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H. P. Lovecraft a metà anni 80 era tornato alla ribalta soprattutto grazie all’Empire di Charles Band che aveva confezionato due capolavori splatter, Re-animator e From Beyond, tratti da due racconti brevi del solitario di Providence. Da lì una sorta di lovecraftspoitation era dilagata nei cinematografi e nelle vhs, una mania che aveva creato negli anni più mostri che perle preziose, filmacci come Lurkin Fear (1994) di C. Courtney Joyner, da un progetto abortito di Stuart Gordon sempre per l’Empire, o il delirante La casa di Cthulhu (1992), abominio spagnolo diretto dal sempre poco talentuoso Juan Piquer Simón, autore del(lo) (s)cult Pieces.

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Già negli anni 60/70, grazie ad un pugno di pellicole, si era cercato di imporre al grosso pubblico il nome di Lovecraft, ma, malgrado opere eccellenti come La città dei mostri (The Haunted Palace, 1967, Roger Corman da Il caso di Charles Dexter Ward), La morte nell’occhio di cristallo (Die, Monster, Die!, 1965, Daniel Haller da Il colore dello spazio) e Le vergini di Dunwich (The Dunwich Horror, 1970, Daniel Haller da L’orrore di Dunwich), il tentativo era fallito. Era evidente che l’universo mostruoso ed onirico di H. P. non faceva presa sugli spettatori come invece quello di Edgar Allan Poe che aveva fatto la storia dell’horror cormaniano.

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Ah le vhs!

La creatura arriva in piena lovecraftmania ed è uno dei primi tentativi, con La fattoria maledetta (The curse) di David Keith, di bissare il successo dei film di Stuart Gordon. Girato con l’esiguo budget di 350000 dollari, in sole tre settimane, tratto dalla novella L’innominabile, calcava la mano dello splatter sulla falsariga di Re- animator. Non dovette comunque essere un grandissimo successo al box office, visto che per il seguito passarono ben 5 anni, ma ricordo perfettamente che in vhs, nell’edizione stracazzutissima della VIVIVIDEO, faceva la sua porca figura con questo mostro urlante tipo banshee che ti faceva cagare sotto solo a guardarlo.

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Il film fu diretto da Jean-Paul Ouellette in un’epoca dove la Francia non era ancora stata sdoganata dal cinema euroamericano di Luc Besson. Oltretutto il regista fece appena in tempo a girare negli States un action marziale pregevole, Chinatown Connection con lo sconosciuto Bruce Ly ovvero Lung Tsu Chiao ovvero Yung Henry Yu al fianco del Lee Majors de L’uomo da sei milioni di dollari, e naturalmente The Unnamable II: The Statement of Randolph Carter, La creatura 2 se fosse uscito mai in Italia. Dal 1993 Jean-Paul Ouellette, che nella sua carriera può vantare la seconda unità di Terminator di Cameron, ha abbandonato quasi del tutto la regia, dirigendo in 26 anni solo due cortometraggi, l’ultimo This Thing About My Wife è del 2019, un dramma su un ménage à trois tra un corridore brasiliano, la moglie e la sua amante.

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Tette

Ultimante ho letto cose molto negative su La creatura, critiche oltretutto ingiuste con aggettivi come trash (ecco una parola da abolire in campo cinematografico), noioso o stupido. Ho rivisto da poco il film di Ouellette e l’ho trovato di certo non un capolavoro, nessuno comunque lo pensava neppure nel 1988, ma comunque un prodotto ben fatto, divertente e con una creatura mostruosa dal make up fantastico. Fa sorridere è vero che questo gruppetto di persone si aggirino all’interno di una casa senza mai sentire le loro grida o incrociarsi (quanto diavolo era grande?), ma alla fine The unnamable è girato molto bene, con un sapiente uso delle luci per mascherare la povertà del budget, delle gustose scene splatter e le tette, fantastiche, della stuntgirl promossa ad attrice Laura Albert. In più il gruppetto di attori non sembra mai un saldo da brutto B movie e Mark Kinsey Stephenson è un perfetto Randolph Carter in versione teen.

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Splatter

Su questo punto poi ci sarebbe da aggiungere che La creatura, più che un sotto Re-animator, sembra invece una risposta horror low budget a Piramide di paura (1985, Young Sherlock Holmes) di Barry Levinson, con la declinazione adolescenziale del mondo lovecraftiano e dei suoi personaggi. Una sorta di What if Marvel o Elsewords DC, per intenderci, con linee narrative alternative e ipotetiche. E se Randolph Carter avesse vissuto le sue avventure al college? E se Lovecraft fosse stato il suo compagno di stanza? Queste le domande che si pone il film.

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9 ore di make up

Il racconto di Lovecraft era sì riadattato alle esigenze del copione ma manteneva inalterate alcuni suggestioni importanti come i vetri che possono catturare il volto delle persone o la presenza di un essere inquietante in una soffitta.

La creatura, Alyda, era interpreta da Katrin Alexandre al suo unico film. Trovare foto dell’attrice senza make up è quasi impossibile, ma il lavoro degli effettisti è stato eccezionale, un trucco che richiedeva 9 ore per rendere credibile il mostro, ogni pezzo era creato su misura per  la sua interprete per agevolarle i movimenti. Un vero miracolo considerato il budget modesto. Si racconta oltretutto che per le scene di sbudellamenti vennero utilizzate vere interiora animali, tra cui un cuore di agnello.

