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La dilagante criminalità urbana ha trasformato una grande metropoli nel regno del sospetto, della paura e del terrore. Bande di malviventi motorizzati, riconoscibili dalle sinistre tute nere e dai caschi rossi che indossano, spadroneggiano per le strade ed aggrediscono pacifiche famiglie borghesi penetrando nelle abitazioni e abbandonandosi ad ogni sorta di violenza. Nel laboratorio di un ospedale, il dottor Victor Sender (Jean Sorel) crede di aver trovato la soluzione del problema avviando la sperimentazione di un programma di riabilitazione su alcuni teppisti catturati dalla polizia, basandosi sull’impiego di elettroshock e tecniche di inibizione psichica. Ma agli ormai quotidiani delitti se ne aggiungono improvvisamente altri, dovuti alla mano di un fantomatico killer armato di bisturi, che disorientano ulteriormente le forze dell’ordine e finiscono per insanguinare le stesse corsie dell’ospedale. Come riuscirà a scoprire David (Chris Mitchum), un giovane criminale in rotta con la sua banda, responsabile degli assassinii è l’insospettabile Ana Vernia (Sue Lyon), una infermiera dal viso angelico traumatizzata fin dall’infanzia da una infelice esperienza, che adesca giovani emarginati – omosessuali e piccoli ladruncoli – nelle zone malfamate della periferia per dar loro morte pietosa prima di vederli cadere nelle mani del dottor Sender.

Il titolo italiano, I vizi morbosi di una giovane infermiera, qualcosa che ti fa pensare più al porno che al thriller distopico, è una vera lanterna per lucciole: c’è un’infermiera ma i suoi vizi, alla fine, non sono poi tanto morbosi. D’altronde ai titolisti doveva piacere infilarci dentro la parola vizio ai film che venivano distribuiti, forse perché faceva tanto  pellicola a luci rossa e quindi sicuramente più abbordabile di un qualsiasi giallo o horror. Così, per veri misteri della fede, Daddy Darling di Joseph W. S. Sarno era diventato magicamente I vizi proibiti delle giovani svedesi perché non dimentichiamolo, nell’immaginario, le svedesi erano birichine anche quando erano sataniste come dimostra Virgin Witch di Ray Austin tradotto in Messe nere per le vergini svedesi. Senza dimenticare, per onor di cronaca, I vizi di una vergine del 1972 di Klaus Überall (titolo originale: Schmetterlinge weinen nicht ovvero Le farfalle non piangono) o Hausfrauen Report international del 1973 di Ernst Hofbauer, Report internazionale sulle casalinghe, trasmutato in  Vizi e peccati delle donne nel mondo. Quindi non importava molto di cosa parlasse il film, molte volte, l’elemento essenziale era il cotè morboso, sempre e comunque, perché si sa che un libro vende già dalla copertina.

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Da noi il film di Eloy De La Iglesia uscì anche con il titolo più sobrio e attinente di Blu notte: appuntamento shock, ma non che all’estero ci andarono molto meno pesante con la fantasia. In Belgio fu distribuito come La clinique des horreurs, La clinica degli orrori, in Francia come Le bal du vaudou, Il ballo del voodoo, in Russia Убийство в голубом мире, Omicidio nel mondo blu, titolo tutto sommato attinente, così come quello tedesco Einbahnstraße in den TodStrada a senso unico fino alla morte, e quelli americani, To Love, Perhaps to Die, Amare, forse morire, e soprattutto Clockwork terror come verso al modello Arancia meccanica presente fortemente nell’opera. Inutile dire che di voodoo o di cliniche sanguinarie, nel film, non c’è neanche l’ombra.

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Meglio su tutti il titolo originale, romantico e un po’ triste come d’altronde la pellicola era, Una gota de sangre para morir amando, Una goccia di sangue per morire amando.

Mondo blu invece deriva da una pubblicità fittizia di un liquore, presente all’inizio del film, che compie un parallelismo tra il colore di un cordiale e la purezza di un mondo incontaminato, appunto un mondo blu.

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Siamo comunque davanti ad un’opera che presenta un futuro alternativo, non troppo diverso dal nostro, dominato però dalla tecnologia, da una pubblicità grottesca e perenne e da una violenza incontrollata. Qui si inserisce senza dubbio l’influenza kubrickiana che viene contaminata, non senza abilità, con un intreccio thriller atipico, tanto da palesare l’assassino nei primi minuti, una giovane infermiera omicida.

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In Spagna Arancia meccanica, del 1971, uscì solo nel 1975 per via della forte censura franchista. Si può dire che questo film di Eloy De La Iglesia ne è senza dubbio la risposta, almeno nelle intenzioni politiche, ma, come detto, riesce a prendere subito una sua dimensione originale.

