Tag

, , , ,

Claudio Fragasso mancava nelle nostre visioni dal 2010, anno nel quale uscì Le ultime 56 ore, derivato ma non disprezzabile action fuori tempo massimo. Le ultime 56 ore d’altronde conteneva nel suo DNA tutta la grandezza e la bassezza del cinema fragassiano, la regia potente e la sceneggiatura velleitaria, gli attori che passano dal discreto al pessimo e una certa dose di deja vu guappo e un po’ corsaro che guarda al cinema estero, quello dei John Woo e dei John McTiernan, dei John Wayne e dei Chow Yun Fat. Nel passato c’erano stati grandi successi come Palermo Milano solo andata, personali capolavori non capiti come il testosteronico Coppia omicida e la tv d’azione più stracazzuta del pianeta terra, quella de La banda, di Blindati e di Operazione Odissea, un modo di fare fiction al sangue e piombo che mai verrà ripetuta in nessun altro epigono. Davanti a queste opere Le ultime 56 ore non poteva non apparire stanco e svogliato, una visione che nel 2010 volevi farti piacere per forza, ma che non avrebbe lasciato il segno al botteghino e nel tuo cervello di cinefilo.

01873715

Sei belisima!!!

Peggio era stato con la parentesi commedia del regista a base di Jerry Calà e scoregge, di Pannofino e fantasmi alla Scooby Doo, mai divertente e un po’ irritante, un disagio totale quando tu sei cresciuto a pane e After death, un cinema pazzo e coloratissimo che ormai non esiste più.

Quando esce al cinema La grande rabbia è il 2016, un altro film fuori tempo massimo come già Le ultime 56 ore, figlio del neo neorelismo anni 90 che generò i vari Ultrà, Pugni di rabbia e Crack. Le storie erano drammi giovanili che esplodevano nei ghetti e nelle periferie delle città, parlati in dialetto stretto, il più delle volte romanesco, violenti, feroci e disperati, a loro volta storie di vita che guardavano Pasolini e i suoi ragazzi di strada.

image-w1280.jpg

Fragasso nel 1993 aveva girato l’efficace Teste rasate con il piglio di un regista horror che arriva al cinema di denuncia, un caleidoscopio di colori e musica tecno, di sangue e pestaggi, di amori interrazziali sullo sfondo di una Roma fascista e confusa come e più del suo antieroe adolescente. Teste rasate era urlato, sbilanciato, ma comunque bellissimo anche nelle sue imperfezioni, un cinema popolare che alza la testa per raccontare il disagio di una generazione che, prima ancora di affacciarsi alla vita, comincia a morire. In Teste rasate filtrava l’entusiasmo di un regista che ora finalmente poteva palesarsi al mondo senza la maschera dei suoi Clyde Anderson e Drago Floyd che l’avevano accompagnato nell’universo dei B movie horror più scatenati e folli degli anni 80.

La grande rabbia è in un certo senso un ritorno a quel cinema preistorico ormai estinto e resuscitato nella forma televisiva dei vari Suburra, Gomorra e Romanzo criminale.

Nonapritequellaporta3

Regia: Clyde Anderson

Ancora Roma, a pochi giorni dal Natale 2014, una città scossa da rivolte popolari e dalla paura astratta dello straniero, il baubau stupratore e cattivo. Se in Teste rasate il giovane Gianmarco Tognazzi si rifugiava nel caldo giaciglio di un movimento nazista, qui  non c’è neppure più quello: il ritrovo fascista è una cantina dove si balla davanti ad un juke box, dove un nero viene chiamato “Camerata” e i pochi leader appaiono e scompaiono senza dolore. I valori si confondono, l’idea di destra dei due è una sequela di luoghi comuni che partono dalla pancia per esplodere in bocca, i protagonisti sono due fratelli dalla pelle diversa che trovano nell’amicizia una famiglia.

La-grande-rabbia

Il bianco e nero aumenta la sensazione di dramma in attesa di scoppiare con le tre storie principali che, man mano, si uniscono sullo sfondo di una città raccontata dai telegiornali, scossa come un terremoto da una rabbia dilagante e senza senso.

