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Se Umberto D l’avessero concepito gli americani sarebbe stato Red.

Come descrivere la solitudine, l’amicizia tenera e straziante di un vecchio e il suo cane?

Facciamo che tre giovani sparano al cane per divertirsi (Gioventù bruciata reloaded, non si è avanzato di un millimetro da lì; raccontare il disagio giovanile come se gli adolescenti fossero Il villaggio dei dannati) e il vecchio fa il culo a tutti quanti.

E la solitudine?

La solitudine gliela rende il sistema, che non lo tutela (100 dollari di multa e dieci giorni di prigione per crudeltà sugli animali, reato minore, mentre per lui il cane è tutto ciò che rappresenta ancora qualcosa). Lo Stato non comprende i suoi problemi: un cane è un cane. E così rimettiamo mano all’unico best-seller davvero sicuro di tutti i tempi: La Bibbia. Cit: “Abbi timore dell’ira del mansueto”. Quindi, al pover’uomo, (Brian Cox straordinario come non gli riusciva dai tempi di Manhunter) bruciano anche il negozio, ovvero il secondo elemento classificato nel suo podio chiamato SENSO DELLA VITA. Alla fine lui reagisce e fa un macello: cane di paglia a cui ammazzano il cane. Sam Peckinpah avrebbe adorato questa storia. E Charles Bronson sarebbe stato perfetto per il ruolo di Giustiziere della notte 9: non c’è pace tra i pensionati. Bang bang bang. L’anziano li fa fuori tutti quanti. E non azzardatevi a dirmi Spoiler! Ecco fatto. Umberto D.evastation.

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Jack Ketchum è uno di quegli scrittori dallo stile talmente forte, lo stile così riconoscibile, marcato, che qualsiasi film sia tratto da un suo libro, si nota. È roba sua, di Ketchum. Purtroppo questo scrittore, che a guardarlo bene sembra il fratello indiano di Willem Dafoe, ha sempre portato il suo pubblico a fare dei fastosi pic-nic con i più insostenibili tabù sociali, quindi non sarebbe potuto diventare un altro brand, come Stephen King o Clive Barker. Diciamo che lui era una specie di Joe R. Lansdale per adulti. E questo è un complimento che deponiamo sulla sua tomba. Già, Jack Ketchum è morto. Un grande scrittore se ne è andato e non ci sembra di aver scorto fiaccolate strazianti per le main street delle nostre città culturali. E non ci sorprende, visto che i veri morti sono proprio gli abitanti di questi agglomerati di inaudacia in fila per lo Strega e lo studio di Marzullo. Ketchum anche ora è più vivo di quasi tutti loro, i grandi scrittori secolari che narrano il male, la sofferenza, l’odio, la pazzia dell’uomo come fosse un episodio di C.S.I prima che si tarantinizzasse.

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Jack Ketchum non racconta, lui mostra. Ecco perché i suoi romanzi non perdono un briciolo di forza una volta trasposti al cinema. Ovvio, deve pensarci gente con le sfere di tuono al posto giusto, e Lucky McKee (e il tipo che firma la regia con lui) è uno dei migliori registi horror in circolazione, tra i pochi ad avere le capacità di misurarsi con gli inferni reali di Ketchum. Per dire, La ragazza della porta accanto sarebbe stato immenso nelle mani del piccolo Lucky e solo la storia impedisce invece alla versione di Lucke Greenfield di entrare nel catalogo dei film dossier di Canale 5.

Red è un gran film. Scritto così bene che ogni sceneggiatore aspirante dovrebbe studiarselo fino a trasformarlo in un riflesso condizionato. Prendete la madre del ragazzo cattivo (Ashley Lawrence, la Kristy di Hellraiser, divenuta una milf davvero appetitosa). Lei si presenta alla porta. Ha circa quattro ingressi in scena da dietro una porta. Non fa altro che aprire porte ma ogni volta c’è un nuovo elemento, un indizio visivo che ci racconta tutto ciò che lei patisce dietro quella porta. Nella prima scena, in una mano tiene lo spolverino, in una mano un bicchiere pieno di scotch o quel che è. Due oggetti emblematici per dirci che è una donna sottomessa, infelice, che non parla nemmeno per accogliere l’uomo maturo col cappello da cowboy all’ingresso, si limita ad abbozzare un sorriso. Lei non ha quasi battute. Compare per prendere l’aspirapolvere, al secondo incontro tra il vecchio e il consorterribile della donna; unico motivo plausibile per un suo ingresso nello studio. E al terzo, sempre con Ludlow/Cox, parla sottovoce, implorando l’anziano pestifero di lasciarli in pace; un pesto sullo zigomo è la didascalia inequivocabile, proprio se a quel punto del film siete così di coccio da non averlo capito che il più matto di tutti, lì dentro è Mr. McCormack. Del resto perché farlo interpretare a uno degli attori più disturbati e ingestibili degli anni 90: Tom Sizemore?

