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Avevo 17 anni quando uscì Dellamorte Dellamore ed ero eccitatissimo e incazzato. Eccitato perché leggevo Dylan Dog da ormai 8 anni, da quando, per casi strani del destino, mio padre mi regalò, al mio decimo compleanno, il numero 1, L’alba dei morti viventi. Incazzato perché a Varese il film di Soavi non era uscito e io non mi ero mai spinto, un po’ come Francesco Dellamorte, fuori dal mio acquario, dalla mia palla di vetro che comprendeva la mia personale Buffalora, Marchirolo, e appunto Varese dove frequentavo il Liceo Classico. A Milano non ci avevo mai messo piede, ero un provincialotto, ma Dellamorte Dellamore lo proiettavano all’Odeon, vicino vicino a Duomo.

MV5BYTlkMmJmMTktMzNmZC00ZmYzLTliYjktYmJiNjNiY2Y0NGRmXkEyXkFqcGdeQXVyMjUyNDk2ODc@._V1_Avrei potuto, è vero, aspettare l’uscita in vhs, ma no, non ci stavo, io volevo vedere subito il film di Soavi: ero mosso dallo stesso furor di popolo che spingeva gli studenti in piazza Tienanmen… forse. Peccato che in tasca avessi si e no 15 mila lire, e, per treno, metropolitana e biglietto del cinema, me ne servissero altre 5000. Decisi di tentare quindi la strada della pietas dell’accattone e cominciai, nei pressi della stazione di Varese, a chiedere soldi per raggiungere l’agognata cifra. Naturalmente nessuno mi aiutò, non avevo d’altronde al mio fianco scimmiette col piattino, non sapevo cantare e i miei capelli lunghi potevano far credere che avessi bisogno solo di una dose di eroina. Eppure, quando le speranze erano perdute, arrivò lui, il mio mecenate, il mio Silvio Berlusconi come neanche fossi un’olgettina bramosa di successo, il Paperon De Paperoni di Cavaria con Premezzo, Luca, un mio amico che, mosso a pietà, mi prestò i soldi. Ovviamente, a distanza di quasi 25 anni, mi ricorda ancora le 5000 lire che non vide mai più e io, con un sorriso, a metà tra il guascone e la supercazzola, mi fingo morto, lingua fuori e zampe all’aria, perché alla fine non voglio spezzare la magia di un miracolo con la bassezza di un debito saldato.

Comunque arrivai a Milano, cercando di non perdermi, cappotto lungo alla Nathan Never, ed entrai a film iniziato, ma entrai, questo è importante perché per me Dellamorte Dellamore era un evento, una pellicola che aspettavo da anni, anche senza Dylan Dog.

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Avevo comprato anni prima il romanzo di Tiziano Sclavi e l’avevo consumato: letto e riletto, affascinato, innamorato come davanti ad una bella donna. 100 pagine o poco più che avevo finito in un giorno per poi ributtarmici ancora con quella fame compulsiva che hanno gli adolescenti davanti alle cose che amano. Così come l’Evil dead di Sam Raimi era il film perfetto, il libro di Sclavi lo era, per me, nella letteratura con un personaggio frastagliato, ironico, psicolabile e sempre fuori luogo come mi sentivo io, ragazzino balbuziente, in balia del mondo e dei miei amori disperati, bellissimi e mai corrisposti, un po’ come la Lei che fa battere il cuore di Francesco, becchino di un cimitero alle prese con un’invasione di ritornanti/zombi. Ostcia.

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Dellamorte in un fumetto mai uscito disegnato da Claudio Villa

Quindi l’idea di vedere quella storia al cinema, oltretutto diretta da un regista come Michele Soavi, un talento visionario che aveva saputo rendere poesia quello che sulla carta era solo un banale slasher, uno che aveva diretto quel gioiello sottovalutato de La setta, beh era un sogno che diventava realtà.

