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David Wickes è uno dei tanti nomi che probabilmente non vi diranno niente, ma, a suo modo, è stato un pioniere del cinema, stavolta però trasposto in tv.

L’11 e il 18 ottobre 1988 fu trasmesso sulla rete inglese ITV il suo Jack the Ripper (da noi La vera storia di Jack lo squartatore), un tv movie di 182 minuti, realizzato a cento anni precisi dagli omicidi di Whitechapel. In Italia sbarcò invece un anno dopo, in onda in prima serata, su Canale 5, il 22 e 23 ottobre 1989, non senza un certo clamore per l’epoca.

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Jack the Ripper versione 1988 nasceva dallo studio di documenti ufficiali dell’epoca quindi sulla carta era un lavoro d’indagine che poco spazio dava alla fantasia. Alla fine delle tre ore abbondanti una scritta infatti recitava:

Nello strano caso di Jack lo Squartatore, non c’era nessun processo e nessuna confessione firmata.

Nel 1888, non erano in uso né le impronte digitali né gli esami del sangue, né tantomeno erano disponibili testimonianze forensi o testimoni oculari. Pertanto, la prova certa sull’identità dello Squartatore non è disponibile.

Siamo giunti alle nostre conclusioni dopo uno studio attento e una deduzione scrupolosa. Altri ricercatori, criminologi e scrittori potrebbero avere un’opinione diversa.

Crediamo tuttavia che le nostre conclusioni siano vere”.

2019-02-18 15_15_33-VHS - LA VERA STORIA DI JACK LO SQUARTATORE di David Wickes [RCA] _ eBay

Già queste affermazioni tradiscono però le premesse di un’opera che voleva dire l’ultima parola sugli omicidi di Whitechapel svelando per la prima volta l’identità del killer,  uno scoop eccezionale, senza dubbio, se fosse stato vero.

Non stiamo qui a svelare il colpo di scena, a livello spettacolare comunque ben assestato, ma le licenze che il regista prende sono molte, a cominciare dalla figura dell’ispettore che seguì il caso di Jack lo squartatore, Frederick Abberline, qui ritratto fantasiosamente come un alcolizzato. E’ però curioso come, nel successivo From Hell di Albert e Allen Hughes, tratto da Alan Moore, il poliziotto fosse descritto, con uguale licenza poetica, come un oppiomane, cosa che non fu mai. L’Ispettore Capo Walter Dew, un detective assegnato alla Divisione H di Whitechapel nel 1888, che conosceva molto bene Abberline, lo descrive invece come un uomo abbastanza pacioso, simile ad un direttore di banca. Certo è che non era celibe, come quasi tutte le sue reincarnazioni cinematografiche vogliono, ma sposato con la trentaduenne Emma Beament in seconde nozze dopo la morte prematura, per tubercolosi, della prima giovane moglie. Presente anche in La vera storia di Jack lo squartatore Emma Beament, interpretata dalla bellissima Jane Seymour, è invece qui una vecchia amante di Abberline che, ad un certo punto, lo tradirà con un attore, nell’incarnazione di un gigionesco Armand Assante.

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Di altri film sull’omicida ce ne sono stati e altri ce ne saranno dopo questo, ma la maggior parte, come nel caso dell’eccellente Omicidio su commissione di Bob Clark o, del già citato, From Hell, punteranno sulla teoria più accreditata, quella di un complotto massonico che coinvolgeva la famiglia reale. La vera storia invece sceglie una strada meno tortuosa, ma non per questo meno spettacolare, con un finale davvero pieno zeppo di colpevoli probabili e un assassino tra i più insospettabili.

In passato Wickes aveva curato la regia, nel 1973, di Jack the Ripper, una miniserie documentaristica di 6 episodi (due suoi) che cercava di scoprire, attraverso interviste e documenti originali, la vera identità dello squartatore.