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Sizemore ha lasciato pezzi di cervello nel capannone di Reservoir Dogs e nel carcere che tentò di trattenere i coniugi Knox. Lui è il padre dei giovani immorali, Mr. McCormack; un uomo ricco, autoritario ma cieco nei confronti dei figli. Quando, dopo aver sopportato con sempre maggiore disagio le chiacchiere di Ludlow, decide di tagliar corto traducendo la questione nel solo modo in cui è abituato a fare da troppo tempo: “Parliamoci chiaro, Ludlow, lei vuole soldi?”. McCormack/Sizemore è questo; i suoi money: uno che misura ogni cosa col denaro, anche l’educazione dei figli. Un mostro che terrorizza moglie e figli, li tiene sottochiave, un patriarcale tombale. Fa il paio con il Chris Cleek (Sean Bridgers) di The Woman. Il figlio di McCormack, Danny (ormai non più una minaccia ma una tremenda conferma) va a caccia di cervi e il padre ha due trofei alle pareti. Sono ovviamente due poveri cervi. Si è tanto smerdata e rimitizzata la figura del cacciatore di cervi, da Bambi a Cimino, ma quello che viene fuori dopo aver visto Red, è che ormai ogni americano è un cacciatore e ogni ragazzo americano che si rispetti vaga per i boschi con un’arma, in cerca di un animale da accoppare a scopo esclusivamente competitivo. Nessuno parla di alimentarsi. I trofei sono per chi entra e ammira le prodezze venatorie di un vero cacciatore bianco a stelle e strisce. La testa è ciò che serve, il resto del corpo è da smaltire. L’uomo ha accompagnato il figlio a comprare il fucile per i suoi diciotto anni, una specie di iniziazione all’arte venatoria a cui però il cucciolo è del tutto impreparato. Il torto del signor Ludlow è quello di smascherare il ragazzo, già atteggiato a grande cacciatore con jeans e maglietta: neanche un paio di calzoni mimetici o un berretto verde, niente. Questo per dire che in realtà il fucile è ormai una specie di chitarra da portare fino al prossimo bivacco, nella stagione dell’amore per la guerra. Dagli hippies, libido per la pace, agli yuppies, libido per la grana, agli Harmy, libido per i fucili. Altro esempio della mancata preparazione del giovane alla caccia è proprio di aver mirato alla testa del cane del vecchio. La parte del trofeo da usare è così inutilizzabile. Ludlow magari ha immaginato il capo del suo povero Red, appeso in alto, alla sinistra del signor McCormack; “il primo trofeo del mio ragazzo. Glielo dico sempre del resto: figliolo, di qualsiasi cosa si tratti, spara ma non sciupare la testa!

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Riguardo l’attitudine educativa del grande padre, è chiaro da subito che tipo sia, proprio perché il film è scritto bene, quindi è già tutto mostrato in pochi secondi. Appena il vecchio gli chiede un confronto con i figli, Mr. McCormack non si muove dalla sua grande scrivania, si sfrega il naso con la mano, allarga le palpebre per stemperare l’irrequietezza chimica sempre maggiore. La casa è grande, i rapporti tra papa Sizemore e i famigliari talmente gerarchici e distanti che per chiamare i ragazzi, Mister Mister alza il ricevitore che ha di fianco e ordina alla moglie, come fosse una segretaria, di mandar giù i pargoli inquisiti, tipo impiegati da mettere in riga.

Nell’era di facebook, olimpo della solitudine in scatola, i cani e i gatti sono diventati nuove entità sociali degne di premura e attenzione alla pari di figli e nipoti. Cani e gatti sono i pompieri nell’11 settembre infinito delle nostre solitudini. Però ci sono due mondi, a riguardo. Quello in cui gli animali uccisi sono sempre vittime minori (e reati minori da punire) e quello in cui uomini e donne soli, per quegli animali ammazzati darebbero la sedia elettrica agli assassini. Il film mette in contrasto queste due concezioni estreme che girano attorno agli amici a quattro zampe. Attenzione, però. Non c’è bisogno di scivolare nella retorica consueta su uomini e cani che la giornalista passionaria (Kim Dickens) sciorina durante il servizio televisivo dedicato alla vicenda di Red. Quello che Ketchum/McKee/altro tizio sembrano dire è: ogni vita è sacra, uccidere per divertimento, che si tratti di un cane o di un albero è sintomo di una mancanza di umanità. Danny la carogna ammazza il cane e ci ride su e non esita più di tanto quando il padre gli chiede di spappolare anche il cranio del padrone di quel cane. Ovvio, ci sono persone che uccidono animali e che non ammazzerebbero mai un essere umano (vedi i macellai di professione) e ci sono assassini di massa che adorano i cani e i gatti (Hitler) ma statisticamente il teorema del serial killer gioca a favore della tesi di Red: se fai fuori un povero animale, prima o poi alzerai il tiro su un uomo. Decine di perizie psichiatriche lo confermano. I nomi dei soggetti di queste perizie sono Jeffrey Dahmer, Ed Gein, Henry Lee Lucas, Michael Myers

