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TH1RTEEN R3ASONS WHY è una serie che mi ha subito catturato. Non mi è mai importato degli haters, dei complottisti dell’ultima ora, di quelli che se la moglie se ne è andata, se il cane ha pisciato sul tappeto, se gli immigrati avanzano, la lega si scioglie, il PD assassino, le foibe, Bibbiano, le cavallette, non ci sono più i gelati come il Piedone, è colpa solo ed esclusivamente di Netflix, anzi Merdflix, perché ci vuole la merda per odiare, mica la Nutella. D’altronde TH1RTEEN R3ASONS WHY è una serie, appunto, Netflix, quindi schifo, disgusto, accendetemi in Piazza Tienanmen perché non posso vivere così.

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Abbasso Merdflix!!!

Però, a me, la prima serie piace, mi piace com’è girata, mi ha catturato la storia, sono state 13 puntate che sono filate sulla mia pelle con la stessa facilità di una lama da adolescente suicida. Non la cosa più bella che ho visto ma, se avessi avuto almeno 25 anni in meno, sono sicuro che avrebbe avuto un altro impatto in me, magari sarebbe stato il mio Schegge di follia personale da Generazione Z. D’altronde la prima stagione ha 4 puntate girate da uno dei registi più folli e visionari di sempre, Gregg Araki, lo stesso di Doom Generation, di Ecstasy Generation, dove tra l’altro un simil Godzillino spara a Shannen Doherty. Gregg Araki è l’artista che, grazie a luci da discoteca, splatter esagerato e vuoto cosmico alla Brett Easton Ellis, ha raccontato con fervore invidiabile l’altra Beverly Hills 90210, fatta di orge gay, festini alla coca e castrazioni di giovani americani sullo sfondo della bandiera USA. Certo col tempo è stato evirato pure lui, dalla tv, da film che scimmiottavano i suoi successi come checche isteriche troppo attempate, ma con TH1RTEEN R3ASONS WHY, pur nell’ambito di un prodotto per ragazzi, l’abbiamo visto finalmente alzare la testa e regalarci le puntate più adrenaliniche, colorate e sessualmente scatenate.

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Che brutto trip, Gregg!

Non male per una serie che ha infiammato, fin dai suoi esordi nel 2017, le pagine del web più sciagurate, con pseudo recensioni che ti fanno capire, alla fine, il terribile crimine di internet: dare la parola a tutti anche a chi, per leggi mai comprese di Dio, per il caos shakesperiano, per la Santa Vergine del Pilar, dovrebbe lasciare il suo parere al circolino di pinella, alle chiacchiere con la mamma quando alle 16 mangia felice pane e marmellata. Poi non parliamo di Facebook e dei milioni di post che potrebbero far pensare a TH1RTEEN R3ASONS WHY come ad un omaccione coi baffi che esce con solo un impermeabile il pomeriggio e mostra il pipino alle ragazze nel parco, lascivo e molto molesto. Invece abbiamo davanti una serie che, basandosi sul romanzo 13 di Jay Asher, racconta con delicata spietatezza le ragioni, 13 appunto, registrate su nastro magnetico e spedite ai diretti interessati, che hanno spinto la bella Hannah Baker al suicidio.

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E’ una storia straziante dove alla fine nessuno è innocente, una storia toccante di bullismo, emarginazione e identità sessuali represse, di giovani mostri in procinto di diventare uomini altrettanto mostruosi, di stupri, di botte e di amori mai dichiarati. In TH1RTEEN R3ASONS WHY tutto è miscelato con furbizia, ma anche con abilità: nulla di quello che racconta è davvero originale, ma palesa una storia che potrebbe succedere ai tuoi figli, ai tuoi amici, magari l’hai vissuta pure tu all’epoca senza raccontarla mai a nessuno. Così le cassette diventano il corrispettivo di un diario, con l’occhiolino alla moda anni 80/90 che è marchio di Netflix, e ci portano dritti in un’inferno adolescenziale che raramente si è visto in tv.

