio di dare a Robocop più gadget, come la moto, forse per vendere meglio gli stessi giocattoli che lo narcotizzeranno nelle sue incarnazioni successive.

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In più si sente la mancanza della colonna sonora di Basil Poledouris, soppiantato da uno score più anonimo di Leonard Rosenman.

La tuta di Robocop tende al blu, ma in linea massima gli effetti di Rob Bottin tengono ancora il passo con il tempo anche quando si tratta dello scontro tra i due titani robotici a passo uno.

Certo che Robocop 2 è un B movie dal budget alto che sa divertire, basta prenderlo per un divertimento un po’ scemo e ignorante, un film che trasuda anni 80 nel look dei suoi cattivi, nella musica che si ascolta in sottofondo e che appassiona né più né meno di un action con Brian Bosworth. Ecco che preso così, in Cannon mode, può piacere.

Certo è che questo sequel, nel confronto con il primo Verhoeven, ne esce con le ossa rotte, ma andrà peggio perché da lì a qualche anno uscirà Robocop 3.

Intermezzo pubblicitario: Robocop (1987) – la serie animata

Tra Robocop 1 e Robocop 2 c’è pure una serie animata, male, come tante altre che nascevano a mò di costole di film o serie tv famose. Successe con Star trek che alla fine la ricordo con nostalgia ma anche con Scuola di polizia, Mork e Mindy e un cane a sei zampe frocissimo, Rambo e via di nefandezze.

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La serie animata di Robocop però è il seme che degenerò in Robocop 3 perché qualche capoccione della Hasbro o Mattel si accorse che Robocop vendeva come giocattolo e soprattutto piaceva tantissimo ai bambini. Il problema però era di castrarlo perché è come se la Giochi Preziosi si accorgesse che la nostra Selen è popolare tra le bambine e decidesse di lanciare una linea di giocattoli ma anche una serie animata dove la nostra Luce Caponegro non fa più pompini a novanta per la felicità dei maschietti ma è una sagace detective!

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Detective

Così si decise di affidare alla Marvel i cartoni del nostro poliziotto androide con il risultato sconfortante di un franchising nato nell’eccesso che diventa, sul piccolo schermo, buonista, fa la morale e genera un mostro antipatico a tutti, grandi e piccini.

Da noi questa serie arrivò nelle scrause vhs della Stardust con un doppiaggio pessimo e una canzone tormentone, ma non per intero, solo 8 episodi su 12.

Il Robocop a cartone non uccide più nessuno, arresta i cattivi, lotta contro i mostroni creati da scienziati pazzi e ne sa una più di Bertoldo.

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Comunque il mondo dell’animazione non era ancora soddisfatto perché più di 10 anni dopo, nel 1998, uscì, solo in America, RoboCop: Alpha Commando, stesso team, 40 episodi stavolta, ma pieno di svarioni, a cominciare dall’età del figlio di Murphy che resta sempre la stessa (10 anni), anche dopo molto tempo. La serie poi tende ad abusare di gadget per aiutare le imprese del nostro poliziotto robotico come pattini, paracaduti e persino un super cane androide!!! A differenza di tutte le altre incarnazioni di Robocop, il nostro ha sempre il casco e non lo toglie mai.

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Questa volta vola!

Per i primi venti minuti Robocop 3 non sembra malaccio. L’idea di un gruppo di militari, al soldo della solita OCP, che promette di dare alloggi ai più sfortunati per poi ammazzarli, ricorda quella del gagliardissimo Fuga dal bronx di Enzo G. Castellari. Anche qui esplosioni, case che cadono e un gruppo di sfigatissimi, tra i quali una bambina e la futura Claudette di The Shield, CCH Pounder, che cercano di resistere ai cattivoni e si ritrovano a fronteggiare persino il temibilissimo ED-209.

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Però ecco che la bambina si rivela essere una hacker e da quel momento hackera tutto risolvendo ogni problema: se l’ED-209 è cattivo lei lo hackera e diventa “docile come un agnellino”, se una porta non si apre, voilà, hackerata, se Robocop sta per essere ucciso da due cyborg cattivissimi arriva lei e, indovinate, hackera tutto, persino la vostra mente, tanto che qualcuno ha scritto che “Robocop 3 è il miglior sequel esistente della serie“! E tutto con un pc portatile che non sai dove diavolo lo attacca visto che non c’è il wifi! Maledetti Ragazzi del computer e i demoni che avete creato!!!

Il peggio però non è ancora arrivato perché si tocca realmente il fondo solo quando in scena entra lui, il nostro eroe, Robocop, in versione Papaboy come se, nel secondo film,  non l’avessero guarito.

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Vola

Ora il nostro Robby non uccide nessuno come nei cartoni animati, fa le carezzine alle povere orfanelle e quando gli sparano lui compie i numeri da Kit Carson al rodeo di Capo Orso solitario facendo volare in alto le pistole dei cattivoni. “Ehi mi stavi per uccidere!“. Ma va, Robby?

