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Siamo una nicchia di poche persone forse, ma sicuramente intenditrici, una piccola schiera che adora il cinema del terrore norvegese e gioisce ogni volta può godere di un altro frutto sanguinoso. Dire Fritt vilt significa parlare della saga horror più interessante uscita fuori da questo minuscolo Paese: nulla di così innovativo da far strappare i capelli, ma, come nel nostro bel cinema di genere ormai morto, c’è una tecnica, un senso del ritmo e della suspense da far dimenticare che in fondo in fondo si parla di un ennesimo slasher alla Venerdì 13.

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Al terzo capitolo l’esordiente Mikkel Brænne Sandemose (ma ogni film di questa serie porta una firma diversa alla regia) e i due sceneggiatori Lars Gudmestad e Peder Fuglerud cercano una strada nuova per raccontare le gesta di questo misterioso killer, Geir Olav Brat, tornando indietro di quasi trent’anni rispetto ai fatti avvenuti nei primi due capitoli. Fritt vilt 3 è infatti un prequel, usa questo escamotage per districarsi dall’assoluto finale del film precedente così da potere rimettere in piazza il nostro serial killer preferito senza bisogno di resurrezioni occulte alla Michael Myer o Jason Vorhees.

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Diciamo subito che questo è sicuramente il capitolo più debole, anche perché manca il personaggio cardine di tutta la serie, quello di Jannicke interpretato dalla straordinaria Ingrid Bolsø Berdal che sta a Fritt Vilt come Sigourney Weaver sta ad Alien. Qui purtroppo non abbiamo un personaggio altrettanto forte ed empatico né sul versante maschile né su quello femminile: alla fin fine i giovani protagonisti fungono da anonima carne da macello senza scossoni neppure nel twist finale.

Però non pensiate che Fritt Vilt 3 sia brutto, no è solo un onesto slasher che non raggiunge mai i livelli aurei dei capitoli precedenti, roba però che Marcus Nispel e compagnia brutta dovrebbero invidiare a vita. La nostalgia abbonda come ogni buon prequel richiede: i walkman che mangiano le cassette, i primi prototipi di telefoni senza filo grandi come cocomeri, poi la musica, norvegese o meno, dal taglio anni 80. Siamo in un viaggio nel tempo che riporta lo slasher alle sue radici quando Sean S. Cunnighan girò quel Venerdì 13 che fu da base (più del riuscito Halloween) per tutte le mattanze future cinematografiche: là come qui i boschi, il senso di pericolo imminente, gli omicidi coreografici e sanguinosi. Nulla di nuovo, ma riproposto con una certa freschezza della messa in scena che è difficile trovare in altri prodotti nostalgia, anche ora che il vintage con Netflix e il suo Stranger Things la fa da padrone.Quello però che rende diverso il film di Mikkel Brænne Sandemose è il suo essere retrò portando in scena un serial killer moderno ed è qui che Fritt Vilt 3 diventa potente: l’assassino non cammina con passo zombesco, ma corre, usa armi da fuoco come fucili, non ha bisogno di maschere, e alla fine non c’è neanche bisogno di un finale consolatorio perché, arrivati al terzo capitolo, sappiamo che la serie deve ancora iniziare e che presto nevicherà .

Avremmo certo sperato in un’umanizzazione maggiore dell’assassino protagonista che non fosse solo un pretesto per rimetterlo in pista, ma probabilmente un capitolo introspettivo sarebbe stato poco apprezzato dai fan. In Fritt vilt 3 ci sono cose notevolissime come gli omicidi dal sapore onirico sotto la luna e altre un po’ tirate via come i soliti echi a Non aprite quella porta con i cadaveri appesi come quarti di manzo, ma c’è soprattutto la voglia di raccontare una storia del terrore, convenzionale che sia, con uno stile, un vigore, un’onestà di essere un prodotto d’intrattenimento che non può non far ricordare i Fulci o i Bava dei tempi passati.

E questo a noi tanto basta per essere sazi e felici.

Andrea Lanza

Cold prey 3

Titolo originale: Fritt vilt III

Anno: 2010 – Norvegia

Regia: Mikkel Brænne Sandemose

Interpreti: Ida Marie Bakkerud, Kim S. Falck-Jørgensen, Pål Stokka, Julie Rusti, Arthur Berning, Sturla Rui, Endre Hellestveit, Terje Ranes

Durata: 90 min.

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