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Un giovane viene brutalmente ucciso davanti al suo condominio, circondato da testimoni che non fanno nulla per aiutarlo. Un anno dopo, il terrore colpisce ancora una volta il complesso di appartamenti. Il Druido, una spaventosa figura incappucciata, semina la sua orribile scia di sangue.

Il genere slasher è, forse più di ogni altro, adattabile ai canoni seriali della tv: mattanze da scandire ogni puntata e colpo di scena wow, inaspettato, all’ultima. Questo devono averlo capito le alte sfere delle televisioni quando, da un brand morto come Scream, decisero di farne una serie, fallendo su tutti i fronti. Se le 4 pellicole di Wes Craven, pur con alti e bassi, funzionavano sia come thriller puri che come giochi intellettuale alla Nightmare nuovo incubo, la versione MTV, ad uso e consumo del popolo imbecille di ragazzini, invece si era rivelata, nelle sue due stagioni, un guazzabuglio inverecondo di cultura miserabile pop in salsa Scooby Doo. Senza dimenticare l’affronto del violentare qualcosa di così iconico nella mente degli spettatori, come l’aspetto del killer, sostituendo la maschera da urlo di Munch con un’analoga maschera, più brutta, anonima e sticazzi se usata davvero negli ospedali per le riabilitazioni dopo le operazioni facciali. Il disastro poi si completava con l’ammorbamento del sesso e la castrazione della violenza, né più né meno della versione thriller de I ragazzi del muretto.

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Slasher arriva invece nel 2016, è una produzione canadese, e dopo la prima stagione, dal sottotitolo L’esecutore, suscita l’interesse di Netflix che decide di distribuirla in diversi paesi con il suo marchio. La serie è incredibile ed è tutto quello che ogni fan del cinema slasher, appunto, ha sempre desiderato vedere: omicidi sanguinosissimi senza nulla lasciare alla fantasia, un serial killer con una maschera accattivante e un ritmo abbastanza indiavolato. Tutto quello che lo Scream di MTV non era e non sarebbe mai potuto essere, un trionfo da parte del Paese dei castori, dell’acero e del lacrosse sull’impero a stelle e strisce dei blockbuster.

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Il primo fighissimo killer, l’esecutore

Certo Slasher aveva dei difetti, il maggiore una certa ripetitività della messa in scena a causa di una storia non molto interessante e che viveva, come un film pornografico, soprattutto dei suoi eccessi. Però tirando le somme era comunque divertente ed era una gioia sadica vedere cadere un gruppo di scemi mai così scemi sotto le diavolerie inventate dal mascherato assassino in un tripudio, alla Herschell Gordon Lewis, di sangue a litri, arti che volavano e budella in bella vista, l’equivalente cattivo dei cartoni Warner di Willy il coyote.

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Il triste killer del 2

La seconda serie, Colpevoli, cercava di aggiustare il tiro della trama senza preoccuparsi però del creare un’efficace maschera per il suo killer: stavolta uno sciatore assassino con il volto coperto da occhialoni e sciarpa, nulla di inventivo o capace di essere ricordato. Diversa cosa era stata per l’esecutore, mascherato con un cappuccio da boia, terrorizzante e malvagio come pochi altri villain. Per il resto la formula era la stessa: omicidi splatterosissimi, divertimento cattivo, ma anche qui una trama non proprio memorabile anche se più articolata.

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Arriviamo quindi alla terza stagione, Solstizio, sbarcata su Netflix due giorni fa, il 23 Maggio, nei suoi canonici 8 episodi e firmata, come tradizione della serie, come fosse un film, da un solo regista, Adam MacDonald, autore degli interessanti Pyewacket e Backcountry. Le altre due serie portavano invece, in ordine, la firma di Craig David Wallace e Felipe Rodriguez, due autori soprattutto votati alla televisione.  L’arrivo di un regista “cinematografico” come MacDonald si fa subito sentire grazie ad una regia più virtuosistica con inquadrature azzardate fin dal primissimo omicidio dove la mdp si inclina e viene alternata da riprese verticali di cellulari. Per il resto la serie non delude i fan con la solita festa rosso sangue di omicidi scatenati ai danni di minus habens sempre più antipatici.