In più Detroit sembra la città dark di qualche Paperinik mese: qualche furtarello ma che finisce in baruffa (il rapinatore sfigatissimo in un bar di poliziotti) e se succede una violenza carnale, che sia morigerata e senza molte allusioni. Se pensiamo all’analoga scena dove Robocop spara ai coglioni di uno stupratore, vederlo che da’ gli sbuffetti a due poliziotti con le più cattive intenzioni verso una prostituta non prostituta (“Mio padre ha perso il posto di lavoro, ho bisogno di soldi”), fa un certo effetto. Ecco che Robbycop è diventato un Papaboy accomodante e al passo coi tempi politicamente corretti. Dio maledica i giocattoli, la Marvel e chi ha pensato che fosse una buona idea girare un Robocop 3 senza violenza.

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Ama i bambini

In più il fondo del fondo della notte del pianto, per citare De Andrè a cazzum, lo si tocca quando Robocop si infila un paio di alette e vola sparando, cristiddio, missili in una brutta CGI che ti fa presagire che il budget è calato.

A girare c’è uno bravo, anzi bravissimo, Fred Dekker che aveva curato la regia di due capolavori come Scuola di mostri e, soprattutto, Dimensione terrore, ma che qui fa quel che può con le mille imposizioni della casa di produzione, il PG13 imposto e la brutta sceneggiatura di Robocop 2 di Frank Miller da riutilizzare (ricordate che dicevo che era lunghissima?).

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L’ultimo film di Fred Dekker

Purtroppo non serve piangere anni dopo, chiedere scusa ai fan e dichiarare che ora lo si girerebbe meglio perché, caro Fred, il fattaccio è successo purtroppo.

In questo pasticcio, davvero invedibile, Peter Weller non è della partita e al suo posto viene preso il buon Robert John Burke che malaccio non è, ma purtroppo non sarà mai Robocop come Maria Bello non narà mai la moglie di Brendan Fraser ne La mummia.

Nancy Allen, ormai ricciolinissima alla faccia di Verhoeven, accetta ma a patto di essere uccisa nel primo tempo e non tornare mai più, neanche come cyborg. La gente faceva a botte per essere nel cast!

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Si, Nancy,  non è Peter Weller…

Tra le scene da salvare, e sono due o tre, si conta la rivolta che vede poliziotti e cittadini schierarsi contro i militari fascisti, una svolta decisamente di sinistra che sarebbe stata perfetta in un film alla John Carpenter ma che appiccicata, nel momento WTF di Robby volante, perde forza.

Per lo meno si ritorna al grandissimo tema di Basil Poledouris, capace di rendere epica anche la merda!

Viene inserito il personaggio di un ninja perché ai tempi Dekker era in fissa coi film di Hong Kong, ma, al posto di un artista marziale, gli affibbiano un modello orientale che sa maneggiare la spada con la stessa agilità di Robocop quando cammina. Sorte vuole che Bruce Locke, il cagnaccio del kung fu, diventerà famoso proprio per i suoi ruoli da karateka. Ah la finzione!!! Però Dekker lo presenta con un paletot che ricorda quella di Chow Yun Fat negli immortali A better tomorrow, almeno apprezziamo il suo amore per il cinema.

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Sono cazzi…

Tra le comparse ritroviamo il geniale sceneggiatore Shane Black, amico di una vita del buon Fred, qui ad appoggiarlo anche nell’apocalisse.

Con Robocop 3 muore non solo una serie, ma l’intera carriera di un regista che non girerà più nulla, purtroppo.

Peccato che la parola fine non è vicina.

Robocop – la serie tv (1993)

Abbiamo deciso di non parlare dell’ultima reincarnazione di Robocop, il remake di José Padilha, ma  di concentrarci soltanto sulla serie classica e sulle sue derivazioni. Devo però spendere due parole su questo nuovo reboot datato 2014: inutile e anonimo. Al pari di tanti rifacimenti moderni di classici come L’Atto di forza di Len Wiseman, il film esce sconfitto nel confronto con l’originale, quasi una versione appannata di un grande cult movie moderno. Non sbagliato come Robocop 2 o brutto come il 3, ma proprio imbelle, un film che dimentichi presto, girato purtroppo come un compitino di uno studente studioso ma privo di talento.

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Ma torniamo a noi.

Dopo Robocop 3, la serie migrò sul piccolo schermo con un telefilm di 22 episodi prodotto in Canada.

Ad interpretare Murphy  l’attore Richard Eden, famoso per le soap opera Falcon Crest e Santa Barbara, diligente ed efficace nel suo ruolo.

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La serie non presenta nessun personaggio storico dei tre film precedenti, forse per problemi di copyright, e siamo in un prodotto onesto e un po’ anonimo.

