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                      A Lash La Rue (1917–1996)

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In realtà volevo solo fare un film. Un giorno ero fuori casa e ho notato alcuni punti nel cortile dove non cresceva l’erba e mi sono chiesto il perché, poi qualcuno mi ha detto “Ehi, sai, forse succede perché è sepolto qualcosa sotto”. C’era questo mio amico che era un assistente di macchina e conosceva molto il mito e il misticismo indiani, mi ha parlato dei Toltechi che sono vissuti in America Centrale e nel Sud America, ed erano una tribù messicana che esisteva prima degli Aztechi. Mi raccontò di alcuni misticismi e di come [i Toltechi] si seppellivano, da soli, nei quattro angoli del mondo. Pensavo fosse bello, è un buon mito. Così sono andato a cercare un po’ di roba e ho scritto la sceneggiatura in quattro giorni

(Phil Smoot, intervistato su La Maledizione del cannibale nel 1998)

Noi di Malastrana abbiamo un debole per i perdenti, le persone che sono arrivate per tutti alla fine di una vita, ma ancora lottano e non mollano, malgrado i pugni presi, malgrado nel round dopo ci sarà un pugile ancora più grosso e forte. I nostri perdenti hanno il viso di Mickey Rourke che urla al mondo di fottersi mentre confonde passione e carriera come i romantici di Jean Luc Godard, sono i barboni che guardano il mondo dal basso verso l’alto e tu non li vedi o non vuoi vederli forse per paura che un giorno capiterà anche a te quel giro di ruota sfortunato, sono i gay, le lesbiche, i negri che se non dici negro non ti senti abbastanza bianco, sono gli zombi che invadono Piazza Diaz in Acab per rendere giustizia ad una Genova rosso sangue, è l’urlo di Franco Nero in Vamos a matar companeros perché davvero una rivoluzione non la si vince con bastoni e rastrelli ma insieme forse sì. I nostri perdenti hanno la faccia delle vhs che si impolveravano nelle videoteche, quelle etichette come l’Antoniana che sapevi che producevano solo merda e nessuno noleggiava, forse neppure tu che leggi e che ora avresti voluto farlo, ma, amico mio, il mondo è fatto di scelte, tette o culo, carbonara ignorante o cinque stelle Michelin, Evil dead o Evil in the wood? Ovvio che in questo caso Sam Raimi vince facile, almeno qualitativamente, e tu ti dicevi che avresti noleggiato quel film puzzone dopo, la volta dopo, ma poi sei diventato grande, la ps1 ha fatto spazio alla ps2, i giornaletti porno si sono digitalizzati, poi da Yuppi Du sei diventato altro, i tramonti al mare, le sere d’estate, guardi ora Netflix e pensi alle bollette più che agli occhi di una ragazza, quella che un tempo, sui calci in culo, alle giostre, ti aveva fatto battere forte il cuore. Il tempo è impietoso e molti film si sono persi dal passaggio in alta definizione, ma alcune case come la Storm video o la Quadrifoglio, che poi magari sono la stessa azienda, hanno deciso di prendere quei brutti film e dare a questi perdenti una nuova possibilità di vita buttandoli nel mercato dei dvd con la stessa qualità miserabile dell’epoca. Più grindhouse  di così credo non ci sia nulla.

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La maledizione del cannibale è uno di questi soldati suicidi, uscito ai tempi per la Roxy video con una copertina indecifrabile che buttava splatter a cazzum e per la Paradise 90 con un’altra ancora più brutta, verde con un volto non meglio classificabile, una di quelle vhs che sembrava dirti “non comprarmi tanto faccio schifo fin dalla locandina“. E così, come detto, è stato, ma, come tutte le cose non viste, probabilmente ha generato un sottobosco di appassionati, coprofili golosi di nefandezze, che negli anni hanno venerato ciecamente questo oggetto del desiderio mai toccato, al pari delle tettone di Jenna Jameson che mai saranno sbattute sulla tua faccia da stallone di quartiere, purtroppo, ma è un mondo difficile, si sa.

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Ora il dvd Quadrifoglio di La maledizione del cannibale ha distrutto probabilmente intere esistenze perché qualcuno in più l’ha sicuramente visto, recuperato in autogrill ad un euro, massì tanto che cazzo mai sarà, ma è, è, ripeto è, Cristo.