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La vera storia di Jack lo squartatore (scritto dal regista con Derek Marlowe) è uno dei migliori prodotti sul tema: un’opera piena di ritmo anche nei tempi televisivi, impreziosita da ottime interpretazioni e con un gusto certosino nel ricostruire sia i delitti del killer che la Londra  ottocentesca. Non vi aspettiate però sangue a profusione: la sua natura da fiction tv non gli permette di calcare la mano laddove, per esempio, i precedenti lavori di Jesus Franco (Erotico profondo, 1973, con Klaus Kinski) e Robert S. Baker con Monty Berman (Jack lo squartatore, 1959) erano più scatenati nella violenza grafica pur trattando la stessa storia. E’ indubbio però che raramente si era visto prima in  televisione un prodotto di genere thriller così ben riuscito e capace di rivaleggiare con film girati e scritti per il cinema.

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A fare la parte del leone è senza dubbio Michael Caine che stringerà col regista Wickes un sodalizio fortunato tornando anche per il successivo Jekyll e Hyde del 1990, girato sempre per il piccolo schermo. Per La vera storia di Jack lo squartatore l’attore prese 1 milione di dollari su 11 di budget e rimpiazzò il protagonista scelto originariamente, il Barry Foster di Frenzy. Questa scelta non fu dovuta all’incapacità di quest’ultimo, ma semplicemente perché erano entrati nel progetto dei produttori americani e l’opera per essere venduta meglio chiedeva una star nel ruolo principale.

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Armand Assante, un ottimo interprete mai diventato davvero famoso, interpreta con convinzione il ruolo dell’egocentrico Richard Mansfield, attore che porta in scena un orrorifico Dottor Jeckyll e Mister Hyde con tanto di mutazioni raccapriccianti (la faccia che si gonfia, la risata bambinesca) davanti ad una platea terrorizzata. La cosa curiosa è che il make up del mostro verrà ripreso in Jekyll e Hyde, sempre, come già detto, di Wickes con Caine. Assante carica molto la sua recitazione, ma riesce a non risultare mai eccessivamente fastidioso pure nell’eccesso.

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Jane Seymour non ebbe una carriera così sfolgorante e la si ricorda principalmente per essere stata una splendida Bond girl in Vivi e lascia morire con Roger Moore, anche se vinse il Golden Globe per le fiction La valle dell’Eden e La signora del west. Nel 1983 era lì lì per interpretare la protagonista del fortunato Uccelli di rovo ma, durante una scena d’amore, perse del latte materno (aveva partorito da poco) sulla star Richard Chamberlain che chiese il licenziamento repentino dell’attrice minacciando di andarsene. Noi di Malastrana non saremmo mai stati di certo così schizzinosi anche perché siamo della vecchia scuola: a noi di una donna non fa schifo nulla, poi, cazzarola, la Seymour.

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Padre Ralph era intollerante al latte e alle donne

Da citare anche l’ottima interpretazione del divo tv Lewis Collins, l’aiutante di Abberlin, e la presenza nel cast di una ormai sfiorita Susan George (Straw Dogs, Die Screaming, Marianne, Fright e Dirty Mary, Crazy Larry, tra i suoi cult).

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Leggenda racconta che in pochissimi della troupe sapessero l’identità dello squartatore e per questo Wickes chiese ai suoi attori di recitare come se tutti fossero colpevoli. Il regista arrivò persino a girare 4 finali che mostravano 4 assassini diversi.

All’epoca uscirono due versioni del film: una lunga per la televisione e una più breve di neanche due ore, un po’ come accadde per Le notti di Salem di Tobe Hooper. Inutile dire che il montaggio cinematografico è lacunoso ed eccessivamente col fiato corto.

Il successivo Jekyll & Hyde è di certo meno ambizioso come progetto, ma non per questo meno interessante. La durata stavolta è di appena 96 minuti, ma alcuni siti, senza nessuna fonte, lo danno diviso, come Jack lo squartatore, in due parti di un’ora e mezza. Certo è che l’unica versione conosciuta è questa più breve e non ci risulta che da nessuna parte sia mai stato trasmesso come miniserie. Oltretutto in Italia arrivò per la prima volta in tv nel ciclo I bellissimi di Rete 4 senza il clamore della precedente opera di Wickes.

