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Se il cinema fosse solo un mero prodotto commerciale, nessuno come i Vanzina potrebbero esser considerati degli ottimi capitani d’industria.

In quasi trenta anni di ” carriera”, dobbiamo ammetterlo a malincuore, i nostri fratelli romani hanno più volte sbancato al botteghino. Le loro pellicole sono entrate nell’immaginario collettivo e il loro presunto cinema è emblema degli anni 80.

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Il loro cinema è la rilettura della commedia italiana degli anni cinquanta. Quella popolare dei vari Mattoli e in parte anche di loro padre Steno. Un tipo di cinema che nulla a che vedere con la lezione della commedia italiana di veri e autentici maestri, come Monicelli, Risi, Scola. Non c’è quella satira feroce e amarissima, quelle sceneggiature così acute e dissacranti.  Il Vanzinema si regge su dialoghi imbarazzanti, personaggi che definire macchiette è dar a loro troppa sostanza, musiche messe a caso.  Il tutto ambientato in eterno presente, inseguendo le mode sociali di un dato periodo. Per questo è un cinema assai datato.

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Certo nella loro lunga carriera sono riusciti anche a far un film davvero bellissimo (Sapore di mare) e quando mettono in scena gli anni Sessanta, hanno un tocco lieve e nostalgico che non mi dispiace. Nondimeno i loro prodotti sono il più delle volte mediocri.

Prendiamo per esempio codesta pellicola: Le Finte Bionde. Tratto da un libro di Enrico Vanzina, sceneggiato dallo stesso con suo fratello Carlo, il film racconta la nascita di un nuovo tipo di borghesia, la stessa che avrebbe governato per un ventennio sostenendo Berlusconi,  composta da arrampicatrici sociali e cafoni a seguito. Un tema assolutamente interessante , il quale però viene sprecato in una lunga serie di siparietti e annotazione di costume, che lasciano il tempo che trovano.

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Non mettiamo in dubbio che gli autori abbiano conosciuto quel tipo di persone e ambiente. Nemmeno riteniamo fuori dalla realtà il comportamento di queste persone, non fosse altro che tutti abbiamo incontrato nella nostra vita “una finta bionda” e terribile famiglia appresso, per cui il bersaglio di questa “satira sociale” è centrato.  Detto questo non possiamo non porci una domanda: “Basta metter in scena un gruppo di persone per far satira sociale?” Basta far un copia e incolla di quello che potrebbero dire e fare nella vita reale, per un ritratto irriverente e preciso di una nuova classe ? No, non basta.

Perché nel cinema conta tantissimo il “come”. Basterebbe metter in paragone le sceneggiature dei Vanzina e quelle di Age e Scarpelli, o di altri sceneggiatori della commedia italiana. Basterebbe prender certe opere di Risi o Monicelli e la parata di orrori, banalità, personaggi e dialoghi imbarazzanti, del dinamico duo.

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In qualche ora avremmo sotto gli occhi il crollo del cinema popolare italiano. Non solo, del peggioramento della vita in Italia. Che passa dalla voglia di deridere feroce, amarissima, malinconica de Il sorpasso a questa cosa: inerte, paracula, sconclusionata, piena di strizzatine d’occhio ai soggetti che si vorrebbe mettere alla berlina.

In poche parole: il vuoto assoluto della commedia italica negli anni 80. Non metto in discussione i grandi incassi o che abbiano anche divertito milioni di italiani, però è dovere di ciascuna persona dotata di un minimo di gusto cinematografico, denunciare il degrado assoluto vissuto dalla commedia in quel decennio. Tranne alcuni (Verdone o Nuti) che hanno cercato di non perdere quantomeno una certa malinconia di fondo, per il resto è un cinema classista che procede di pari passo colla decadenza morale, politica, intellettuale del paese.