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La maschera del serial killer stavolta si rifà a quelle analoghe, dotate di neon, viste nel terzo capitolo della saga di The Purge, meno incisiva rispetto all’esecutore della prima ma sicuramente più accattivante di quella della seconda. Le armi usate per i vari delitti poi sono particolarmente originali: si passa da comuni armi bianche a meno usuali tubi di plastica spinti a forza nella bocca dei malcapitati e riempiti di acqua bollente. In Slasher 3 il tasso di violenza, se è possibile, aumenta, e nella prima puntata ci si diverte a veder massacrare ben due personaggi a colpi d’ascia e acido. Solo che questa escalation di morte subisce un arresto negli episodi successivi, dove il druido omicida  uccide solo una vittima a puntata creando così una certa noia, la solita del telefilm, in trame inutilmente allungate e ben poco accattivanti. Come in un porno, l’interesse, a volte ricercato attraverso l’abuso di fastfoward, è solo nell’amplesso, anche qui dialoghi non proprio brillanti e rapporti umani mal costruiti sono subordinati ad orgasmi di morte, vibranti ed eiaculatori come soddisfacenti cum shot d’emoglobina.

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La trama resta quindi il peggior nemico di Slasher, più dei suoi attori quasi cagneschi, con una storia che, spogliata della sua violenza, diventa solo banale, prevedibile e a tratti cretina. Molte motivazioni del killer restano nell’ombra o non convincenti così anche pretestuoso ai fini della narrazione è la figura del druido, mai realmente spiegata neppure nell’epilogo. Certo ci sono cose molto buone, come il background della protagonista mussulmana o l’idea di mettere insieme un gruppo di mostri come vittime, dalla zoccoletta adolescente stile Scream Queens alla youtuber/influencer senza cuore. Questo ecosistema di brutte persone, manipolatrici, egoiste, terrorizzate come in un incubo leghista dal diverso, in questo caso una coppia di lesbiche con figli, fa parteggiare più col killer che con le vittime. Ci si concentra ad umanizzare un solo personaggio, Amy Chao, interpretata dall’orientale Rosie Simon, una tester di videogames con più di un problema emotivo che sfocia nell’assessualità. La vediamo mentre copula con il fidanzato, l’antipatico Xander Lemmon, talmente interessata all’amplesso da indossare un casco della realtà virtuale caricato su un gioco di zombi. Il segmento dedicata a lei, 15:00-18:00, è il migliore forse del lotto, almeno a livello narrativo, e ci si illude che Slasher 3 abbia preso a modello Lost e gli episodi monografici sui singolo personaggi guadagnando in quell’empatia impossibile da provare finora. Purtroppo è una mera illusione e la serie riprende presto il suo schema di noia e sangue ai danni di Barbie e Big Jim senza nessun background di plausibile vita passata.

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Sviluppato in un arco temporale di 24 ore, ogni puntata copre circa 3 ore del giorno del Solstizio, anniversario del primo omicidio del druido, la serie è, come le precedenti, un divertimento spensierato che poteva essere un capolavoro su piccolo schermo ma che riesce ad essere solo discreto.  Naturalmente chi si accontenta gode, ma la rabbia di avere tanto buon materiale, comparse illustri come il Bill Moseley di tanti horror cult e i grandiosi effetti speciali di Mark Wotton, lo stesso di Jason X di Isaac e X-men di Singer, è tanta.

Potremmo sperare in un più accorto Slasher 4, ma si sa gli errori sono difficili da non ripetere.

Andrea Lanza

Slasher: Solstizio 

Creatore: Aaron Martin

Anno: 2019

Regia: Adam MacDonald

Interpreti: Salvatore Antonio, Baraka Rahmani, Saad Siddiqui, Aidan Chase, Paniz Zade, Mika Amonsen, Isaac Pilozo, Robert Cormier, Genevieve DeGraves, Ilan Muallem, Emma Ho, Lisa Berry, Paula Brancati, Dean McDermott, Erin Karpluk, Paulino Nunes, Joanne Vannicola, Mercedes Morris, Gabriel Darku

8 episodi su Netflix

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