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Di TH1RTEEN R3ASONS WHY ne hanno parlato i giornali, se ne è discusso nelle scuole, i libri di Jay Asher sono balzati di nuovo in cima alle classifica, ma molte polemiche sono state futili e stupide, al pari delle crociate contro i fumetti, i videogiochi o i film violenti che da sempre incendiano i titoli più ignoranti dei giornali. Lo diceva saggiamente Wes Craven in ScreamGli horror non fanno impazzire le persone, al massimo le rendono più creative“, come dire che se sciroccato sei, sciroccato resterai con o senza GTA V, Far Cry o le raspone davanti alle tette di Valentina Nappi. E’ però capitato che qualche adolescente davvero si sia ucciso dopo la visione di 13, magari riconoscendosi nello sconforto senza nessuna speranza di Hanna Baker, abbandonata da tutti, amici, professori e genitori.

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nessuno si suicida nel mondo Netflix

Credo che queste perdite non siano da minimizzare, ma la colpa di certo non è in una serie tv che, vorrei ricordarlo, cerca di sensibilizzare il tema del suicidio. E’ come se, per assurdo davanti ad una pubblicità progresso sui danni dell’eroina, i ragazzi cominciassero a bucarsi. Il problema non è in TH1RTEEN R3ASONS WHY ma nella famiglia e nella scuola, a volte basterebbe solo capirli certi segnali, ma è più comodo puntare il dito verso la tv cattiva e omicida, la stessa televisione che usiamo come babysitter per i nostri bambini, non dimentichiamolo.

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Così Netflix ha deciso un mese fa di censurare il suicidio di Hanna Baker con una scelta, questa sì, di merda. Perché è con decisioni drastiche come queste, politicamente accomodanti, che una serie tv dalla sua concezione di opera (d’intrattenimento, d’arte, non importa) diventa il Big Mac al quale decidi di togliere i cetriolini perché ti fanno schifo. Però TH1RTEEN R3ASONS WHY non è un fast food, non è lo scherzo di un bambino, è il lavoro creativo di uno scrittore che ha trovato la terza dimensione nella serialità dello streaming, che non ha senso tagliare, come non ha senso mettere le mutande al David di Michelangelo perché la censura non abbellisce un’opera, la castra, la snatura ed è il retaggio più bestiale dei regimi dittatoriali. Un film, una serie tv, un libro, un fumetto o un videogioco, belli o brutti che siano, restano arte e l’arte è un flusso che non puoi imbrigliare ma devi solo subire e comprendere. I metodi potevano essere tanti, dal VM18, al parental control, alle doppie versioni, ma si è scelto, anzi Netflix ha scelto per noi, come neanche fa un genitore severo, che, neanche a 42 anni, potrai vedere e inorridire, incazzarti e magari piangere davanti al suicidio di un’adolescente che hai imparato a conoscere anche, e soprattutto, nei suoi drammi. No, ora la sua morte è tronca, raccontata fuori campo così, si spera, non ci saranno più giardini per vergini suicide.

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Io però ho scaricato, e questa volta lo dico con vanto, l’episodio, il tredicesimo, in versione integrale e stavolta, incredibile dictu, la pirateria vince a piene mani sulla legalità. Ora se mai riguarderò TH1RTEEN R3ASONS WHY so che quella puntata sarà solo ed esclusivamente in chiavetta e fanculo al MOIGE. D’altronde, lo dice anche Zucchero nel suo album più bello, Dio salvi il giovane dallo stress e dall’azione cattolica.

Però la storia di questo telefilm mica finisce qui. Perché, ad appena un anno dal suo esordio, nel 2018, su Netflix, esce la seconda stagione. Bene, mi dico, la prima è terminata con degli interrogativi e ci saranno altre cassette, probabilmente, a far continuare la serie. Mi metto comodo e comincia l’orrore.

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Sono state inserite, prima di ogni puntata, dei fastidiosi interventi da parte del cast, nei quali, con sguardo languido, gli attori mettono in guardia gli spettatori della visione pericolosa. Mi ha ricordato non poco cartoni anni 80 tipo Mister T, dove il nostro P. E. Baracus dell’A-team, a fine episodio, faceva un pistolotto moraleggiante che neanche Fra Tazio da Velletri si immaginava, una cosa che, pure da bambino, ti faceva alzare gli occhi e cadere le palle verso l’inferno del Satanasso bestemmiatore. Questi interventi in TH1RTEEN R3ASONS WHY fungono né più né meno dei molesti tutorial dei videogames quando ormai tu giochi da anni e, cazzo, saprai come si muove la videocamera!

