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Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno, in altri lidi, l’immenso capolavoro Society e, il discontinuo La casa del diavolo. Intanto, noi di Malastrana, abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca al pazzo, psichedelico, inqualificabile Beyond The Black Rainbow. Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi, è la colonna sonora dell’altrettanto folle Blue Sunshine di Jeff Leiberman.

Chi scrive è troppo vecchio e stanco per lanciarsi in una oracolare interpretazione di questo delirio firmato Cosmatos. Cosmatos, sì, ma non George P.! Il regista di Beyond The Black Rainbow è il figlio Panos. E questo suo debutto assoluto nella regia e sceneggiatura, dopo alcune partecipazione in veste di aiuto negli ultimi film del padre, è un incrocio tra un delirio artistoide e un incubo metagrafico; parola che non esiste e di cui il sottoscritto scrivente rivendica la paternità. E pure la maternità.

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George P. Cosmatos era il regista dei violenti film d’azione anni 80 con Sly Stallone (Cobra, Rambo 2) e di rivisitazione storiche posticce della vecchia frontiera (Tombstone). Un regista dal pedigree indiscutibile per questo sito. Il figlio un po’ meno. Diciamo anzi che la presenza di Panos sul blog Malastranavhs è più dovuta a ragioni di sangue. Per il resto Cosmatos jr. sembra il nemico da combattere. Questo se non fosse che le sue scelte stilistiche e le sue pretese autoriali risultino così eccessive e prive di compromessi rispetto all’andazzo generale di oggi, da farne un serio anticonformista.

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Le visioni di Panos e il suo linguaggio sono così fuori misura, di rispetto per i soldi spesi, da rendere la sua epica della rarefazione una cosa degnissima dello spirito malastrano e il suo film un piatto originale e ambiguo che merita più di un assaggio.

I figli lavano via i peccati dei padri? Qui diciamo che è il figlio a peccare, di tante cose. George era inquadrato, commerciale, cinico, un professionista poco stimato dalla critica, colpevole di piazzare i suoi titoli in cima alle classifiche da botteghino e uno che se ne fregava di non figurare tra gli approfondimenti dei Cahiers. Panos invece è autore criptico, pentecostale, sadico e misantropo nei confronti di un pubblico che nella maggior parte dei casi non ha l’ossatura cognitiva abbastanza resistente e flessibile da arrivare al primo tempo di Beyond The Black Rainbow senza avere una reazione simile a quella di Elena al minuto 26: collassando così male da fratturarsi il buon umore per un anno.

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Questo film di fantascienza che mette insieme Jodorowsky e Kubrick, Lynch e Carpenter, Sean Cunningham, Ridley Scott e Kenneth Anger è un bel pasticcio di presunzione impunita, creatività sconvolta. Il mondo rappresentato sembra un sogno hipster, più che hippie, di un retro-culturista degli anni 80: la colonna sonora composta da tal Sinoia Caves, riecheggia i Tangerine Dream e Carpenter, le citazioni pop invece sono davvero puriste (Angel Dust dal primo e inviolabile capolavoro dei Venom, Welcome To Hell o la misconosciuta synthpop band SSQ con Anonymous) mentre tutto il retroculto di macchine in stile Kit-Delorian e poi mangianastri e computer rumorosissimi riportano al consueto arcadismo anni 80. Si ribadisce il concetto di Alien e della sci-fi di 30 anni fa: la tecnologia è rumorosa, musicale quasi. Noi del futuro abbiano scoperto che così non è ma Panos Cosmatos dice fottetevi, in un altro futuro, incistato negli anni 80, l’elettro-domestica sarà gioiosamente fastidiosa. Anni 80 o forse il 2020, con una contaminazione popster che ormai non ha più risparmiato nulla. I due metallari bevono birra con le magliette anni 80, un registratore e una cassetta che spara heavy metal ma potrebbero essere degli intellettuali che magari leggono i fumetti di Robert Crumb per addormentarsi e mangiano semi di lino a colazione.

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C’è poi un motivo per cui hanno messo una ridicola parrucca da Ken a Michael Rogers; non vogliono solo farlo sembrare Matthew McConaughey durante una chemio particolarmente intensa spendendo molti meno soldi che ingaggiando l’originale. Nella seconda parte del film si capirà che la parrucca è un’illusione ostentata; come i manichini di Fulci che precipitano. Diciamo che il regista deve aver avuto le sue ragioni. E anche lo sceneggiatore. E siccome sono la stessa persona, possiamo prendercela con uno solo e fare male a entrambi.

