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Volevo far rassomigliare la sua faccia a quella di un cane e così gli ho anche tagliato le orecchie come facevo ai dobermann. Sembrava uno zombie. Non moriva mai. Alla fine, esasperato, gli ho aperto la bocca con una chiave inglese, rompendogli i denti, e l’ho soffocato mettendogli dentro tutto quello che gli avevo amputato. Poi l’ho portato tra i rifiuti, dove si meritava, e gli ho dato fuoco

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Leggiamo da wikipedia:

Pietro De Negri, detto il Canaro della Magliana (in romanesco: er Canaro; Calasetta, 28 settembre 1956), è un criminale italiano. Deve il soprannome all’attività di toelettatore di cani in via della Magliana 253, nella zona popolare della Magliana Nuova a Roma, nel quartiere Portuense. Salì alla ribalta per il brutale omicidio dell’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci nel 1988. Il fatto, il delitto del Canaro, colpì per la sua particolare efferatezza, poiché la vittima, a quanto dichiarò l’assassino, sarebbe stata torturata a lungo e mutilata a più riprese prima di essere finita, anche se in seguito l’autopsia smentì questa versione“.

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De Negri, basso, magro e descritto come un tipo pacato, dichiarò di aver ucciso Ricci per vendetta, dopo che, per anni. ne aveva subito le angherie. Tra le molte torture, durate sembra ben sette ore, confessò anche di aver aperto il cranio del suo nemico e di avergli fatto “lo shampoo al cervello”, usando un prodotto che usava per lavare i cani. Non tutto quello che De Negri raccontò però era successo come e quando aveva detto lui.

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Da questo fatto di cronaca nera nascono due film quasi contemporanei: Dogman di Matteo Garrone e Rabbia Furiosa di Sergio Stivaletti. Entrambi si prendono grandissime libertà dalla realtà dei fatti, cambiando nomi e persino luoghi alle vicende del sanguinario canaro, Garrone dichiarerà d’altronde che “il fatto di cronaca era semplicemente uno spunto” e “non c’è mai stato nessun tentativo di ricostruire i fatti come sono andati” tanto che i personaggi non “corrispondono a quelli del fatto di cronaca”.

Due film, due approcci diversi, due pellicole che più agli antipodi non possono essere, uno sguardo realista, minimalista, crudo per Garrone, uno più urlato, sensazionalista e horror per Stivaletti.

Rabbia furiosa non ha il bottage pubblicitario di Dogman: fa una sortita al Fantafestival del 2018, qualche proiezione in cinema selezionati, e scompare, povero, sfigato e con quell’aria di prodotto indecifrabile, sulla carta fratello sciacallo di un successo d’essai.

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Esce, proprio in questi giorni, però in dvd e blu ray grazie all’interessamento della Home movies di Giacomo Ioannis in edizioni piene di extra, limitate e che rendono giustizia ad un film finora solo miticizzato attraverso il passaparola dei pochi fortunati spettatori e della rivista Nocturno. A Ionnis, ai suoi collaboratori e alla sua casa di distribuzione non dimentichiamo dobbiamo in questi ultimi anni una riscoperta di perle dell’infimo del cinema exploitation in collane come Freak video, un’amore incondizionato per il cinema che ha reso possibile l’impossibile: l’arrivo dei B movie più weird del pianeta con la stessa cura nel proporli di pellicole blockbuster. Chapeau.

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Sergio Stivaletti, lo ricordiamo, è un’istituzione, non solo un uomo, per quanto riguarda gli effetti speciali nel nostro Paese. A metà anni 80, tra le molte cose, curò i trucchi per Demoni di Lamberto Bava, un film che ad impatto visivo, pur se derivato da Zombi di George A. Romero, ebbe un clamore incredibile generando figli illegittimi oltreoceano come il Vamp di Richard Wenk, e fu citato, omaggiato, saccheggiato dalla coppia Tarantino/Rodriguez per il bellissimo Dal tramonto all’alba. Tutto merito di Stivaletti e delle sue creature: prima di Demoni in Italia non si era visto un prodotto così accurato negli effetti speciali, così estremo nell’effettistica a base di lattice, sangue e animatroni come negli horror oltreoceano, senza quell’aria un po’ pauperistica dei nostri prodotti anche eccellenti.

Il passaggio di Stivaletti dietro la macchina da presa accadde nel 1997 quando si trovò a sostituire l’insostituibile Lucio Fulci, deceduto l’anno precedente, per il film MDC – Maschera di cera, un progetto che sulla carta doveva unire Dario Argento come produttore e, appunto, Fulci come regista, due eterni rivali riuniti da un progetto comune. La morte non rese purtroppo possibile questo, ma la tragica circostanza fu anche l’occasione per Stivaletti di esordire nella direzione di un horror, un peso grandissimo visto anche le attese generate da un’opera che doveva sancire il ritorno in pompa magna dell’autore di Paura nella città dei morti viventi.

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Quando uscì MDC – Maschera di cera il pubblico non fu generoso verso un film che traspirava Fulci da tutti i pori, crudele, sadico e girato in stato di grazia, più di quanto il maestro Argento avesse fatto in contemporanea con l’orribile Fantasma dell’opera. Certo il film era penalizzato da una trama non sempre brillante, che banalizzava il modello letterario di Gaston Leroux, ma era comunque un horror tosto con nudi, sangue e creature, un cinema che nel 1997 era reperto passato, mortificato dalla televisione e rialzava la testa con orgoglio in una terra di morti viventi lì lì per diventare una landa di prodotti miseri e (casal)indi.

La sua seconda regia, I tre volti del terrore, del 2004, fu meno riuscita, un horror a episodi che non stupiva, non graffiava e risultava stanco anche in una messa in scena non molto convinta.