Ora, caro il mio esteta della merda in vhs, puoi deporre il tuo saio con scritto Dark Power,  il titolo originale dell’opera, puoi smettere di pensare che hai perso un capolavoro, puoi spegnere l’audiocassetta che simula la connessione 56k nei rumori, bzzz bzzz, e collegarti al tuo fan club e dirlo, deglutisci prima però perché è la tua vita che dopo il dvd de La maledizione del cannibale è messa in discussione. Scrivilo, ti aiuto io: “Il film fa cagare“. Bravo e ora, come diceva Sharon Stone in Sliver, “Comincia a vivere“.

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Mai una visione filmica è stata più sofferente che vedere questo horror di Phil Smoot, un’opera incredibile che rasenta il masochismo, un’esperienza pari al sovradosaggio di Valium mentre dei nani ti infilano spille nelle palle, dormi e ti svegli urlando, così per un’ora e 20 scarsa, sperando di stare sognando ma è il reale, cazzarola.

Da dove cominciare?

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Beh il film si apre con una troupe televisiva che riprende un vecchio capo indiano che sta morendo e che, prima di spirare, urla “Toltech!“. Eh sì perché all’inizio una scritta ci ha avvertito che “molto prima che l’uomo bianco venisse in America, anche prima degli Aztechi, esistevano i Toltechi. Si diceva che molti di loro fossero stregoni e che si seppellissero nel terreno vivi! Hanno praticato questo demoniaco rituale su un’altura chiamata “Power spot”. E si nutrivano dei loro simili per sostenere la loro malvagità“. Oddio non sembra una cosa molto intelligente seppellirsi vivi, poi a che pro?, forse solo per ricordare a tutti, nel club dei cattivi, che si è non solo cattivi, ma proprio super cattivi, tipo il Superman dei gaglioffi. Già mi immagino la loggia massonica dei malvagi che si riunisce e vediamo Dracula, lo scienziato pazzo, l’uomo lupo, Jack lo squartatore che se la raccontano, “Oggi ho morsicato una vergine e, ih ih ih, le ho anche palpeggiato il culo” afferma il re dei vampiri, “Io ho rubato la pensione ad una vecchia” declama fiero Mr Licantropus, ma, una voce si fa spazio tra la folla, quello del Gran Maestro dei Toltechi “Io mi sono seppellito vivo” e ride da tenebroso furfante.

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Suzie Martin bellissima

Anche la storia del cannibalismo, che viene sfoggiata con vanto fin dal titolo italico, non ha molto senso visto che vediamo una sola volta, nel finale, un tolteco sfilare una freccia dal cranio di una vittima e mangiarlo. Stop. Un po’ poco per essere la maledizione del cannibale quando oltretutto i mostri poi sono quattro  non uno!

Aggiungo poi tra i miei dubbi anche il nome “Power spot” che non mi sembra proprio tolteco, ma io ho la mamma greca e che ne voglio sapere di dialetti atavici? Ma non solo perché fa riderissimo l’idea di un posto infestato da morti viventi indiani incazzati che si chiama Totem hill come, che so, comprare una casa in un paese che si chiama Witchville e poi lamentarsi che ci sono delle streghe pronte ad ucciderti.

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Comunque i primi 45 minuti del film, dopo la morte del vecchio capo indiano, sono tra i più sconnessi dell’intera storia del cinema: scenette che mai si amalgamano tra di loro con sottofondo di musiche estranianti, più da western che da vero horror, senza dimenticare i dialoghi deliranti e non sense dei vari personaggi (“Fai palestra per rimorchiare Tom Selleck?“). Abbiamo poi un sacco di personaggi inutili, dalla giornalista (una che trova interessante filmare un vecchio che muore per un programma tv) ad un nipote avido del defunto, che appaiono e scompaiono senza nessun motivo apparente. Senza contare molte scenette a vuoto come quella di un operaio con problemi di flatulenza che si fa fregare il camioncino da un bambino. Non preoccupatevi se nel vedere il film vi sembrerà di avere perso un passaggio importante nella storia perché non è così: Dark power è montato e ideato alla cazzo di cane e in questo ha un coraggio sfrontato e invidiabile.