Cemetery Man

Quello che non sapevo era che tutto il cinema di genere che amavo, quello dei Fulci, dei Lenzi e dei Massaccessi, dei polizieschi alla Peckinpah di Sergio Martino e delle Case 4, degli alien 2 sulla terra e dei ripoff di Bruno Mattei, brutti ma bellissimi, sarebbe finito proprio con Dellamorte Dellamore. Dopo nulla sarebbe stato lo stesso: i film popolari sarebbero spariti su grande schermo per affacciarsi timidamente nella versione for dummies in tv, i grandi autori avrebbero spirato gli ultimi o si sarebbero, come per Dario Argento, depersonalizzati in una orrida versione da ultracorpo, i registi horror erano sempre meno horror, ci sarebbe stata l’ecatombe degli indipendenti/amatoriali, ma anche, nella resurrezione alla Shadow, quel cinema nostalgico era diventato delle amabili spoglie, si poteva solo piangere e rimpiangere mentre i nostri capelli diventavano selvaggi e poi bianchi. Con Dellamorte Dellamore si chiudeva un’epoca.

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Non mi piacque quanto il libro il film di Soavi, era inevitabile, ma lo trovai comunque meraviglioso, soprattutto visto su uno schermo gigante e la pellicola 35 mm. Col tempo l’ho ancora più apprezzato come si fa davanti ad un vinello invecchiato o ad una donna che, con gli anni, trovi affascinante anche con le rughe e la bellezza imperfetta dell’età.

Forse non mi era andata giù, all’epoca, che tutta la seconda parte del romanzo era stata eliminata ma, col senno di poi, era una scelta inevitabile per un film che era chiaro comunque sarebbe stato un kamikaze suicida nel cinema di massa.

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Dellamorte Dellamorte era quello che il pubblico, trascinato dalla scritta imponente sui cartelloni, “dall’autore di Dylan Dog” con i caratteri del fumetto ben riconoscibili, non voleva vedere: troppo grottesco, troppo intellettuale nei rimandi a Magritte e ai suoi amanti, all’isola dei morti di Böcklin, troppo strano, scorretto e disperato, horror ma senza sangue, ironico ad un passo dalla parodia, un alieno che non rispettava i canoni del cinema di paura ma enfatizzava gli elementi sotterranei del personaggio dell’investigatore dell’incubo, non più castrato dal formato Bonelli ma puro Tiziano Sclavi senza censure preventive.

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Per questo Dellamorte Dellamore non fu un successo, forse crebbe come cult movie sotterraneo negli anni, sicuramente si pensò ad un assurdo numero 2 ma finì lì in quell’apparizione unica e irripetibile su grande schermo.

Eppure, a distanza di 25 anni dal 1994, resta un film splendido con i difetti che ora non sembrano più tali e una messa in scena potente e meravigliosa, la cosa più elegante vista in un horror che probabilmente non sapeva di essere d’autore ma lo era, chiaramente lo era, ma senza la spocchia del cinema alto, anzi con i liquami e gli umori delle pellicole basse “degenere” più che di genere.

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Funziona la sceneggiatura di Gianni Romoli con l’intuizione fantastica del finale surreale e della strada che non conduce a nulla, dell’assurdo cambio di ruolo tra il protagonista e il suo assistente mentre la neve che copre la palla di cristallo ti lascia muto, imbecille e incredulo, anche a te, spettatore, che chissà quante Buffalora hai cercato di lasciare alle spalle senza mai riuscirci.

Forse le battute, d’effetto, a volte esageratamente fumettistiche, sono di troppo, ma, che cazzo, 25 anni fa le ripetevi davanti ai tuoi amici che al cinema non c’erano andati (“Ex sindacoBaaaam!) generando invidia e risate, e, nel 2019, restano comunque deliziose, impossibili da togliere senza snaturare il prodotto.

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Sclavi non era stato chiamato per scrivere la sceneggiatura, questo forse il peccato maggiore, ma c’era comunque tanto Sclavi dentro Dellamorte Dellamore, un film nato da un libro che si presentava già perfetto per il cinema con la scrittura vicina alla sceneggiatura, con i suoi movimenti di macchina come se da lì a poco dovesse essere diretto.

