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Mi chiamo Lily Colson. Ho 18 anni. E non so se io e le mie amiche supereremo la nottata.

Con queste parole si apre Assassination nation, seconda prova registica di Sam Levinson che i ragazzacci della serie B conoscono più che altro per essere stato uno dei carcerati dell’intenso Stoic di Uwe Boll. Già da queste poche frasi, si percepisce la direzione che il film andrà a prendere: una nuova Notte del giudizio in versione teen movie. Si e no a dire il vero perché la parte alla DeMonaco c’è ma è relegata al secondo atto, quello che porta una moderna caccia alle streghe in una città, Salem, nel 22esimo secolo, pronta a impiccare, immolare come nel 1692 donne innocenti senza ancora nessun vero processo.

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Assassination nation è potentissimo, stiloso, un figlio bastardo nato dai bagordi dello Spring breaker di Harmony Korine con una narrazione che un tempo si sarebbe chiamata da MTV e che ora appare schizzata, schizofrenica, da MDMA tenuta sotto controllo con il Lexotan.

Nel giroscopio di luci intermittenti, colori violenti e immagini veloci che bombardano lo spettatore, il film cerca di essere dalla parte dei diversi, degli emarginati, degli outsider, gli stessi che armati di fucili, nella finzione, facevano esplodere tritolo e rivoluzione alla Westerburg High, e, nella realtà, alle Columbine, dritto dritto nel cuore, american beauty, di villette e incesti tra i denti, dei meravigliosi Stati Uniti d’America.

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Ci riesce in parte fallendo solo per la mole esagerata di input che il suo autore, regista e sceneggiatore, vomita in  faccia, come dopo una colossale sbronza, al suo pubblico, ma è indubbio che il suo quartetto di eroine, bellissime e sfigate, vestite come in un sogno erotico da nerd con katane, due pistole alle John Woo e potenza deflagrante da Hiroshima uterino, sono non solo personaggi, ma icone di genere, quello dei ragazzi problematici che, da John Hughes a Gregg Araki, ha raramente dato un posto in prima fila alle donne. Almeno non in maniera così stracazzutissima e prorompente.

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Assassination nation è un film che sa affrontare il difficile e delicato tema dell’adolescenza e dei pericoli del web senza scadere nel banale o nel moralista, cosa non da poco. La protagonista Lily, ragazza  tutta casa e chiesa, amiche del cuore, voti alti, si rivela così tremendamente umana, un amore segreto, delle voglie non soddisfatte dal fidanzato, un padre e una madre assenti, diventando agli occhi della sua piccola comunità una strega ributtante. Ecco che la famiglia non l’ascolta e la butta fuori casa, ecco che il suo mondo crolla, per strada la chiamano “puttana”, vogliono sgozzarla, ucciderla, bruciarla, Lily da Barbie bionda e perfetta è diventata una Monster High per ragazzine che si incidono la carne.

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Non è diversa la Salem del 2018 da quella del diciasettesimo secolo, un micro mondo impazzito dove la legge è quella del fuoco, della lapidazione, della donna che scopa solo alla missionario, sotto l’uomo, perché l’uomo, e solo lui, deve essere il baricentro dell’universo. La femmina, la moglie,  la figlia, la poetessa rinchiusa tra le mure di un manicomio è da compatire, curare, infibulare se è necessario. O, peggio, da uccidere, murare, rendere sposa di Cristo. Brucia, strega brucia. Sottomessa sempre agli occhi di nostro Signore.

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Così la nostra Lily scopre che un mondo dove i messaggi sul cellulare sono pubblici è un mondo utopicamente impossibile, un inferno dove i nostri peccati sono sotto gli occhi di tutti, da un sindaco che incita furiosamente a ghettizzare i gay e la sera si veste da donna, così via, di peccato e peccatore. Ed è qui che le maschere metaforiche cadono per indossare altre maschere, questa volta da slasher, Jason che soppianta i cappucci del KKK, perché la colpa non può essere nostra, un agnello che monda i peccati del mondo deve esistere, così è sempre stato, dai tempi del Golgota o di Rodney King. E Lily diventa la madre di tutte le colpe. Eli, Eli, lama sabac thani?