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Il cinepanettone, creatura vanziniana al 100%, è la grande narrazione di come sono nate, cresciute, arrivate al potere, queste finte bionde. Per cui reputo poco credibile che i Vanzina sappiano davvero far un’acuta satira di costume su una borghesia che, volenti o nolenti, frequentano e li ha portati a coprire un ruolo economicamente di prestigio, nel desolante panorama cinematografico degli anni 80.

Infatti torniamo al ” come”, cioè la scelta di regia e in sede di scrittura sullo stile da usare per portare sullo schermo una storia, potenzialmente forte e interessante, come quella trattata in questa pellicola.

Per quanto la voce fuori campo cerchi in ogni modo di “sputtanare” le protagoniste di questo film, le patetiche scenette di cui son protagonisti i personaggi, ammorbidiscono e annacquano ogni forma di critica. La “recitazione” esasperata e macchiettistica, non aiuta certo a rendere credibile una serie di annotazioni qualunquiste e demagogiche.

Non basta filmare l’invasione di barbari, per fare un’analisi precisa e cruda di costoro. Non basta mostrare per un ora e mezza, delle donne e relativi compagni, perennemente sguaiati o le caricature dei radical chic, per far satira.

Qualcuno potrebbe dire che , in realtà, quella è la rappresentazione dal vero di un gruppo sociale, allora nascente sulle ceneri degli Yuppies, senza filtri o moralismi ideologici.  Da questo punto di vista, il cinepanettone è il neorealismo dei nostri tempi.

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Teoria che io non accetto e rigetto totalmente. Prima di tutto perché ogni forma cinematografica deve rielaborare la realtà, codificandola attraverso una visione e poetica personale e uno stile che non sia ” mettiamo la macchina da presa dove c’è posto va!” In secondo, certa sciatteria cinematografica fa male al cinema e a chi lo vede. Imponendo un immaginario collettivo sempre più basso, allo stesso tempo innocuo, son convinto che nessuna “finta bionda” si sia sentita urtata da questa pellicola, e pericoloso, poiché ogni forma di bellezza cinematografica è piegata a un linguaggio povero e scadente. Terzo punto non c’è , in questa pellicola, una vera riflessione, la voglia di uno sberleffo graffiante, ma nemmeno una certa affettuosa partecipazione alle storie dei personaggi.

Quello che rimane è un’opera debole, senza guizzi, per nulla divertente. Un film che spreca due ottimi caratteristi come Antonello Fassari e Maurizio Mattioli, una pellicola che, volendo anche fare un discorso a favore dei Vanzina, rimane fuori dalla loro portata e dimenticabile.

Peccato perché Sapore di mare, come detto, e Il pranzo della domenica, per parlare di un film più recente del regista, erano buonissime pellicole, degne sicuramente di una filmografia vanziniana che poteva dare di più e non l’ha mai fatto.

Davide Viganò

NOTA A MARGINE di Andrea K. Lanza:

Mentre mi decido a postare questa recensione di un film che amo moltissimo, Le finte bionde, stroncato dall’amico Davide Viganò in una critica come sempre ineccepibile, arriva la notizia che Carlo Vanzina è morto all’età di 67 anni, oggi. Noi di Malastrana vhs che siamo cresciuti con pane e Vacanze in America non possiamo fare altro che incassare il colpo duro, anzi durissimo della vita. 

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Le finte bionde

Anno: 1989

Regia: Carlo Vanzina

Interpreti: Cinzia Leone, Guido Nicheli, Antonello Fassari, Sergio Vastano, Cinzia Bonfantini, Maurizio Mattioli, Alessandra Casella, Licia Colò, Bruna Feirri, Francesca Reggiani, Emanuela Rossi, Vincenzo Crocitti, Paolo Baroni, Paola Quattrini, Vincenzo Crocitti, Massimo Wertmüller, Renzo Ozzano, Riccardo Rossi, Pino Insegno, Isaac George, Sergio Di Pinto, Lucia Stara

Durata: 95 min.

 

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