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Nel 2 forse non c’era tempo per il make up

La novella L’innominabile di Lovecraft non aveva un seguito perciò Jean-Paul Ouellette per girare La creatura 2 si ispirò ad un’altra avventura del ciclo di Randolph Carter, The Statement of Randolph Carter, che in linea temporale era però la prima. Non avendo nessun aggancio con la storia del precedente film, la sceneggiatura è appena ispirata al racconto. Quindi, per i primi dieci minuti, si affronta, come nella parte letteraria, il viaggio del nostro giovane studioso e di un professore, il Dottor Warren, nelle profondità della terra. Lì i due scopriranno che la creatura è imprigionata da una serie di radici magiche, ma anche, sorpresona, che nascosta in lei c’è una parte buona, l’Alyda umana.

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Amico, non mi frega del film.

Stavolta il bugdet è più alto, ben un milione di dollari, e la lavorazione si allunga a cinque settimane con l’ausilio stavolta di stunt dove nel primo film non c’era possibilità di controfigure nelle scene più pericolose.

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Amico, neanche a me frega del film.

Katrin Alexandre stavolta si rende disponibile solo per una giornata e perciò viene messa a contratto la modella di Penthouse Julie Strain, bellissima ma purtroppo nascosta dal pesante make up. La sua creatura stavolta è un gigante infatti la ragazza  misura ben un metro e 85.

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Julie Strain senza make up da mostra

Il personaggio di Tanya Heller, fidanzata di Howard, l’amico di Carter, viene liquidato in fretta senza neppure chiamare l’attrice Alexandra Durrell. Al suo posto riveste il ruolo di protagonista, nei panni di Alyda, la stupenda Maria Ford, una sosia di Alyssa Milano, così bella al naturale che la chirurgia plastica negli anni la devasterà peggio che la sua controparte mostruosa.

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La bellissima Maria Ford ora distrutta dalla chirurgia estetica

Visto che il film è più ricco si riesce a chiamare per qualche posa il grande David Warner e, qualche giorno di più, il futuro Gimli de Il signore degli anelli, John Rhys-Davies, all’epoca Sallah de I predatori dell’arca perduta.

Il problema è che, budget a parte, The unnamable 2: The Statement of Randolph Carter è nettamente peggiore al primo film.

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Partiamo subito dal fatto che il mix tette e sangue viene tradito da una versione PG13 de La creatura: gli squartamenti ci sono ma vengono mostrati solo ad atto compiuto con l’aggravante di alcune morti proprio fuori campo mentre i nudi non sono neanche pervenuti. Cioè Jean-Paul Ouellette ha tra le mani una modella di Penthouse e non la spoglia neppure in flashback, e scrive il personaggio di Alyda come una ragazza sempre svestita ma appiccica sul corpo di Maria Ford dei capelli copri seni? Qui rasentiamo la follia! Certo ogni tanto si vedono le chiappette strafantastiche della protagonista ma sembra la fiera della froceria nel mondo degli etero allupati!

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Capelli copri pudende

Anche la regia in 5 anni è peggiorata e non l’aiuta la decisione della sceneggiatura di mostrare in azione il mostro all’aperto: così senza le suggestive luci, senza accorti tagli di montaggio, il più delle volte sembra di assistere ad una puntata più gore di Buffy l’ammazzampiri, con lo stesso gusto non gusto per i pupazzoni di lattice. Per di più la creatura ad un certo punto cerca di spiccare un volo  col risultato di apparire come un mostro dei Power ranger trascinato dai cavi volanti.

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Chiappe che presagiscono peccati mai portati in scena

In The unnamable 2: The Statement of Randolph Carter entriamo nel vivo dell’azione dopo quasi 45 minuti di chiacchiere e scene alla Maial college: in queste, Randolph e il suo amico Howard portano Alyda tutta nuda nel loro dormitorio mentre alcuni compagni battono il 5 malpensando in un’orgia. Inutile dire che sono i momenti più idioti di una pellicola che non spicca per una grande intelligenza dei suoi comprimari e li manda al massacro senza scervellarsi molto sul perché.

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Zio, si ciula, vero?

Un peccato perché questo poteva essere un buon seguito, contando anche le buone interpretazioni degli storici  protagonisti della serie, Kinsey Stephenson e Charles Klausmeyer. Invece il film perde il divertimento, l’atmosfera lovecratiana e la sfrontata exploitation che tanto ci avevano fatto amare l’originale. Non stupisca che questo numero 2 sia rimasto inedito in Italia e che abbia meno fama del suo primo capitolo.

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Due fighe spaziali a confronto

Dimostrazione che il budget ricco non fa il buon film. Da recuperare solo a fini di completezza o con la scusa, giustissima, di rivedersi La creatura, un cult adolescenziale per tutti noi amanti del cinema horror ottantino.

NB Il dvd del primo film ad opera della Red Spot è scandalosamente un riversamento della vecchia vhs. In più i tizi non si sono neanche sbattuti a cercare informazioni sul film visto che sbagliano 1) a raccontare la trama 2) a dire che il film è inedito al cinema quando ha un visto censura del 26/08/1988. Per fare certi lavori a cazzo di cane sarebbe meglio non farli!

Andrea Lanza

NB Il flano cinematografico de La creatura è stato fornita gentilmente dall’amico Lucius Etruscus che ci ricorda l’uscita esatta del film in Italia: l’8 settembre 1988. Vi consiglio di guardare il suo blog dedicato alle locandine d’epoca, IPMP – ITALIAN PULP MOVIE POSTER, imperdibile e imprescindibile.

 

The unnamable II: The statement of Randolph Carter 

Anno: 1992

Regia: Jean-Paul Ouellette

Interpreti: Mark Kinsey Stephenson, Maria Ford, John Rhys-Davies, Charles Klausmeyer, Peter Breck, David Warner, Julie Strain

Durata: 104 min.

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