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Certo è che girare l’ennesimo adattamento de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Stevenson non  dev’essere sembrata poi un’idea così brillante, ma il film non è senza sorprese narrative. La migliore trasposizione dell’opera la si deve a Terence Fisher che con Il mostro di Londra (The Two Faces of Dr. Jekyll, 1960) presenta un ribaltamento dei classici ruoli del romanzo: il protagonista è un vecchio misantropo e la sua controparte malvagia invece giovane e affascinante. Qui invece Wickes resta ancorato al concetto della malvagità intesa come mostruosità ma, attenzione, calca la mano come nessuno prima su questo: il suo Hyde, più dello Spencer Tracy bestiale del capolavoro di Victor Fleming (Dr. Jekyll and Mr. Hyde, 1941), è un essere raccapricciante, orribile a vedersi e più simile ad una bestia rabbiosa che ad un uomo dotato di intelligenza. Le intenzioni di Michael Caine/Jekyll vengono tradite dai fatti: “Volevo creare il bello dal brutto, l’intelligente dallo stupido“. Non c’è che dire: esperimento fallito.

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Wickes, qui unico sceneggiatore, non punta, come già nella precedente opera, negli effetti grandguignoleschi, ma osa alcune scene, sul versante sessuale, non così caste come tradizione televisiva imporrebbe, a cominciare dallo stupro di Sara Crawford, la fidanzata di Jekyll, da parte di Hyde. Certo non vediamo l’atto mentre è attuato ma quando la ragazza si mostra, seminuda e con la schiena lacerata di tagli, possiamo presagire che i due non hanno giocato tutta la notte a settebello.

Il make up di Caine in versione mostruosa è efficace e, come detto in precedenza, ricorda il trucco di Assante in La vera storia di Jack lo squartatore: un Hyde simile ad un grasso bambino malvagio.

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La vicenda è raccontata in flashback e assesta uno dei suoi colpi più duri proprio nell’epilogo, crudele e inaspettato, pieno di un delizioso humor nero. Di più non possiamo dire per non rovinare la sorpresa.

Jekyll & Hyde è un film ottimo sul piano narrativo, perfetto su quello scenografico, ma paga stavolta un’interpretazione non così brillante di Michael Caine quando non gigioneggia col mascherone. Il suo Jekyll è insipido, la sua recitazione monocorde e sottotono, in più con i suoi 57 anni nel 1990 risulta anche eccessivamente fuori parte in un ruolo che lo vuole pure come affascinante seduttore.

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Ad affiancarlo l’ex Charlie’s Angels Cheryl Ladd, ancora splendida alla soglia dei 40 anni, e purtroppo però anche lei un esempio di casting bizzarro che la costringe ad interpretare un personaggio di almeno 10 anni in meno, non risultando però mai credibile.

Il migliore del lotto horror firmato Wickes è però anche il più sconosciuto, quello che sulla carta era un fallimento e che invece si rivela essere una tra le opere più innovative e brillanti tratte da Mary Shelley, Frankenstein.

Girato nel 1992 ma da noi distribuito direttamente in vhs per la VIVIVIDEO/RCS a ridosso del Frankenstein di Kenneth Branagh, nel 1994, è un film molto interessante e, come ci ha abituati il regista, dall’impianto altamente spettacolare.

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La versione visionata in videocassetta oltretutto è molto buona, gratificata anche da un ottimo doppiaggio che non presenta la solita negligenza pedestre degli adattamenti diretti in home video.