Rabbia furiosa arriva dopo una serie di cortometraggi, invisibili per di più, un episodio di un film mai distribuito, The Profane Exhibit, sotto la supervisione di Uwe Boll, e una serie tv, Fear, della quale non esiste traccia di notizia sul web.

Stivaletti oltretutto, sulla carta, non sembrava neppure avere la sensibilità per affrontare un fatto di cronaca così delicato e brutale come quello degli omicidi del Canaro. Invece il film è una piccola sorpresa: è un prodotto sicuramente povero, ma potente, sensazionalista senza dubbio, ma che usa questa cifra stilistica, da horror realista, come qualcosa di talmente originale da essere unico nel panorama italiano, Garrone o meno.

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Si vede che Stivaletti ci crede: la regia è attenta, da prodotto neo neorealista anni 90, un po’ sulla scia di Claudio Risi con Pugni di rabbia, di Giulio Base con Crack e di Claudio Fragasso con Teste rasate. Un cinema quindi, nato dallo stupro di Pasolini, che non esiste più, uno sguardo cinematografico alle periferie più povere di Roma senza essere ancora documentario alla Ciprì e Maresco, pellicole incattivite, anzi incazzate, urlate, superficiali ma con una rabbia paragonabile a L’odio di Kassovitz.

Stivaletti si infila, fuori tempo massimo, in questo filone morto, dimenticato dai più e che ultimamente ha visto solo un tardo epigono, La grande rabbia di Claudio Fragasso, imparagonabile, per messa in scena e recitazioni, a quegli anni di giovani autori fumantini.

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Stivaletti che di anni ne ha 62, non è più sicuramente un regista giovane ma la sua opera è qualcosa di incredibile, di innovativo, una continua sorpresa a livello di invenzioni narrative inaspettate, di idee anche visive che cozzano con prepotenza in una produzione che lo si sente non è ricca, che svirgola nei suoi attori molte volte, ma che ha quel bisogno di essere davvero cinema, riuscendoci straordinariamente, in un panorama di robaccia carbonara fatta per e solo gli amici.

Rabbia furiosa non è un horror, ma ha gli elementi da horror, lo splatter, l’introduzione di una siringa verde come quella di Re-animator, le soluzioni da thriller argentiano nella parte finale, una cosa soltanto accarezzata da Sergio Sollima in un altro horror camuffato, ACAB, ma che qui, e solo qui, ha il suo apogeo, la sua resa meravigliosa, più mostruosa e affascinante.

Non tutto funziona nel film di Stivaletti, alcuni attori, come detto, sono fuori parte, troppo caricati altri, ma abbiamo comunque una buona prova del suo attore principale, Riccardo De Filippis, in un ruolo che, è vero, riprende il suo analogo in Romanzo criminale la serie tv ma che risulta comunque efficace. Anche se la vera sorpresa è Romina Mondello, avanti con gli anni ma bellissima, che ci regala un ritratto di donna tragicamente umano, nobilitato da una recitazione mai troppo esasperata e migliorata notevolmente dai suoi esordi.

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Dispiace che il film sembri fare un passo indietro in momenti che invece andrebbero caricati: esempio eclatante la scena dello stupro della moglie del Canaro, troppo castigata, troppo morigerata in una pellicola che pochi minuti dopo non si farà problemi a mostrare una castrazione nel dettaglio.

Roba di poco conto è vero, ma che soltanto una ventina di anni fa non sarebbe stato motivo di (auto) censura in un cinema, come quello popolare, che non aveva paura a versare non solo il sangue ma anche a mostrare il pelo delle sue attrici, in quello stupendo connubio di sex and violence che ha reso miticizzata la nostra exploitation anche nelle derive veriste di un I ragazzi della Roma violenta.

Sul piano effettistico il film è eccezionale soprattutto quando si scatena, negli ultimi minuti, in torture, compreso il già citato shampoo al cervello, dettagliate, pornograficamente violente, un pugno allo stomaco inaspettato e potente. Qui Stivaletti da’ il suo meglio e si ha finalmente la trasformazione effettiva dal reale all’irreale trasmutando l’opera in una tavolozza alla Herschell Gordon Lewis, talmente crudele e sadica da essere iperrealista, affidandosi non alla cronaca ma alle affascinanti bugie del Canaro in quel mondo, tanto caro al regista, di cinema fantastico.

Non funziona la parte che vorrebbe essere poetica, la redenzione post mortem del Canaro in un’atroce, questa sì, allegoria del paradiso, in una chiusa ridicola che stride un po’ con tutta l’opera, ottima comunque.

Un plauso va alla capacità anche dei due sceneggiatori oltre a Stivaletti, Antonio Lusci e Antonio Tentori, di cercare strade innovative in un film che era presentato, nel passaparola della stampa, come “la risposta povera a Dogman” e che invece urla, vibra ed esiste con una propria anima, magari una melma mutaforma capace però di appassionare e, perché no, far sperare ad un sussulto di un cinema morente. Qui però senza dubbio siamo davanti ad un film e non ad uno scherzone girato tra amici. Cosa non sottovalutabile e maledettamente apprezzabile.

Andrea Lanza

Rabbia furiosa – Er canaro

Anno: 2018

Regia: Sergio Stivaletti

Interpreti: Riccardo De Filippis, Virgilio Olivari, Marco Felli, Gianni Franco, Eleonora Gentileschi, Romuald, Andrzej Klos, Giovanni Lombardo Radice, Emanuele Marchetti, Luis Molteni, Romina Mondello, Eugen Neagu, Rosario Petix, Michelangelo Stivaletti, Ottaviano Dell’Acqua

Durata: 120 min.

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