A essere schietti bisogna ammetterlo: ci sono degli elementi che sfuggono in Beyond The Black Rainbow. Buchi neri da colmare con le nostre più sfracellanti significazioni. Lo spettatore deve interpretare la decisione di mettere e togliere un parrucchino dalla testa di un attore, per esempio. A guardare Michael Rogers completamente glabro tornano in mente gli infetti del film Blue Sunshine di Jeff Leiberman, ma non è una pista così buona per raccapezzarsi della metamorfosi. Una volta libero dalla capigliatura finta non abbiamo tempo di riflettere perché siamo subito lasciati soli davanti a una nuova sfida interpretativa: perché fargli smettere i panni alla Ted Bundy e indossare abiti in pelle tipo Psycho-bikers alla Corman?

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Inizialmente Beyond The Black Rainbow è lento. Poi peggiora. Sfocia nel mare acido. Pare l’esperimento di Herzog di Cuore di vetro con le caramelle per diabetici al posto delle droghe vere. Per certi versi ricorda Begotten di Merhige, con la sua muscolare artisticità inferta in modo estremamente violento. Per dire, nei primi trenta minuti, l’uso dei rallenty e delle dissolvenze optate da Panos Cosmatos sembrano provocazioni; schiaffetti e pitalocchi in faccia allo spettatore più ben disposto.

Cosmatos è nato in Italia, dal padre George e una scultrice svedese, nel 1974. Aveva 36 anni quando ha esordito alla regia con Beyond The Black Rainbow. Queste info biografiche vanno dette, ma facendo come lui, senza specificare il motivo. Così, ci sono e chi vuole può usarle per capire di più o di meno. Lui ha un po’ lo stile Refn. Non puoi guardare un suo film e dire: uhm, carino. Accade lo stesso con Mandy, il secondo lungometraggio. Esci dal cinema o riavvi il pc e dici a te stesso che lo vorresti morto oppure che oh, tu lo adori quasi con lo stesso entusiasmo con cui ti inebriavi dei calzini dei compagni di classe dopo l’ora di ginnastica alle medie, libero di amare qualcosa che tutti rifugiano.

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Beyond The Black Rainbow è caotico, impressionista del tipo dead end, ovvero il suo cinema è un telone imbrattato che nasconde un muro di mattoni contro cui spappolarti il capoccione gonfio di critica supponente e tossine analogiche. Il nero arcobaleno del titolo onestamente è solo una frase che balena nelle stringate battute del film. Poteva intitolarsi anche La sospetta fetta di formaggio e avrebbe avuto lo stesso livello di senso inglobante.

Nel finale la ragazza prigioniera si libera ed è come se nascesse. Prima vaga per la clinica – astronave – alveare in stile Alice carroliana sotto shock. Prima ancora è una sorta di Giovanna D’Arco alla Dreyer ma senza battute e soprattutto senza un dio a cui guardare; quindi è banalmente e disperatamente pazza. C’è chi dice che i pazzi siano quelli davvero in comunicazione con l’Altissimo. E se non c’è chi lo dice, qualcuno dovrebbe dirlo. In un certo senso questo film, così disperato e indisponente, sembra in fondo più religioso di un qualsiasi carnaio di Mel Gibson ma non sappiamo a che Dio si stia votando Cosmatos. Di sicuro nemmeno noi spettatori riusciamo a crocettare la nostra scheda eternorale. Se dobbiamo dare briglia alle associazioni puramente soggettive, l’aria incerta della protagonista, finalmente libera dall’amniocentico centro di detenzione per la ricerca psicoschizofrenica, è L’Atalante di Vigò che risale dall’Inferno. Gli insetti, il creato intero fatto di fango e fili d’erba è invece una goethiana reviviscenza del caro vecchio Romanticismo necrofilo, con una strizzatina di bulbo a Phenomena; perché in fondo anche la fascinazione di Helen per la natura è sofferta e stregata come quella di Jennifer del film di Argento. Il finale sembra Shining sull’astronave di 2001. E per non farci mancar nulla, Cosmatos trasforma la ragazza, patetica, struggente e un po’ pallosa, in un ibrido tra Carrie di De Palma e uno scanner buono sì ma fino a un certo punto.

Francesco Ceccamea

Beyond the Black Rainbow

Anno: 2010

Regia: Panos Cosmatos

Interpreti: Michael Rogers, Eva Allan, Scott Hylands, Marilyn Norry, Rondel Reynoldson, Ryley Zinger, Gerry South, Chris Gauthier, Geoffrey Conder, Roy Campsall, Richard Jollymore, Christian Sloan, Sara Stockstad

Durata: 110 min.

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