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Le scorribande dei giovani drughi spagnoli si limitano ad un episodio di violenza ai danni di una famiglia che guarda in tv Clockwork Orange di Kubrick con il corollario dovuto di violenza, umiliazioni e stupri ai danni dei genitori davanti gli occhi attoniti di un bambino. Anche il metodo di rieducazione del Dottor Sender ha lo stesso modus operante di quello imposto dal governo al giovane Alex/Malcolm McDowell.

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L’altra chiara citazione a Kubrick, ma stavolta al suo Lolita, è la scelta della medesima protagonista, la bellissima Sue Lyon, qui nei panni dell’infermiera killer. In una sequenza la vediamo leggere persino il libro omonimo di Vladimir Vladimirovič Nabokov.

Non si pensi però che l’opera di De La Iglesia sia un banale plagio anche perché porta avanti un personale discorso sulla solitudine che non era presente nell’opera kubrickiana e, se è possibile, riesce a spingersi, ancora di più del modello, in un finale plumbeo, disperato e senza speranza.

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La regia è elegante, i movimenti di macchina sono perfetti e la fotografia di Francisco Fraile è fantastica nel suo innaturale cromatismo. Anche gli interpreti, a parte uno svogliato Jean Sorel, sono tutti in parte con, soprattutto, una Sue Lyon bella e brava come mai lo sarà mai più, in un ruolo che gioca hitchcockianamente anche sul suo trasformismo di predatrice sessuale.

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Siamo in un cinema fantastico elegantissimo, studiato al minimo dettaglio nei particolari, un cinema così avanguardista da risultare per l’epoca forse eccessivo e indigesto, ma che oggi andrebbe studiato e divulgato non soltanto in qualche proiezione corsara da tv privata.

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Eloy De La Inglesia si era fatto conoscere con L’appartamento del 13° piano dell’anno precedente, anomalo thriller su un assassino per caso, violento e disperato, e continuerà la sua carriera tra film il più delle volte ottimi, sempre e comunque particolari, fino alla sua morte nel 2006. Era sicuramente un personaggio scomodo per il regime di Franco: comunista, omosessuale dichiarato, sempre polemico verso il fascismo e le istituzioni.

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Di questo  Una gota de sangre para morir amando resta vivido nella memoria soprattutto il delicatissimo ritratto di un’assassina che uccide per scelta solo persone disperate e sole. Quando la vediamo aggirarsi per la casa e poi nel parco della sua villa, quasi una figura spettrale, vestaglia di seta bianca macchiata di rosso, capiamo che siamo davanti ad un film che è exploitation solo per il titolo italiano. Ancor di più quando, nello struggente scena finale, luce rossa violentissima che si contrappone con il bianco dell’ospedale, la ragazza uccide questa volta, la prima volta, per amore. Le sue ultime parole sono: “Mi sono suicidata come mio padre, per quelli come noi non c’è salvezza”, almeno nella versione italiana, e ora, grazie al preziosissimo sito di Capitan Trash, al quale vi rimandiamo, vi spieghiamo perché.

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Le nostre due vhs GVR e AVO tagliano intere scene e modificano persino i dialoghi: per esempio, nel finale, la dichiarazione della killer al ragazzo in ospedale è, nella versione nostrana, “”Senti devo dirti una cosa: quando ti ho visto l’ultima volta in chiesa ho avuto la sensazione che tu avresti potuto essere il mio uomo, ma ormai e’ troppo tardi, tu non sarai più’ un uomo” mentre in originale era “”Non chiudere gli occhi ” seguita da una lirica di Edgar Allan Poe “Come stelle differenti, stelle molto cattive e stelle quiete…”. Così come l’ultima frase è più secca “Non vedi? Ho ucciso solo un uomo” con questo ribadendo il concetto di omicidio come moto rivoluzionario. Non per nulla Sue Lyon dice al giovane Christopher Mitchum ferito “Non permetterò che facciano esperimenti su di te, ti annienterebbero, cancellerebbero te e la tua personalità da ribelle”. Anche il violentissimo epilogo a base di coltellate e sgozzamenti è mancante nelle nostre versioni, peccato perché si tratta di una scena potentissima che ribadisce l’insuccesso di un mondo solo in pubblicità perfetto.

Andrea Lanza

I vizi morbosi di una giovane infermiera

Titolo originale: Una Gota de sangre para morir amando

Anno: 1973

Regia: Eloy de la Iglesia

Interpreti: Sue Lyon, Christopher Mitchum, Jean Sorel, Ramón Pons, Charly Bravo, Alfredo Alba, David Carpenter, Antonio del Real

Durata: 100 min.

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