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No alla droga, capito????

Va beh, mi ridico, ora però prepariamoci alla seconda stagione e a vedere quali nuovi sviluppi hanno ideato. Mai avere troppe aspettative nella vita, ricordatevelo.

TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 inizia già male: la regia è peggiorata, gli attori sembrano, a solo un anno di distanza, dei trentenni sfatti e la storia è incredibile. Quando uno sceneggiatore è a corto d’idee, è una regola sacrosanta, si affida sempre, come deus ex machina per salvare capre e cavoli, ad un amico invisibile, un molesto amico invisibile che vede quasi sempre solo il protagonista. Non ci credete?

    • Nei Flinstones Fred e Barney incontrano l’incredibile , un alieno verde, odiato da tutti i fan e presto giustamente dimenticato
    • Ricky Cunningham in Happy Days fa la conoscenza di Mork prima di Mindy
    • Batman e Superman hanno i loro amichetti rompicoglioni, Mister Mxyzptlk e il Batmito

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      Si, un alieno verde, Barney

e così via, in quelle derive orribili che scontentano sempre tutti, al pari del cambio del protagonista con un sosia cugino. In TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 non diversamente il buon Clay Jensen dalla testa da Exogino pensa che, dopo la dipartita del suo amore Hanna Baker, ora si può ricominciare, trova persino una nuova fidanzata, una teppista un po’ ribelle con la giacca in pelle e la passione per i motori, ma ecco che si palesa il suo The Great Gazoo personale e contemporaneamente, sfiga delle sfighe, il pipino non gli si rizza più!

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Oddio, mi è apparsa Hanna Baker!

Giuro: i popcorn mi sono andati di traverso. Credevo che più in basso di Prison Break che diventa una sorta di A-Team non si potesse andare, ma, solo guardando TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 ho compreso il senso della canzone Andrea e la frase “Il pozzo è profondo più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto“. Quella era la mia notte del pianto, quando credevo di avere toccato il fondo ecco che continuavo a cadere. E chissà quanti TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 diventeranno soldati da immolare per far comprendere all’uomo che la vita fa schifo, che non puoi abituarti alla merda perché è un blob mutaforme, puoi scappare quanto vuoi, ma prima o poi ti beccherà per riportarti in quel pozzo profondo, più profondo degli occhi. E allora ai giochi addio, per sempre addio.

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Mai una gioia

In TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 Clay Jensen vede il fantasma di Hanna Baker, lei gli parla, lei rompe sopratutto i coglioni, e, come in Happy Days con Ricky e Mork, nessuno oltre lui la vede. La giovane adolescente dai mille moti d’animo ora diventa solo una macchietta fastidiosa, collocata nella vita del protagonista senza un perché davvero logico apparendogli, puf, nei momenti più sacrosanti, soprattutto quando si apparta con la fidanzata ribelle. Immaginate l’emozione della prima volta, l’eccitazione di compiere quel passo importante nella vita come fare l’amore con la vostra ragazza e aggiuntevi Hanna Baker che vi fissa, con il suo broncio distrutto dai 300 panini mangiati tra una stagione e l’altra, mentre vi domanda piangendo “Perché mi hai dimenticato?”. Oddio che stress… Ed ecco che l’ansia di prestazione diventa abitudine perché, giuro, Hanna Baker appare sempre sul più bello e allora il pendolo batte impietoso le sei e vai a spiegare che è un caso, la quarantesima volta!

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Giuro è solo colpa di Hanna!

TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 ripropone la stessa formula della prima stagione con adolescenti problematici, ma lo fa peggio come uno di quei seguiti anni 80 di film di successo, tipo Voglia di vincere 2, dove non avevi più l’attore protagonista ma speravi che il pubblico non se ne accorgesse. Qui il cast è al completo, ma sembra che tutta la voglia di denunciare temi scottanti sia scomparsa: tutta la storia raccontata col pilota automatico, ma soprattutto davvero nulla da censurare stavolta a parte l’idea, cogliona, di rendere Hanna Baker il fantasma formaggino e non una ragazza come tante, dai toni umanamente chiaroscuri.

