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Dopo Beyond The Black Rainbow, incipit evanescente, vanesio e stralunato della carriera registica di Panos Cosmatos, ci si poteva aspettare di tutto, tranne un buon film. Eppure Mandy funziona. Lento e diluito come un orgasmo alcolico, appesantito da una foschia emotiva dolomitica, eppure alla fine le cose funzionano.

Screenshot-33.pngA basarsi sulla trama poteva venir fuori un buzzurro exploitation di ritorno e invece è un imploitation elegante e venefico. Un uomo che vendica la morte dell’amata, bruciata viva da una setta di fanatici cristiani. Poteva andar bene per Chuck Norris e il papà di Panos alla regia, nel 1987 ma qui siamo in una dimensione altra. In un certo senso sono gli anni 80 della ditta Cosmatos ma dopo uno stravolgimento implacabile fatto di droghe e sogni perduti. Nicholas Cage barbuto, bolso e sopra le righe sembra quasi sobrio e controllato, rispetto a tutto quello che lo circonda. Le interpretazioni dei cattivi sono ancora più esasperate e quella di Mandy (Andrea Riseborough) è impenetrabile: è una dama in pericolo così abbruttita e sgualcita da sembrare la figlioccia di Shelley Duvall dopo un frontale con Marty Feldman.

bcr3jhxTW3A04ZqPLxrOeDlZVKC’è un momento in cui è lei la cosa più inquietante dell’intero film. Nicholas la osserva con lo sguardo da un milione di canne a colazione tipico di tutto il film e sembra rimanerne turbato. L’inquadratura torna sul primo piano di lei e vi si immerge fino all’annegamento: c’è qualcosa che scava dentro di noi dal viso di Mandy, in quello sguardo leggermente sghembo, gli occhi torbidi. Forse la cosa più spaventosa è anche la più spaventata. Il volto di uno spettro ci gela il sangue ma non sarà mai gelato come il suo.

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Magari i due amanti, in quel frangente notturno, mentre fanno il bagno e si rilassano, captano la tragedia che immane, o forse vivono uno di quei rari momenti macabri del quotidiano vivere amoroso. L’amore è un demone che gli uomini vorrebbero portarsi in casa, addomesticarlo e sperare che faccia il bravo, e non li divori nel sonno. Illusi.

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Se possiamo permetterci un parallelo tra cinema e musica, il film di Cosmatos potrebbe essere paragonato a un disco degli Electric Wizard, ovvero un macigno stoner-doom metal che rotola nella nebbia fino al fondo di un lago pieno di morti. Il fattore che ha trasformato Mandy in un capolavoro rispetto a Beyond The Black Rainbow è la semplicità e l’immediatezza della trama. Il desiderio di vendetta, la rima baciata del taglione, mentre nell’esordio del regista, oltre allo stile plumbeo e affaticante, c’era una storia che sarebbe stata difficile da capire anche in mano a Thomas Greengrass. Se la struttura è robusta, solida, Cosmatos può volteggiarci intorno come uno pterodattilo con scarse cognizioni di volo e poca voglia di imparare.

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Mandy è un film fortemente autoriale e non tutti lo apprezzeranno. Diciamo che è un tipo di cinema da stupefacente. L’errore che si fa con l’arte stoner è credere che sia come la psichedelia degli anni 60: ingerire allucinogeni così da percepire appieno e godersi il vero senso di quella musica ripetitiva e noiosa per una mente troppo lucida e frenetizzata dalla realtà. In questo caso è diverso, però. L’arte stessa fa da alterante mentale. E non si esagera a dire che alla fine del film di Cosmatos ci si senta come dopo un lungo sogno intenso fatto all’aria aperta, di notte. Ci si ridesta con il sudore mescolato alla brina e non si ricorda nulla, a parte il sogno. La storia inizia come un qualsiasi horror-movie di frontiera e dopo il rogo si trasforma in una specie di Excalibur boormaniano strascicato sulla piastra da un George Miller d’annata. Se dopo questa definizione ancora non siete convinti di correre a vederlo non saprei cos’altro inventare.

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È un film che sa di terra. C’è la persecuzione puritana, l’idillio adamitico del paradiso terrestre, i seguaci di Dio che rompono tutta la pace portandovi il fuoco e buttandoci sopra a cuocere la mela proibita. È la vendetta biblica di un uomo che segue la rabbia come un faro, così da tirarsi via dalla palude di dolore e stordimento dovuti alla perdita, allo shock e il trauma di aver visto il barlume più folgorante della sua esistenza di ottuso boscaiolo sensibile, esaurirsi fino alla cenere.
Difficile capire in tutto questo spossante lucore, nella tetra e lugubre selva che Cage attraversa in cerca di demoni motorizzati e altre creature da vecchio drive-in, dove finisca il talento di Cosmatos e prosegua il suo sferragliante apprendistato di regista. Ogni cosa qui sfugge ai canoni del buon racconto. Ritmo, chiarezza, misura. Solo un elemento è rintracciabile e indiscutibile. Visivamente siamo a livelli di potenza evangelica. Se non fosse per la motosega e le stupide motociclette a quattro ruote, potremmo anche parlare di Antico Testamento, con Conan al posto di Mosè, ovviamente.

Francesco Ceccamea

 

Mandy

Regia: Panos Cosmatos

Interpreti: Nicolas Cage, Andrea Riseborough, Linus Roache, Bill Duke, Richard Brake, Clément Baronnet

Durata: 120 min.

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