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La prima parola che mi viene in mente, dopo aver visto questo La porta della paura, è solo una: stupido. Difficilmente sono tanto severo con un horror anche quando, nel classico dei canovacci, le ragazze vanno a rifugiarsi in soffitta per essere massacrate piuttosto che aprire la porta e correre, per dirla alla Tarantino, “come un fottutissimo Carl Lewis” verso la salvezza. Qui siamo oltre: la cretineria è da parodia ma non c’è una volta, una sola volta che davvero il film di John Murlowski non si prenda sul serio. La porta della paura mi ha ricordato il terribile La casetta degli orrori (Doom Asylum) di Richard Friedman, una di quelle cose immonde che erano scritte da cani, non facevano mai ridere e ti sentivi sporco come se qualche maniaco sessuale ti avesse stuprato. Eccoti, povero spettatore, accovacciato nella doccia a piangere la tua innocenza abusata, il tuo occhio da fanciullino violato mentre Luca Barbarossa canta L’amore violato, una canzone che volevi dimenticare ma che ora, dolceamaro, accompagna il passaggio da Pascoli a una canzone degli Iron Maiden.

La casetta degli orrori però qualche asso nella manica per lo spettatore di bocca buona ce l’aveva: brutta era brutta, scalcagnata, girata col culo, nonsense, ma ti piazzava un paio di tette e sangue a fiumi. Non molto è vero ma il film di John Murlowski non ha neppure quello e, amico mio, se sei una merda e in più voti pure Comunione e Liberazione mi sa che tra di noi non potrà esserci, non dico una storia, proprio un futuro.

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Gli amici di Murlowski 

Non ci credete? Allora subitelo questo La porta della paura visto che non vi fidate del vostro critico del cinema miserabile di quartiere, la variante sempre con la birra in mano e la battuta pronta de L’uomo ragno perché a Malastrana, diciamolo senza problemi, Spiderman non esiste, noi leggiamo i giornaletti Corno con Devil e non Daredevil.

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Cazzo è Daredevil?

Il film di Murlowski vorrebbe essere una sorta di capitolo spurio dello Stepfather, Il patrigno, reso icona horror prima dal bellissimo film di Joseph Ruben e poi dalla buonissima carta e carbone di Jeff Burr, ma, senza usare vasellina, il paragone è da TSO. La porta della paura mette in scena l’incontro tra l’uomo dei massacri, il family man del titolo originale, con un gruppo di adolescenti eterogenei, colpevoli di avere affidato la casa del killer. Non esiste un solo personaggio che non sia una macchietta, a cominciare dal terribile maniaco che uccide le sue vittime solo dopo aver fatto loro la paternale. Eh sì perché l’uomo dei massacri vede in tutte le vittime la famiglia che aveva sterminato e che non si comportava bene ma non nel senso che, tipo, il figlio si drogava o la moglie gli faceva le corna, no no, roba che uno mangiava con i gomiti sul tavolo e lui, occhi da pazzo, pugnalava tutti. Io mi chiedo, ma come pensava John Murlowski, anche sceneggiatore, di rendere simpatico al pubblico un killer pedante e moralistico, la variante di Padre Maronno in versione slasher? Per dirla come i Fugees, “Uccidimi dolcemente” ma smetti di parlare o almeno dilla qualche battuta alla Freddy Kruger!

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Padre Maronno

Il livello di coglioneria dei personaggi però ha il suo apice nel finale, quando il gruppetto di giovani idioti scoprirà che l’assassino ha martellato a morte un loro avido amico (voleva trovare un tesoro nascosto in casa e tenerselo per sé) e, pur sapendo che l’uomo dei massacri si aggira in casa, resteranno lì a fabbricare trappole alla Willie il coyote per sconfiggerlo. No davvero, giuro che sono serio: l’unica cosa che fa il maniaco per fermarli è bucare loro le gomme dell’auto e non c’è uno di loro che pensi “Ragazzi, ma perché non scappiamo a piedi?“. Quindi i furbissimi protagonisti sfidano l’assurdo pronunciando frasi come “Se ci dividiamo siamo morti” e naturalmente si dividono e giustamente muoiono male, impiccati o con la testa nel frullatore. Ad un certo punto poi Johnny nostro si dev’essere ricordato che il film è uno slasher e avrà detto tra sé e sé “Il film è così fico che faremo non solo un 2, ma almeno altri 40 seguiti” e, al grido di “Jason fottiti!” decide di cambiare il look del killer sfigurandolo con ustioni di decimo grado perché non sei nessuno nel mondo horror se non hai la faccia da pizza makeuposa! Ovviamente non esiste un Return of family man 2.