Fragasso è bravissimo a citare senza copiare L’odio, anche se in cuor tuo sai che la storia andrà a parare nello stesso crudele finale, spostando il malcontento delle banlieu francesi ai nostri sottoborghi. Roma è fotografata nei suoi angoli meno conosciuti, i suoi lazzaretti da poveri, le discariche, i campi rom, una città dissezionata e mostrata al pubblico nelle sue viscere più putride e nascoste.

lagranderabbia01

Sul piano registico ritroviamo un Fragasso in forma come non  si vedeva da quel lontano 2010 con la telecamera che insegue nervosamente i suoi protagonisti riuscendo a rendere adrenalica una storia alla fin fine statica.

Il problema non è tanto suo se il film non è riuscito nè della performance dei due attori protagonisti, bravissimi, l’inaspettato Maurizio Matteo Merli, figlio di quel Merli che segnò il nostro poliziesco anni 70, e l’esordiente Miguel Angel Gobbo Diaz nel ruolo di Benny/Benito, nero romano con nel sangue la stirpe del Duce (“Mussolini ingravidò mia nonna“). Il problema più grande è una sceneggiatura a volte troppo didascalica, con sequenze ottime che sfilacciano in banalità, con un’incapacità di fondo nel non riuscire a creare pathos in una storia che non appassiona mai e invece dovrebbe alla fine generare sdegno o pianto come il capolavoro modello di Kassovitz. Dispiace perché Rossella Drudi è una brava scrittrice, suoi i copioni più convincenti del marito ma ahimè anche quelli più miserabili come Concorso di colpa, un film che condivide con La grande rabbia una superficialità di fondo agghiacciante nel raccontare temi importanti.

la-grande-rabbia-v1-478664

La pessima resa del cast di contorno, un gigionesco e poco efficace Flavio Bucci e sua maestà l’ignoranza recitativa made in Cuba, Ydalia Suarez, prezzemolina delle produzioni Paolucci, danno il colpo di grazia ad un film che nei primi 20 minuti ti faceva pensare al capolavoro.

Come guest star troviamo un Giulio Base ai limiti della parodia, nel ruolo rindossato del Fuher di Teste rasate. Lo vediamo in un incontro di lotta clandestina con Miguel Angel Gobbo Diaz, una delle scene peggio coreografate di un film che non riesce nelle sequenze di combattimento, almeno tre presenti, ad essere abbastanza vario e dinamico. Qui si sfiora l’assurdo in un combattimento dove il nostro Fuhrer prima di mollare un cazzotto al suo avversario trova il tempo di limonarsi una spettatrice e di declamare dei versetti biblici. Dispiace perché il nostro Base ha diretto un grandissimo film neo neorealista, Crack, sempre in bianco e nero, sullo sfondo del mondo del pugilato, ma con ben altra sensibilità.

la-grande-rabbia-v3-29403

Tra le comparse poi riconosciamo l’affascinante Cinzia Carrea del misconosciuto e bellissimo Colpo di sole, e lo stesso Fragasso in un simpatico cammeo di pensionato un po’ sciroccato.

La grande rabbia, girato nel 2014 e uscito solo nel 2016 in 15 sale per poi sparire ancora, con il suo budget di 300000 euro, con la produzione di Giovanni Paolucci che aveva dato i natali ai film meno efficaci di Bruno Mattei e Dario Argento, è purtroppo un film mediocre e schizofrenico che vorrebbe essere cinema di denuncia e purtroppo sembra solo un brutto film di genere. Dispiace perché Claudio Fragasso fa del suo meglio, ma è quasi tutto il resto a non funzionare. Questo fa davvero uscire la grande rabbia perché le potenzialità c’erano, naufragate con sommo dispiacere in un mare oscuro di tenebre.

Andrea Lanza

La grande rabbia

Anno: 2016

Regia:Claudio Fragasso

Interpreti: Miguel Angel Gobbo Diaz, Maurizio Matteo Merli, Ed Hendrik, Flavio Bucci, Giulio Base, Cinzia Carrea, Ydalia Suarez

Durata: 79 min.

la grande rabbia