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Ludlow è un brav’uomo americano con la casa piena di fucili, medaglie per aver servito la patria e un gran senso della giustizia e dell’educazione. Ovvio che nel suo armadio, da buon figlio di Sam, c’è uno scheletro formato famiglia e che se prende così di punta una bravata, per quanto crudele, di alcuni pischelli, è perché rappresenta una specie di seconda possibilità per lui di riaversi da uno smacco terribile. Non salvò i suoi di figli e vorrebbe fare qualcosa per questi tre che gli hanno ucciso Red. C’è da intervenire, sensibilizzare i genitori, aiutarli a capire quali cancri gli girino per casa, e tentare di guarirli, umanizzarli, raddrizzarli. Purtroppo gli altri genitori non possono capire che dalle bugie di un figlio ci si può ritrovare cosparsi di cherosene e con il corpo pieno di lividi da non riuscire a camminare più. Ludlow ci prova a dirglielo, ma è dura. O forse i genitori sanno bene che i loro bambini sono dei pezzi di merda irrecuperabili come loro stessi e ghignano delle chiacchiere del vecchio. In ogni caso John Wayne avrebbe tifato per Ludlow fino a perdere la voce. Questo film sarebbe stato perfetto anche per il vecchio mangiafagioli.

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La vicenda di Ludlow con i suoi di figli sorprende fino a un certo punto. Quell’uomo ha più di una guerra sul groppone. E la scrittura del film talvolta è davvero subdola, come la vita, del resto. Si muore ogni giorno, con nulla. Pensate al cherosene. Noi non possiamo conoscere tutta la storia nel momento in cui un fatto insignificante si presenta davanti ai nostri occhi e a quelli di Ludlow. Non immaginiamo cosa possa essergli capitato, prima del fattaccio di Red. Vediamo solo che Emma (la donna che aiuta il vecchio in negozio e lo sostituisce quando lui vuol concedersi una “spensierata” mattina di pesca in compagnia del suo cane) dicevo, Emma, viene a sapere che il cane è morto e allora deve fermarsi da quello che sta facendo e tributargli un sospiro di cordoglio. Ha in mano una latta di cherosene a cui probabilmente stava per dare una collocazione sugli scaffali del negozio e la poggia un momento sul banco tra lei e Ludlow.
Red è morto, l’hanno ammazzato. Quel cane è stato un araldo di violenza totale. Da quando è arrivato in casa dell’uomo, più di dieci anni prima, regalatogli dalla moglie per le loro nozze d’oro, ha assistito a una serie di orrori incredibili. Alla fine qualcuno massacra anche lui ma non riposa in pace. Torna pieno di vermi, per dare il colpo di grazia definitivo a una situazione degenerata all’inverosimile. Insomma, Ludlow dice a Emma che il cane non c’è più. La donna mette il cherosene sul banco incurante.
Sbam!

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C’è tutta una storia sul cherosene che dobbiamo conoscere per notare il particolare. Il figlio maggiore di Ludlow sceglie il cherosene come liquido infiammabile, invece della benzina (errore che non fa chi appicca il fuoco al negozio nella seconda parte del film). La scelta del cherosene è dovuta all’incapacità del figlio di Ludlow di combinarne una giusta. Avrebbe dovuto scegliere la benzina ma non ha mai capito un cazzo di niente e quindi ha usato il liquido sbagliato. Insomma, noi non possiamo saperlo ma quella latta poggiata sul banco da Emma deve dare molto fastidio a Ludlow e non solo noi ma persino la donna non si rende conto dell’enorme stronzo di merda che ha messo sotto al naso del vecchio nel momento in cui lui le dice che anche il cane è andato, unico superstite di una strage impossibile da metabolizzare. Jack Ketchum fa un cammeo, quando comunica al vecchio che il suo negozio è in fiamme. Probabilmente è stato Freddy Krueger. Del resto quel falegname disoccupato (interpretato bene da Robert Englund) è abbastanza uomo di mondo da sapere cosa occorre per fare un bel falò e spazzar via tutto: benzina. Fossero stati quei giovinastri, avrebbero usato il cherosene. Sicuro.

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Alla fine arriva il dog ex machina, in un finale in cui Tarantino incontra Walt Disney. Un cane misterioso giunge da chissà dove; sembra essere lì per aiutare il povero Ludlow nel momento di maggior pericolo: coraggio, alzati, sembra dirgli e poi raspando in terra gli mostra la pistola dimenticata dai suoi aggressori. Una specie di solidarietà senza frontiere tra spiriti canini, vivi e morti? “Ti manda Red?” pare chiedergli Ludlow dalle nebbie del suo trauma cranico. Dopo aver svolto l’ambasciata, il bastardello trotta via nel bosco e lascia che l’ex soldato torni ancora una volta per la resa dei conti finale, che è una roba alla Tarantino prima maniera: tutti sparano a tutti e nessuno resta in piedi, chi è vivo non cammina. Striscia.
La dissolvenza è in rosso.

Francesco Ceccamea

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Anno: 2008

Regia: Trygve Allister Diesen, Lucky McKee

Interpreti: Brian Cox, Noel Fisher, Kyle Gallner, Shiloh Fernandez, Kim Dickens, Marcia Bennett, Richard Riehle, Tom Sizemore

Durata: 90 min.

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