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Non dividiamoci

Fa ridere davvero che i ragazzi perdano tempo a costruire queste ingegnose trappole (una bomba artigianale fatta di lacche per capelli, un baule esplosivo collegato ad una polaroid non si sa come, una pozzo coperto da legni friabili per farlo cadere e così via) senza mai pensare che basterebbe magari attaccarlo in gruppo, visto che sono tipo 10 contro uno, per fargli il culo. No, loro sono scuola Warner Bros, una cosa che non funzionava neppure con Beep Beep, figurarsi se ha successo con il temibile uomo dei massacri.

Il titolo italiano cancella l’idea del Family man per concentrarsi su una sequenza alla Psycho: il nostro assassino, prima di essere arrestato, ha deciso di murare tutta la famiglia in cantina, cane compreso, così li troviamo mummificati, seduti ancora a tavola. Composti mi raccomando!

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Trappole ACME

Il film poi è pieno di sottotrame che non vengono mai sviluppate: la più eclatante è l’intro. Nei primi 10 minuti vediamo un povero garzone (Liam Cundill) consegnare delle pizze ad un gruppo di mafiosi orientali armati di fucili ed essere costretto quasi ad un’orgia con gnocchissime escort prima che un altro orientale, sputato fuori da un’imitazione di John Woo brutta, uccida tutti eccetto il ragazzo a causa delle munizioni finite. Il nostro hitman del Sol Levante però giura al poveraccio di trovarlo e ammazzarlo, ma naturalmente non si vedrà mai più. Questa scena è solo un pretesto per far sì che il giovane vada con l’amica (ex ragazza) e il fidanzato nel luogo del massacro. Di certo non era un modo per mostrare al mondo le capacità registe nel campo action di Johnny nostro che gira peggio di un Ciro H. Santiago sbattuto nell’inferno di un Vietnam terribilmente simile al giardinetto di casa sua.

Così anche la sequenza della fuga del nostro Family man da un pulmino della polizia penitenziaria è abbastanza pedestre: tutti questi maniaci sono legati, tutti eccetto l’uomo dei massacri, per forza poi uccide male i poliziotti, chi cavandogli gli occhi, chi facendo una spremuta di cervello sul vetro. Sempre fuori campo ovvio. In più è proprio l’agente ciecato ad essere protagonista di una scena ad alto tasso di coglioneria: urla frasi al collega ancora vivo “Dove sei, amico? Ti salvo io” e, sparando al buio più completo, ovviamente lo ucciderà.

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Action brutto

La sceneggiatura poi ha degli strafalcioni ancora più incredibili: ad un certo punto si dimentica che i due gruppi di ragazzi, i tre protagonisti e una comitiva di turisti stranieri, non si conoscono affatto e nel giro di neanche 10 minuti tutti si comportano come fossero amici da una vita.

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Dite “Coglioni!”

I personaggi sono, come detto, macchiette non esseri umani, si passa dal punk incattivito dal mondo alla figlia di papà, dall’esotico indiano esperto in kamasutra alla francesina zoccola fino al classico menage a trois dei protagonisti che deve o nascondere uno stronzo tra i tre o far comunque morire male l’elemento di troppo.

Gli attori sono tutti miserabili e recitano in maniera così caricaturale da essere non solo dilettantesca ma proprio fastidiosa. John Murlowski ogni tanto ci prova invece a movimentare la regia con carrellate, ma ormai il danno è fatto e lo spettatore lo odia comunque. Non che in seguito abbia poi girato questi gran capolavori, anzi, a partire dal suo Amityville: A New Generation uscito nel 1993, brutto come pochi altri di una saga famosa per i brutti capitoli.

La porta della paura potrebbe davvero calcare la mano sul versante sangue e nudi come ogni buon film brutto di serie B richiederebbe, ma decide di spostare la telecamera quando la scena diventa troppo violenta o quando una ragazza si comincia a spogliare. Una cosa che sei quasi felice che nessuno mai abbia pensato di rieditarlo in dvd, in Italia e probabilmente nel mondo.

Il film poi è uno dei rari horror girati in Sudafrica. Altri esempi sono lo Slash del 2003, altrettanto orribile, il divertente The Stay Awake del 1988 di John Bernard, ragazze di un collegio femminile contro un serial killer fantasma, e il notevole The Stick, sempre del 1988, storia della maledizione di uno sciamano ai danni di un plotone di soldati sanguinari. Naturalmente da noi uscì solo il primo.

La vhs Columbia italiana è ai limiti del vedibile: troppo scura e slabbrata con colori che svirgolano, una cosa indecente anche sui vecchi televisori col tubo catodico. A quanto mi risulta non uscì mai in vendita, ma davvero meglio così.

Andrea Lanza

La porta della paura

Titolo originale: Return of the Family Man

Anno: 1989

Regia: John Murlowski

Interpreti: Ron Smerczak, Liam Cundill, Terence Reis, Debra Kaye, Vicki Bawcombe, Adrian Galley

Durata: 88 min.

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