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Vampires è un film che all’epoca, il 1998, spezzò in due i fan del regista: chi lo considerò un prodotto di poco conto, chi lo lodò. A distanza di più di vent’anni bisogna riconoscere che il film è invecchiato davvero molto bene.

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Maestro

Carpenter, nel girare questa pellicola, prende le distanze dai vampiri di Anne Rice, il modello che allora spopolava, eroi dannati e tormentati, creature tragiche e dannunziane, romanticamente flagellati dal retaggio dell’umanità e delle sue passioni. I suoi vampiri sono invece mostri, belve sanguinarie, succhiasangue senza morale che dormono sotto metri di terra che, quando morsicano, dilaniano la carne. Carpenter non poteva sapere che, soltanto un decennio dopo,  le librerie e gli schermi, grandi o piccoli, verranno invasi da vampiri ben diversi dai suoi: gli eterni indecisi di Stephenie Meyer, gli adolescenti efebici che chiedono al cielo e alle margherite se il loro amore è vero. Nel mondo di Carpenter non ci sarebbe stato futuro roseo per i teneri Bella e Edward Cullen, stuprati, uccisi e fatti a pezzi dagli uomini e dai mostri. D’altronde l’evoluzione a volte è crudele. In Vampires il sole non fa brillare nessuno, ma fa esplodere i corpi in mille pezzi, non c’è tempo per frasi d’amore, ma solo per scazzottate o scopate in saloon polverosi, quando la carne si apre sprizza un geyser di ferite, è la realtà che irrompe nell’irrealismo, cinema per machi non per fighette.

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Vampires è la quintessenza del film carpenteriano d’appendice, quello dei vari 1997 fuga da New York o Grosso guaio a Chinatown: un personaggio duro e tagliato con l’accetta (Jack Crow interpretato magnificamente da James Woods in un ruolo creato su misura per Kurt Russel), psicologie spicciole, colonna sonora orecchiabile, battute ad effetto e tanto western camuffato da horror. Carpenter amplifica l’idea di sessualità nella figura del vampiro, un’idea che ha il suo apice nella scena della vampirizzazione di Sheryl Lee, un amplesso selvaggio che imita nella morte le gioie dell’orgasmo. Le scene di sangue non sono moltissime, ma le uccisioni sono crudeli e alcuni momenti, come l’attacco nel motel, sono girate in maniera davvero magistrale. All’epoca però non si perdonava un cattivo cosi’ banale come il Valek di Thomas Ian Griffith, ma prendendo Vampires per un fumettone, un diversivo d’autore dopo tanti capolavori, il personaggio risulta coerente nell’insieme dove i buoni sono buoni e i cattivi maledetti figli di puttana da spedire all’inferno. Stop pippe mentali sulle sfumature di colori, no no in Vampires è tutto fottutamente semplice, ma anche divertente come una bella scorpacciata di cucina di mamma dopo tanto sushi sofisticato. Ci vuole pure quello, no?

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Non manca neppure la componente politica, cara al regista, accennata, blanda, ma che fa capire che siamo in un vero film di Carpenter con l’idea di una Chiesa padrona, tiranna e matrigna. D’altronde non siamo altro che in una pellicola mutaforme, un horror sì ma sotto un western, un western sì ma ancora più sotto un film su un gruppo di crociati che lottano per Dio per accorgersi che il Dio che servivano è falso. Valek, dal passato di prete, rappresenta la stessa Chiesa che John Crow e i suoi uomini servono, lo stesso simbolo usato per pregare diviene un mezzo per portare la morte sulla Terra, una croce nera che segnerebbe l’alba dei vampiri. Ecco allora che la fede diventa bugia, già nell’idea stessa di creare un gruppo di soldati stipendiati dal Vaticano c’è la blasfemia del concetto di guerra Santa intesa come atto di fede fino alla morte. Ecco allora che un prete dopo un massacro si sbronza e probabilmente va a donne, ecco che un altro non può resistere a passare dal bene al male per le promesse di vita eterna. Alla fine quello che resta non è lo spirito: guardate Jack Crown che nel finale sfida Valek a cazzotti. Uomo contro uomo. Alla fine il resto, come diceva Fulci nel suo racconto più bello, Voci dal profondo, “sono solo enormi bugie”. Non rimane neppure la consolazione di un amore se di amore si può parlare: il futuro incerto di Montoya e della sua compagna presto sarà spezzato dalla mano di Crow. Non è un paese questo per anime semplici.

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NOTA
Esistono pure due seguiti di Vampires, I cacciatori delle tenebre (Vampires: los muertos) di Tommy Lee Wallace (Ammazzavampiri 2, ItHalloween 3) con la rockstar Jon Bon Jovi nei panni del nuovo John Crow di turno, e Vampires 3: il tempio di sangue (Vampires: The turning) di Marty Weiss, dove i vampiri questa volta sono orientali e l’aderenza con il modello carpenteriano è pari a zero. Sono entrambi pessimi seguiti che tradiscono la loro natura di prodotti di cassetta senza natura artistica. E’ un peccato perché, almeno nel secondo capitolo, la mano di Tommy Lee Wallace alla regia e Carpenter alla produzione, lasciavano sperare in uno spettacolo meno becero. Ma ahimè per noi così non è stato.

Andrea Lanza

Vampires

Titolo originale: John Carpenter’s Vampires

Anno: 1998

Regia: John Carpenter

Interpreti: James Woods, Daniel Baldwin, Sheryl Lee, Thomas Ian Griffith, Maximilian Schell, Tim Guinee, Mark Boone jr.

Durata: 108 min.

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