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Lui ha il potere di scoreggiare

Prima però che La maledizione del cannibale ci presenti i veri protagonisti, una confraternita di studenti male assortiti che vanno dalla maniaca del fitness a due fratelli razzistissimi che dicono “negro” ogni tre per due e bullizzano una ragazza di colore, facciamo la conoscenza del Ranger Girard, interpretato dall’arzillo (quasi) settantenne Lash La Rue, attore famoso negli anni 40/50 per dei western di serie B di un certo culto. Si pensi che quattro di questi, Billy il mancino (Son of Billy the Kid, 1949), La frusta nera (Outlaw Country, 1949), Le pistole di Zorro (King of the Bullwhip, 1950) e Lo sceriffo dalla frusta d’acciaio (The Vanishing Outpost, 1951), uscirono pure in Italia.

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Uno nato con la frusta

Prerogativa dei western di Lash La Rue era di sparare poco e usare molto la frusta, capacità che lo aveva portato ad esibirsi anche in parchi a tema western. L’attore, a fine anni 50, con quaranta e passa anni sul groppone, cominciava ad essere troppo vecchio per i ruoli da protagonista e la sua fama di eroe bizzarro ne risentiva così come gli ingaggi, per lo più in serial tv.  Perciò nel 1972, dopo quasi dieci anni di inattività, accettò con entusiasmo il ruolo principale, o almeno così credeva lui, in un nuovo film che avrebbe dovuto rilanciare la sua carriera, Hard on the Trail diretto da Greg Corarito. Non fu così perché il film si rivelò una trappola per l’attore: il regista gli fece credere che si trattasse di un “western con alcuni nudi soft“, ma invece era un  vero pornazzo con due set di attori differenti, quelli vestiti intenti a recitare la parte seria e quelli nudi a darci dentro con orge e amplessi poco velati. L’attore, noto sembra per la sua morigeratezza, si vergognò come un ladro e abbandonò le scene chiedendo più volte scusa nelle rare interviste. Questo finché, dopo una piccola parte in Chain Gang del 1984, non incontrò Phil Smooth che lo ingaggiò per due film, questo Dark Power e il folle e altrettanto scalcagnato Alien Outlaw, nei quali avrebbe semplicemente fatto Lash La Rue in un cortocircuito tra reale e fiction.

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Qui, come detto, il suo personaggio si chiama Ranger Girard ma poco importa perché, fin dalla sua entrata, con la musica da western a glorificare le sue gesta, si capisce subito che è solo è semplicemente il vecchio Lash che sta prendendo qualcuno a scudisciate. Lo vediamo arrivare e punire un gruppo di cagnacci, poco feroci, che nella finzione dovrebbero essere invece un branco che vuole sbranare un bambino cicciotto e che invece sono semplici cucciolotti che ovviamente non sono mai in scena con l’attore. Poco importa perché è proprio lui a fare la differenza bizzarra in un film che non ha mai nulla da dire.

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Al vecchio Lash poi spettano i dialoghi più bizzarri come le terribili allusioni sessuali sulla lunghezza della sua arma o le frasi ad effetto verso i toltechi assassini, “Ti faccio saltare il naso” o “Assaggia la mia frusta, figlio di puttana” che se non fossimo davanti ad un film miserabile sicuramente applaudiremmo. Non dimentichiamo poi che l’arma del ranger Girard è forgiata “con gli elementi presi dai 4 angoli del mondo“, qualsiasi cosa possa significare questo.

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Arriviamo però ora ai mostri, questi stregoni che si sono seppelliti vivi: arrivano durante la seconda metà del film e non si capisce  mai  perché debbano uccidere questi sventurati ragazzi. Infatti non abbiamo un libro dei morti che li ha riportati in vita, una maledizione, nulla, sembra che escano fuori dal terreno, incazzati a morte, solo perché volevano dormire e sti giovinastri facevano casino. Il corrispettivo del vecchietto vicino di casa un po’ rompicoglioni.