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Magari col make up non si nota che non sei Michael J. Fox

Però dopo il 2 segue il 3 no? Anche una serie tv orribile come Scream ha avuto una terza parte che prometteva miracoli, maschera giusta, omicidi sanguinosi, e abbiamo avuto ovviamente una nuova stagione ancora più vomitevole delle altre con un Ghostface mai così umiliato e snaturato. Perché quindi non dare un ulteriore seguito a TH1RTEEN R3ASONS WHY?

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RIP Ghostface. Vai ad insegnare agli angeli come si accoltella.

Come per Stranger Things, altra serie che ha vissuto una seconda stagione mediocre, si resetta tutto come (quasi) non fosse mai esistita la precedente storia e si ricomincia con un nuovo intreccio che, si spera, spaccherà il culo ai passeri. Con Stranger Things ha funzionato e la terza parte era forse la migliore, la più horror, la più emozionante, ma TH1RTEEN R3ASONS WHY è sempre TH1RTEEN R3ASONS WHY nella declinazione da brutta da rapa che non puoi cavarci il sangue, da vecchio mulo che si incaponisce e come fai a farlo trotterellare per i sentieri del Perù? Impossibile.

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Stavolta nessuna Hanna Baker,  si ritorna al realismo della prima stagione e il pilot inizia col botto: una mancata strage di uno studente armato di mitra e Clay Jensen arrestato dalla polizia. Che è successo? E perché lo stupratore della scuola, Bryce Walker, è scomparso? Qualcuno l’ha ucciso? Ovvio che sì ed ecco che l’idea di TH1RTEEN R3ASONS WHY 3 è trasformare, anzi snaturare la serie, in Veronica Mars, nelle sue derive più becere da Scooby Doo high school.

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Un altro caso per Scooby Doo

Niente di interessante, personaggi ormai allo sbando, irriconoscibili anche caratterialmente da quelli della prima stagione, una trama così cretina che non ci credi con Clay che salva l’amico pronto a massacrare una scuola e giustamente uno gli chiede “Ma non è che lo rifà?”. E perché mai? Tanto scrive solo messaggi suicidi sul diario, ha gli occhi da pazzo e ripete “Voglio morire”, mica è uno pronto ad imbracciare il suo UZI e ritornare alla scuola per far saltare la testa a compagni e professori.

TH1RTEEN R3ASONS WHY 3 segue tante trame e sottotrame, guarda molto alla serie tv spagnola ÉLITƎ, ma la imbruttisce di molta retorica e imbecillità. La regia è accomodante e senza guizzi, le derive queer di Gregg Araki sono scomparse, ora davvero la serie è quel Big Mac che puoi modificare a tuo piacimento senza che nulla cambi, un prodotto senz’anima, senza più voglia di graffiare, senza più essere TH1RTEEN R3ASONS WHY nella concezione di Jay Asher.

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Non proprio Padre Pio

Alla fine ci sono riusciti, più di Hanna Baker che spunta molesta mentre caghi, a imbrigliare l’imbrigliabile, l’adolescenza, la ribellione, e a mostrare al pubblico come sarebbe perfetto ed utopico un mondo dove i ragazzini sì sbraitano e si azzuffano ma poi tornano col sorriso a casa, finalmente comprensibili ai genitori, lobotomizzati come quel film anni 90 con Kathie Wolmes, Generazione perfetta.

In quest’ottica di continuità quel frammento tagliato di carne e sangue, di dolore e grido d’aiuto, non ha più senso: TH1RTEEN R3ASONS WHY è solo quello che volevano i genitori preoccupati, uno show innocuo. Il suicidio di Hanna Baker non si incastra più, i geroglifici sono stati cancellati dalla tomba, McMurphy non vola più dal nido del cuculo, la Blue Whale è solo una balena cicciosa da colorare all’asilo. Tutto perfetto e rassicurante, ma cazzo che schifo.

Andrea Lanza

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E m i raccomando, ragazzi, fate i bravi!