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Dove si annida il Male? In che zone oscure della nostra mente o profonde della nostra anima? Ha a che fare con l’individuo o egli è solo plasmato dall’ambiente in cui vive? Queste sono alcune domande che potremmo farci mentre guardiamo questo film decisamente riuscito, disponibile su Netflix.

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Hold the dark segue le tematiche care al regista. Se in Blue Ruin si poneva una riflessione sul desiderio di vendetta e in Green Room c’è di scena la violenza dei gruppi di estrema destra, qui abbiamo a che fare con lo stretto legame tra la bestialità degli animali e l’istinto ad uccidere degli esseri umani.

hold the dark - recensione film saulnier

Russel è un naturalista in pensione che ha ottenuto un vasto successo economico grazie a un libro in cui parla dei libri.  In quelle pagine affronta anche il tema della caccia a questi magnifici animali. Questo spinge una giovane donna a contattarlo in quanto è convinta che un branco di lupi abbia rapito e presumibilmente sbranato il suo piccolo bimbo. Le cose però non sono come sembrano e il ritorno a casa del marito della donna ( un reduce della guerra psicopatico) non farà che aumentare il clima di violenza, sofferenze e pericolo che circonda Russel.

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Il film è tutto qui.  Vi assicuro non è affatto poco. Perché l’opera spiazza lo spettatore convinto di veder un prodotto che punta tutto sul branco di lupi cattivi e feroci e invece loro sono forse la minaccia meno pericolosa dell’intero film. Chi fa davvero paura sono gli esseri umani. Uomini e donne cresciuti in un ambiente ostile, freddo, duro.  Un posto dove c’è sempre la neve, la tormenta, pochissimo sole. Tutto quel buio e freddo non possono che spinger le persone ad alienarsi, a impazzire.  Sì, il Male è legato ai luoghi, all’ambiente sociale e questo influenza l’essere umano. Nel piccolo paese la comunità cerca di esorcizzare questa follia latente e pronta ad esplodere che alberga in molti di loro dando la colpa ai lupi.  La bestia,  l’animale, quello che non è umano come noi. Un confortevole alibi per non affrontare il dolore, la sofferenza, il senso profondo di solitudine, abbandono. Ognuno ha storie di sangue e crudeli alle spalle e nulla serve dar a costoro una parvenza di civiltà. La polizia è nemica come lo sono le altre bestie. Uccidere sbirri o lupi è la stessa cosa.

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Un delirio lucidissimo  di follia mascherata da rapporti coniugali o di amicizia. Il reduce è una macchina per uccidere che talora mostra una sua morale (in guerra uccide un altro soldato americano sorpreso mentre stupra una donna irachena e più volte risparmia la vita a Russel perché ha saputo che costui voleva trovare il lupo responsabile della scomparsa del figliolo) ma spesso è come se fosse un automa programmato per ammazzare, la giovane moglie una donna distrutta dalla solitudine, dall’isolamento. In questo mondo totalmente dipendente dalla violenza e da leggi tribali non scritte, solo Russel e un funzionario di polizia sembrano aver un minimo di umanità. Questi due sono persone che provano sentimenti, empatia, sono spiazzati e spaventati per tutta la violenza gratuita a cui assistono. Rappresentano il tentativo vano della civiltà di resistere,

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Il film tuttavia non è un’opera monocorde, per fortuna non si basa su un pessimismo d’accatto e un nichilismo per quarantenni incapaci di vivere. No. A modo suo riesce anche a regalare una piccola speranza sul finale.

Detto questo quello che impressiona è la regia di Saulnier: mdp dai movimenti lenti e fluidi, grande senso dell’inquadratura e la descrizione minuziosa della violenza. Sopratutto è abile a costruire tutta una serie di eventi e dettagli che porteranno poi a un’esplosione di crudeltà molto potente.

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Il vero pericolo non sono tanto le bestie e la natura ma gli esseri umani.  Tranne quelli che, pur avendo toccato con mano l’inferno, cercano di non perdersi del tutto e cercano un tentativo di avvicinamento delle persone che per vari motivi hanno lasciato a distanza dalla loro vita e dal loro cuore.

Una sorta di risveglio dopo un lunghissimo incubo. Perché questo sembra essere codesta pellicola, un incubo. Il film procede con un ritmo lento, rarefatto, quasi immobile, come se fossimo persi in un’altra dimensione in cui il tempo si dilata, espande e in cui le azioni subiscono un’improvvisa deriva verso la violenza più assurda, pleonastica, folle . Per cui non lasciatevi ingannare dal ritmo non proprio sostenuto e godetevi questo viaggio infernale in uno dei posti più ostili del mondo: L’Alaska.

Davide Viganò

Hold the Dark

Anno: 2018

Regia: Jeremy Saulnier

Interpreti: Riley Keough, Jeffrey Wright, Alexander Skarsgård, James Badge Dale, Julian Black Antelope, Michael Tayles, Tantoo Cardinal, Conor Boru, Anabel Kutay, Tantoo Cardinal

Durata: 125 min.

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