Se la prima parte del film poi è, anche nella sua sciatteria, seria, la seconda invece tende alla parodia insistita con questi toltechi che si ubriacano, sbagliano a colpire le vittime e si feriscono tra di loro, fanno buffe mosse di karatè, una cosa che non può non ricordare il primo Peter Jackson, quello che nel 1987 girerà Bad Taste, soprattutto alla luce di una scena splatterosissima inserita improvvisamente. Ad un certo punto un ragazzo verrà atterrato e uno dei mostri gli dilaterà la pelle della faccia, strappandola, in un tripudio di sangue che culminerà nel cranio fracassato del giovane.

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C’è da dire che il film, poverissimo (120000 dollari di budget), è molto buio, ma la scena, almeno questa, sembra realizzata bene, a differenza del make up dei toltechi, quattro scappati di casa con indosso una maschera da Halloween, presa probabilmente dal Moreno dove tutto costa meno degli anni 80. Nel caso di uno di loro poi il reparto costumi gli fa indossare una comune t-shirt bianca ben poco antica. Niente a che vedere, in fatto di cialtronaggine, con il tema musicale che accompagna le loro gesta di morte, il suono di uno xilofono, una cosa più buffa che spaventosa.

Il dvd di Dark Power è oltretutto uscito in America, in una bella edizione dal video pulito, che contiene un divertente commento audio del regista con il montatore Sherwood Jones, durante il quale  si racconta che i mostri erano interpretati da attori non professionisti che nella vita facevano altro tipo gli elettricisti. Non stento a crederci.

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Lash La Rue arriva, dopo essere scomparso senza motivo, alla fine del film, quando quasi tutti i ragazzi sono stati massacrati, per iniziare un duello con la frusta con uno dei toltechi. Una scena che non puoi credere che esista se non la vedi: il nostro dice al resuscitato “Vieni fuori ad affrontarmi” e quello, che fino a poco prima era un sanguinario morto vivente, fa sì con la testa mogio mogio e lo segue nel cortiletto della casa.

Alla ragazza di colore (una delle due final girl) però spetta l’uccisione definitiva dei morti: proprio lei scopre che l’unico modo per sconfiggere i toltechi è usare, come dei pugnali, delle aquilacce di metallo appese al muro. Ecco che Dark power diventa Evil dead con la faccia dei cannibali poco cannibali che si scioglie peggio del low budget di Sam Raimi.

La maledizione almeno non è parco in nudi e belle ragazze, a cominciare da un bagno generoso di una studentessa per culminare con i vestitini succinti della bellissima Suzie Martin, quasi una versione anni 80 di Denise Richards.

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sempre la divina al suo unico film

Per il resto il film, come già detto, è atroce, noioso, montato col culo, con il giorno e la notte che si alternano senza logica, recitato nella media del genere ma che ha una grande forza, il mitico Lash La Rue, in quegli anni oltretutto maestro di frusta per Indiana Jones di Spielberg.

In Italia l’attore non ebbe mai un culto vero e proprio ma ci piace averlo scoperto così, a fine carriera, come un nonno un po’ rintronato di Bruce Campbell, capace di corteggiare belle donne e farsi rispettare sia dagli indiani cattivi degli anni 50 che dai toltechi di 3 decenni dopo.

Non possiamo fare a meno di credere comunque che, come ai tempi di Hard on the Trail, il cinema l’abbia ancora fregato. “Phil sei sicuro sia un western?” “Massì, vecchio mio, sono cheyenne, solo un po’ più brutti”. E intanto dietro, tettine attillate alla camicetta passava, Suzie Martin. Non ti sei voltato, vecchio e morigerato Lash, sei stato forse ingannato, ma alla fine hai fatto la tua porca figura. Sei il nonno che tutti noi amanti dell’horror desidereremmo avere, uno che ci salva la vita, che non scappa davanti al pericolo ma lo affronta, a vent’anni come a cento. “Fatti avanti, figlio di puttana d’un tolteco“.

Vaya Con Dios, Lash.

Andrea Lanza

La maledizione del cannibale

Titolo originale: The dark power

Anno: 1985

Regia e sceneggiatura: Phil Smoot

Interpreti: Lash La Rue, Anna Lane Tatum, Cynthia Bailey, Mary M. Dalton, Paul Holman, Cynthia Farbman, Marc Matney, Tony Shaw, Robert Bushyhead, Suzie Martin, Dean Jones, Steve Templeton, Page Elizabeth Ray, Eric Mikesall, Tony Elwood

Durata: 87 min.

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