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Un gruppo di studenti, appena entrati in una confraternita studentesca, si ritrova a dover affrontare una prova d’iniziazione: passare un’intera notte all’interno di una vecchia villa abbandonata, teatro un tempo di una strage familiare. Uno dopo l’altro inizieranno ad essere uccisi dall’assassino che non è mai stato arrestato.

Cari vecchi slasher, alla fine anche i più brutti nascondono delle sorprese inaspettate, soprattutto quelli partoriti nella fantastica decade degli anni 80. Figurarsi poi se stiamo parlando di un film spassosissimo come Hell night, piccolo gioiello tra il thriller e l’horror, mai uscito naturalmente nel nostro paese di beoti poco lungimiranti.

Cosa rende questo film irripetibile e diverso dai tanti cloni di Halloween o Venerdì 13?

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Per prima cosa una regia sopra la media, poi una fotografia splendida e soprattutto un’atmosfera incredibile che trasporta il cinema gotico nell’horror teen sanguinoso.

Hell night è un film del 1981, uno dei parti più interessanti del genere, ben recitato e organizzato nella suspense abbastanza ingegnosamente, salvo poi cadere, negli ultimi dieci minuti, in un disastroso finale.

Poco male però perché il regista è stato capace, prima del capitombolo, di farci cagare sotto prendendosi tutto il tempo del mondo per imbastire la suspense a base di attese, omicidi e personaggi meno tagliati con l’accetta del previsto.

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Diavolo di un Tom DeSimone, regista cresciuto a porno gay e b movie, bravo come pochi altri a portare dignità anche nel miserabile sottogenere dei WIP, i film con libidinose detenute dalla lesbicata facile e dall’ancor più facile ferocia omicida, e qui, nella parentesi slasher, ad insegnare ad illustri colleghi, tipo Sean S. Cunningham, come si costruisce un buon thriller con assassino seriale.

Non fraintendetemi: io adoro Friday 13th, ma, diciamolo pure senza problemi, il primo era girato non così bene, tanto che l’arrivo di Steve Miner nei capitoli 2 e 3, e di Joseph Zito nel quarto sembrava l’avvento del Messia, del Dio Spielberg con la macchina da presa.

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Ecco Tom DeSimone gira inaspettatamente bene, così bene che Hell night è soprattutto un piacere per gli occhi, benedetto da una fotografia di Mac Ahlberg (Ghoulies, Re animator, Robojox, From Beyond) magnifica, satura di colori accesi e di scuri improvvisi, che potrebbe uscire da un pittorico Roger Corman degli anni 60.

Anche la sceneggiatura del Randy Feldman di Tango e Cash, al suo esordio, è meno prevedibile della media del genere, soprattutto per quel colpo di genio di descrivere l’assassino (o gli assassini) come creature soprannaturali. Certo, quando la matassa si scioglie rientriamo in pieno Non prendete quel metro o Le colline hanno gli occhi con i freak sanguinari, ma sia la regia che lo script avvicinano come atmosfere Hell night più ad un horror puro che ad un thriller soprannaturale.

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Da questo film sono presenti i semi che porteranno alla nascita di cult da drive in come La notte dei demoni di Kevin S. Tenney, una derivazione splatter e ancor più horror della pellicola di Tom DeSimone.

Certo è che uno slasher così ben costruito, così divertente e con dialoghi che non gridano pietà al cielo è raro trovarlo. Dispiace che in Italia, come detto, sia stato snobbato dai nostri distributori, senza neanche il contentino di un’uscita in qualche rete privata, preferendogli immondizie come il tremendo Terror train di Roger Spottiswoode, di un anno precedente, modello che i produttori avevano comunque in mente per Hell Night. Proprio sulla falsariga di questo film, il produttore Bruce Cohn Curtis ha spinto il regista a implementare una sequenza di fuga nel finale, uno dei momenti più terribili e stupidi della pellicola con la protagonista che urla come una scema ogni tre secondi e fa le strade più sbagliate per finire tra le braccia del mostro.