Quello che differenzia questo Frankenstein da ogni altro mai girato è l’umanizzazione del mostro, ritratto non come una bestia incattivita ma come un candido voltairiano, un puro che si trova a scontrarsi con un mondo violento e feroce. Tanto pathos nella caratterizzazione della creatura si deve alla delicata (e inaspettata) recitazione di Randy Quaid, conosciuto al grande pubblico soprattutto per ruoli comici. L’attore, premio Oscar comunque per il bellissimo L’ultima corvé (The Last Detail) di Hal Ashby, rende perfettamente il dramma di un uomo che sembra affetto da un ritardo mentale, ingiustamente perseguitato solo per il suo aspetto non per le sue azioni.

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Anche Patrick Bergin, fresco fresco dagli eccellenti Le montagne della luna e A letto col nemico, è ottimo nei panni di Viktor Frankenstein con una recitazione ricca di sfumature. Il suo personaggio, a differenza dei nichilisti mad doctor alla Peter Cushing, viene rappresentato soprattutto come un uomo di scienza mosso da pietas. Per questo il suo mostro non è formato con pezzi di cadavere, ma nasce da un liquido sperimentale, simile a quello amniotico.

Facciamo la conoscenza del dottore in un lazzaretto di tubercolotici, dove l’uomo presta servizio a discapito della sua di salute. Questa caratterizzazione del personaggio così privo di egocentrismo e hubris è agli antipodi rispetto alla maggior parte dei Frankenstein trasposti su pellicola.

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Certo siamo in un horror e, tra i vari esperimenti condotti dall’uomo, possiamo ammirare, in effetti speciali non così speciali, un ibrido tra un gatto e un serpente e tra un coniglio e un porcospino. Esperimenti che verranno presto dimenticati da una sceneggiatura che in altri frangenti è meno superficiale.

I due, il mostro e la creatura, sono legati da una simbiosi mentale e fisica: se uno si ferisce anche l’altro sente dolore.

Naturalmente la trama è la stessa vista mille volte in altri film tratti da Mary Shelley, dai classici Universal e Hammer fino al kolossal di Coppola e Branagh, ma questo Frankenstein tv è comunque una delle trasposizioni migliori, non fedele al modello letterario certo, ma comunque dotato di una propria originalità.

Ottima la fotografia di Jack Conroy (Excalibur) che, soprattutto nella scena della creazione della sposa del mostro, satura i colori come in un fumetto alla Creepshow con i blu sparati sopra le altre tonalità.

A suo modo questo è un film maledetto: Patrick Bergin si ruppe un braccio mentre recitava, John Mills che interpretava un cieco perse quasi del tutto la vista e Michael Gothard morì a fine anno di quel 1992.

Doveva essere oltretutto il terzo film diretto da Wickes con Michael Caine, ma l’attore rifiutò la parte del mostro dopo aver letto il copione.

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Patrick Bergin, l’uomo dei tarocchi home video

Stavolta la produzione doveva essere più povera e le riprese non furono effettuate nella solita Inghilterra, ma nella più economica Polonia. Il budget non altissimo lo si denota soprattutto in effetti speciali non riuscitissimi e nel make up minimale del mostro.

Frankenstein versione Wickes però merita una riscoperta anche perché, soprattutto da noi, è stato venduto come un tarocco di un  film di successo. Dev’essere la maledizione di Patrick Bergin che, sempre nel 1992, recitò nel Robin Hood non baciato dalla fortuna, quello senza Kevin Costner e da noi venduto in videoteca come imitazione a buon mercato di quello. Inutile dire che entrambi erano ottimi Robin Hood.

Frankenstein, La vera storia di Jack lo squartatore e Jekyll e Hyde mostrano una tv anni 80/90 già avanti col tempo, meno ancorata alle logiche strette e censorie dei prodotti televisivi dell’epoca e lanciata verso un possibile cinema sul piccolo schermo.

Mai baciati da un’uscita in dvd, ormai spariti da anni dai palinsesti, le tre opere di Wickes meritano una nuova vita in questo nuovo millennio soprattutto perché non sono invecchiati di un solo giorno.

Andrea Lanza