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Nell’era di internet praticamente tutto lo scibile umano è alla portata di ciascuno. Storia, scienza, filosofia, il sapere è pronto per essere gustato. Assaporato. Amato.
E snobbato.

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Come mai potranno la fisica quantistica, la nascita di una nazione, lo spazio profondo competere con gattini pucciosi, teorie del complotto e video con gente che muove le sedie e poi incolpa il fantasma di nonno Gino? Risposta: non possono. Perché se è vero che il web ha consentito l’accesso a un mondo più vasto e, conseguentemente, a un numero maggiore di teorie, metodi e prove, è altrettanto vero che ha spalancato le porte di nuovi misteri. Il problema, con questi misteri, è che diventano tali anche quando non lo sono affatto. Slenderman, fantomatica creatura rapitrice di bambini, è il prodotto della fantasia di Victor Surge, nome d’arte di Eric Knudsen, creato per un concorso fotografico su Something Awful. Un semplice lavoro di ritocco fece esplodere il mito: creepy pasta, fan art, cortometraggi, web series, film. Tutto nella norma, anche accattivante in termini evocativi, non fosse che, nel 2014, l’evocativo ha leggermente esagerato causando tre casi di tentato omicidio in diverse zone degli States. Le quasi omicide erano tutte ragazzine dai dodici ai quattordici anni e la motivazione era la stessa: è colpa di videogiochi, musica metal e film violenti. No, sto scherzando, in realtà erano ossessionate da Slenderman, ma nella guerra “videogiochi VS mia figlia potrebbe avere dei problemi”, i videogiochi vincono sempre.

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Con tutto questo alle spalle è comprensibile l’interesse che ha portato un nuovo film a esordire nelle sale, nonostante le polemiche nate da uno dei genitori delle ragazze coinvolte nei crimini sopra citati. D’accordo o meno con quello che il signor Bill Weier afferma, cioè che si “spettacolarizzi una vera e propria tragedia” e che ciò sia “qualcosa di assolutamente deprecabile”, a Hollywood se ne sono sbattuti altamente le palle, perché se c’è un’idea che può essere vincente si va dritti alla meta. E Slenderman è un’idea dannatamente vincente: una creatura soprannaturale vestita come un Men in Black, alta, senza volto, con tentacoli neri, poteri occulti e rapitore di bambini. Con una cosa del genere fra le mani quasi non ti serve una trama, la sola atmosfera ti fa vincere facile. Per sbagliare un film con questa premessa dovresti farcirlo di stereotipi, jump scare inefficaci, brutti effetti speciali e ragazzini protagonisti in un mondo senza adulti. Insomma, un teen movie. A nessuno verrebbe in mente un suicidio artistico simile.
Ok, a questo punto è palese che sto per girare la frittata, vero? Lo sapete voi e lo so io, ma non posso fare altro. Posso solo apprezzare il grosso impegno che ci hanno messo per mandare a quel paese un villain interessantissimo, con una vera e propria mitologia nata sul web. Immagino le notti insonni passate da Sylvain White, regista, e David Birke, sceneggiatore, intenti a capire come rovinare un film con buone potenzialità.

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Slenderman è un horror scialbo, privo di qualsivoglia personalità, sorretto da una sceneggiatura scontata quando non pretestuosa e giocato sullo spavento facile che provoca più noia che paura. Il plot di fondo è il solito topos di mille altri film: un gruppo di adolescenti decide di seguire un tutorial su internet ed evocare Slenderman, portando il mostro soprannaturale a irrompere nelle loro vite, sconvolgendole con orrore. Sorvolando sul fatto che possa esistere un tutorial per evocarlo, che lo schema sia reiterato fino alla nausea, che i rapporti fra le protagoniste siano abbozzati, che i personaggi non seguano una logica, che alcuni elementi vengano buttati nel mucchio senza mai essere approfonditi, sorvolando su tutto questo e molto altro, cosa resta? Pianti, urla, cotte adolescenziali, CG di scarsa qualità e un senso di inutilità che, questo sì, fa davvero paura. Birke probabilmente si dimentica come fare il proprio lavoro e costruisce un’impalcatura traballante e superficiale, mancando non solo la valorizzazione dell’antagonista, ma anche una caratterizzazione degna delle protagoniste.

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Le ragazze sono modellate in modo che il target di riferimento del film possa identificarcisi, tuttavia si sono dimenticati la benché minima identità psicologica, sono macchiette, cliché ambulanti che non vedi l’ora finiscano tra le grinfie del mostro. Mostro che non sa nemmeno lui che ci sta a fare lì in giro, che penetra nelle case avvisando le vittime con un video in diretta sullo smartphone. Avete capito bene: suona lo smartphone e arriva un video messaggio, in diretta, dove si vede la soggettiva di qualcuno che entra in casa e si avvicina alla malcapitata di turno. Non ci è dato sapere se Slenderman usa un iPhone oppure si connette al cellulare della vittima in qualche modo bizzarro, ma in qualunque caso il disagio è talmente allo stremo da richiamare a sé tutti gli improperi, gli insulti, le maledizioni creando una bomba atomica di parossismo feroce, in procinto di esplodere con furia vendicativa.

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Cos’è successo? Volevano davvero un PG13? Un bell’horror per famiglie senza violenza, sangue, angoscia, atmosfera, praticamente senza orrore. Slenderman è un quieto e innocuo miscuglio di nulla cosmico, costellato da interpretazioni dimenticabili e da scelte narrative ridicole, quando non imbarazzanti. Se vi stuzzica l’idea di fondo pensateci comunque bene: sicuri di non avere davvero qualcosa di meglio da fare?

Manuel “Ash” Leale

Slender Man

Anno: 2018

Genere: horror

Regia: Sylvain White

Interpreti: Joey King, Julia Goldani Telles, Jaz Sinclair, Annalise Basso, Alex Fitzalan, Taylor Richardson, Javier Botet, Jessica Blank, Michael Reilly Burke, Kevin Chapman, Miguel Nascimento, Eddie Frateschi, Oscar Wahlberg, Danny Beaton, Gabrielle Lorthe

Durata: 93 min.

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