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Il film fu girato nella meravigliosa Kimberly Crest Mansion, una tra le ville più belle degli Stati Uniti. Le riprese si protrassero per ben 40 giorni tra il novembre 1980 e il gennaio 1981 con un budget di un milione e 400 mila dollari circa. Chiunque era presente sul set poteva descrivere l’esperienza come estenuante tra il freddo pungente e le riprese infinite che non si fermarono neanche il giorno del ringraziamento.

La Kimberly Crest Mansion non aveva né cunicoli segreti né giardini labirintici, ma, se il secondo elemento fu ricostruito in maniera certosina, un po’ sulla falsariga dello Shining di Kubrick, le catacombe erano in realtà due corridoi molto piccoli, solo grazie all’abilità del regista non percepiamo l’inganno di attori che ripercorrono più volte la stessa strada.

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Anche i costumi gotici che i protagonisti indossano sono un’idea di Tom DeSimone che aveva ben in mente di costruire uno dei primi slasher in costume. Infatti come dichiarò all’epoca:

Non mi piacciono questi film dell’orrore in cui le persone camminano in case stregate con jeans e maglietta, quindi ho pensato che avrei vestito i miei attori con guardaroba di tipo gotico e ci è venuta l’idea di creare una festa in maschera per la festa di Hell night. In questo modo siamo riusciti a farli muovere nel film, vestiti come nel passato, senza che sembrassero cretini“.

Un mistero invece è l’identità degli attori che interpretano mostri killer e che non risultano neppure presenti nei credits finali. Sembra che fossero cittadini tedeschi che parlavano poco o niente inglese, ma di più nessuno pare ricordare.

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Tra i produttori figura il futuro regista di Il fluido che uccide e Nightmare 3, Chuck Russel, un talento non ancora esploso come autore: Dreamscape, la sua prima sceneggiatura, sarà del 1984.

Nel film spicca l’ex star de L’esorcista, Linda Blair, all’epoca una splendida ventiduenne con un corpo mozzafiato, un decolletè incredibile e un talento che mai scemerà neppure quando sarà costretta a mediocri, se non pessimi, film. Il suo personaggio, diverso da quello dei tanti slasher del periodo, non è la solita vergine timida, ma una ragazza emancipata che prende l’iniziativa con i ragazzi, ripara l’auto rotta per scappare e, alla prima occasione, cerca di prendere un fucile (chissà perché chiamato gun e non shotgun) per fare il culo al mostro di turno.  Certo poi la Blair viene costretta all’imitazione tendente alla parodia della Jamie Lee Curtis di Terror train con strilli eccessivi e corse chilometriche senza senso, ma il suo è uno dei personaggi che resta più nella mente.

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Non che gli altri siano solo carne da macello, anzi. I ragazzi si comportano in maniera credibile, ridono prima di fare l’amore, hanno quei tic che sporcano il personaggio piatto e lo rendono tangibile, vero e umano. Ad un certo punto Seth (Vincent Van Patten) scapperà dalla villa, ma tornerà, non senza fatica a salvare i suoi amici, come magari faremmo noi se ci fossero dei nostri cari in pericolo, un gesto nobile che gli costerà la vita e per questo, anche se non vediamo la morte, ci sembra una fine ingiusta ed orribile perché si è creata empatia col personaggio.

Il resto del cast, non numerosissimo, è ben affiatato e non sembra mai di vedere un low budget improvvisato, cosa prevedibile ma non certa nel mondo dei B movie.

Gli effetti speciali, pochi ma ottimi, sono ad opera di Ken Horn, Pamela Peitzman e Tom Schwartz, conosciuti per i lavori eccellenti in Halloween 4, Scanners e The Hitcher. Certo lo splatter è sotto il livello di guardia, ma si bilancia bene il tutto con la tensione in un’idea di slasher più elegante e meno rozzo.

Sarebbe bello se, a distanza di anni, qualcuno in Italia decidesse di dedicarsi ai grandi inediti come Sleepaway camp (e i suoi seguiti), Madhouse, The burning e questo splendido Hell night, magari con un’edizione blu ray che renda giustizia al lavoro fatto da Tom DeSimone.

Andrea Lanza

Hell Night

Anno: 1981

Regia: Tom DeSimone

Interpreti: Linda Blair, Vincent Van Patten, Peter Barton, Kevin Brophy, Jenny Neumann, Suki Goodwin

Durata: 101 min.

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