Il telefilm ricorda il tono di analoghi prodotti dell’epoca come The flash e usa un approccio infantile alla materia originale con cattivi fumettistici sul modello di Dick Tracy, In più la violenza è quasi azzerata, come già succedeva nell’ultimo Robocop al cinema.

L’episodio migliore è il pilot che dura ben 80 minuti ed è girato dal mestierante Paul Lynch, “famoso” per lo slasher Prom night e  un action con la bellissima Shannon Tweed che prende a calci in culo Lance Heriksen, Intrappolati all’inferno. Come già detto, il pilot  scritto dai creatori del personaggio, Michael Miner e Edward Neumeier, ricicla le idee del seguito da loro scritto con Verhoeven,  “Corporate Wars”. Ad interpretare l’intelligenza cybernetica la bellissima Andrea Roth. Purtroppo nessun episodio pecca di eccellenza, ma resta un divertente show nella media dei vari Manimal, Automan e A-team che ci facevano compagnia il Sabato sera su Italia uno.

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Amico dei bambini

La colonna sonora oltretutto era sì firmata da Kevin Gillis, Jon Stroll e Glenn Morley ma scimmiottava deliziosamente il tema mitico di Basil Poledouris.

Ogni episodio costava circa 1, 25 milioni di dollari, ma la serie terminò soprattutto per le cattive recensioni e i pochi spettatori che la seguivano.

Non fu l’unica serie ufficiale su Robocop perché  nel 2001 fu lanciata Robocop: Prime Directives, quattro episodi da 90 minuti, Dark Justice, Meltdown, Resurrection e Crash and Burn, che parole di uno dei suoi sceneggiatori, Joseph O’Brien, “avrebbe riportato Robocop nella sua dimensione originale, scura e violenta“.

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Un Robocop nano

A ricoprire il ruolo di Alex Murphy sembrava che, in un primo momento, ci dovesse essere ancora Richard Eden, ma gli venne preferito Page Fletcher, famoso per la sua somiglianza con Rutger Hauer, ma assolutamente inadatto a ricoprire il ruolo di Robocop in quanto troppo basso. Cioè vi immaginate un Robocop tarchiato e nano?

Il problema di Prime Directives è l’aria sempre amatoriale che lo pervade, il suo vorrei ma non posso dettato da un budget basso, da pessimi interpreti e sceneggiature troppo lontane dallo spirito dei primi due film. E’ vero che il tono è cupo ma come giustificare dei cattivi che sembrano usciti da un brutto fumetto Marvel col vizio di ridere sguagliatamente appunto come brutti cattivi Marvel? E l’anonima colonna sonora a dare il colpo di grazia?

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Un Robocop nano e brutto

Per lo meno, dopo mille seguiti, in Prime Directives la OCP è riuscita a radere al suolo Detroit e costruire la sua Delta city, ma, a parte questo, il telefilm è tra le cose più brutte mai viste su Robocop con la serie a cartoni animati degli anni 90!

Robocop: i videogiochi

Robocop era un marchio che non lasciava fuori nulla: nè il cinema nè la tv nè i cartoni animati nè i giocattoli nè i fumetti e perciò anche i videogiochi videro protagonista il nostro poliziotto di Detroit. Videogames non proprio capolavori ma che, almeno nella loro dimensione da sala giochi, avevano il loro perché.

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Vola pure qui… cazzo…

Il primo gioco, del 1988, è senza dubbio il migliore, soprattutto giocato in un cabinato e non nelle varie declinazioni da console: veloce, divertente e con la musichetta figa di  Basil Poledouris campionata nella potenza degli 8 bit era uno sparattutto a scorrimento godibile e, a suo modo, memorabile.

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I due seguiti sono sulla stessa linea, ma la sorpresa la si ha soprattutto con l’utopia Robocop vs Terminator del 1993, provato nella versione Master System con un’ampia gamma di arma da fuoco: grafica ganza, nemici che fai esplodere in un geyser di sangue, difficoltà stronza, cattivi fighi e vari mentre aspetti di fare il culo, o farti fare il culo, da Terminator.

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Splatta che è un piacere la versione Sega Master System

Esiste anche un gioco per Ps2 e Xbox del 2003, in prima persona, un videogame terribile, dalla grafica scadente, poco divertente e che ottenne il titolo di peggior titolo di sempre, da molte riviste videoludiche.

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Un peccato e una fine tragica per una serie iniziata per caso, da un poster di Blade Runner e finita con un un videogame stronzo. Noi però a Robocop vogliamo bene e siamo sempre fiduciosi che prima o poi tornerà a spaccare il culo ai criminali o ai boriosi dirigenti OCP perchè “Vivo o morto tu verrai con me”.

Vai  Basil Poledouris con la sigla finale!