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Female Prisoner 701: Scorpion di Shunya Ito

Come in una versione hardcore di Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, i messaggi segreti di un cellulare sono l’inizio dell’apocalisse: donne tradite picchiano altre donne ferocemente, nei parcheggi, come in una guerra tra cani per l’osso, si massacrano i figli in bagni tinteggiati dal sangue della propria progenie, Medea e il conte Ugolino in un  amplesso musicato da 100 Bad di Charlie Heat, ipnotico e romantico come un Mcdrive. In un paesino, che, a leggere su wikipedia, contava nel 2017 più o meno 44 mila anime, a farne le spese sono soprattutto loro, i diversi, come nel caso della transessuale Bex,  rapita e lì lì per essere impiccata come simbolo dell’America bianca, eterosessuale e cristiana. O del preside Turrell, pedofilo solo per aver scattato foto alla figlia, ma la sua colpa è probabilmente radicata nel DNA, in quella pelle nera da stupratore che i buoni padri fondatori arrostivano nei campi di cotone. Buana, fratello, buana.

Take this hammer, (huh!) carry it to the captain (huh!)
Tell him I’m gone, tell him I’m gone (huh!).
If he ask you (huh!) was I runnin’, (huh!)
Tell him I’s flyn’, tell himI’s flyn’ (huh!)

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Assassination nation è un’opera solo all’apparenza semplice e superficiale, soprattutto per il linguaggio videoclipparo che sceglie di adottare, ma che in realtà possiede una grande forza visiva, visionaria e anarchica. La regia di Sam Levinson è in stato di grazia, è capace di regalarci momenti di incredibile goduria figurativa come la sequenza che preannuncia il massacro della cheerleader Bella Thorne, prezzemolina della produzioni teen, con la sua assassina in posa, mazza alla Harley Quinn, mentre sullo sfondo una gigantesca bandiera americana troneggia. O ancora il finale con le quattro ragazze, redivive e agguerrite, in una marcia contro i loro aguzzini, non più sole ma supportate da una una folla di altre donne. Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo in versione #MeToo perché d’altronde  quello è il pensiero della nuova Lily, uscita indenne dalla sua personale notte del giudizio.

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Da quando sono nata, non ho ricevuto che ordini. Sorridete. Divaricate le gambe. Elargite la vostra figa. Parlate più piano. Urlate più forte. State in silenzio. Siate sicure di voi. Siate interessanti. Non fate cosi’ le difficili. Siate forti. Non reagite. Siate un angelo. Siate una puttana. Siate una principessa. Siate tutto ciò che volete. Persino il presidente degli Stati Uniti d’America. Scherzavo. Fanculo. Volete ancora uccidermi? Violentarmi? Pugnalarmi? Spararmi? Andiamo. Radunate i vostri sgherri. Afferrate le armi e nascondetevi dietro le maschere. Ora volete farlo nella vita vera? Fate del vostro meglio. Perché per tutta la vita mi avete preparata per questo. Potreste uccidermi. Ma non ci potete uccidere tutte“.

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A completare la riuscita dell’opera un cast, soprattutto di attrici, convincente, con le sue ragazze caricate nella recitazione come fossero testimonial di un moderno “We Can Do It!” dell’epoca Kill Bill.

Non male.

Andrea Lanza

Assassination Nation

Regia (e sceneggiatura): Sam Levinson

Produttori: David S. Goyer, Matthew J. Malek, Anita Gou, Kevin Turen, Aaron L. Gilbert, Manu Gargi

Interpreti: Suki Waterhouse, Hari Nef, Odessa Young, Danny Ramirez, Bill Skarsgård

USA, 2018, durata 110 minuti

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