Michele Soavi è all’apice della forma e gira sequenze che ricordano meravigliosi quadri, non solo quando, come nel caso del bacio col sudario, cita i maestri pittori. Restano impresse nella memoria i fuochi fatui che spiano gli amanti, gli zombi di putrefazione e mandragola, la luna gigantesca sul corpo nudo della Falchi, la morte stracciona, le puttane che illudono gli innamorati, e la camera spietata che gira intorno a Dellamorte mentre, sorridendo, la donna che ama gli rivela che sposerà un altro.

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Poi c’è lui, Rupert Everett, il Dylan Dog perfetto fatto carne, che attraversa la pellicola come Alain Delon ne La prima notte di quiete, sigaretta sul labbro e sguardo da cane bastonato come quelle vecchie star di Hollywood che, arrivavano in Italia, a Cinecittà, per vivere l’ultima fase della carriera, quella dei non kolossal sul viale del tramonto. Il suo Francesco Dellamorte è perfetto, la sua interpretazione tocca corde di emotività incredibili, è forse l’esempio più eclatante di un ruolo minore nella filmografia di un attore impegnato, tra James Ivory e Paul Schrader, che diventa una, se non LA prova migliore della sua intera carriera.

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Anna Falchi è sì una bella statuina, ma è anche lei eccellente nel ruolo anzi nei ruoli della donna idealizzata dal protagonista: bellissima, con due seni che sono un inno a Dio anche nel silicone, e un corpo burroso che ti facevano innamorare a 17 anni e che, a 43, scopri di non avere mai smesso di sognarla. Lei, l’amore, la donna, viene resa perfettamente dalla recitazione grintosa dell’attrice, quasi una sorta di rivalsa verso il pubblico che non l’ha mai considerata, forse a torto, una brava attrice, ma che qui vive, muore e inganna come le grandi dive, le divine vampire del cinema muto, le femme fatale dei noir, le bionde di Hitchcock e del doppio ruolo alla Vertigo.

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Gli effetti speciali di Sergio Stivaletti sono molto buoni, ma pagano un budget forse non così elevato, soprattutto nella sequenza della testa di una ragazzina che, come ne Il pifferaio di Hamlin, segue, grazie a fili purtroppo ben visibili, con poca presa scenica il bravissimo François Hadji-Lazaro nei panni del povero Gnaghi, assistente ritardato del protagonista. Per il resto però quando si tratta di mettere in scena gli zombi, anche nella variante fantasiosa di un morto vivente fuso ad una moto, sulla falsariga di Cronenberg o del Nightmare 5 di Stephen Hopkins, l’artista romano compie un eccellente lavoro, competitivo, come ai tempi del Demoni di Lamberto Bava, con le produzioni a stelle e strisce.

La parte del leone però lo fanno soprattutto le splendide musiche di Manuel De Sica: struggenti e immersive, una delle prove migliori del musicista scomparso nel 2014. Basti vedere la sequenza dove i boyscout si risvegliano commentata dallo score elettronico dell’autore: la scena già concitata da sola, acquista toni epici inespressi dalle immagini.

Dellamorte Dellamore resta un’opera, a distanza di un quarto di secolo dalla sua uscita, eccezionale, ancora migliore di come è stata percepita all’epoca, un film ricco di spunti, scritto in stato di grazia e diretto bene come mai prima (o dopo) da un inventivo Soavi. Alla fine, più che Negan o Dylan Dog, se ci pensiamo bene, siamo tutti stati, o siamo ancora, Francesco Dellamorte, confusi e innamorati, spauriti e non capiti tra morti viventi e vivi morenti, incerti cosa sia davvero il nostro destino, a 17 anni come a 43.

Andrea Lanza

Dellamorte Dellamore

Anno: 1994

Regia: Michele Soavi

Interpreti: Rupert Everett, Anna Falchi, François Hadji-Lazaro, Barbara Cupisti, Stefano Masciarelli, Mickey Knox, Fabio Alberici, Anthony Alexander, Katja Anton, Elio Cesari, Pietro Genuardi, Flavio Marti, Fiorenzo Marsili, Claudia Lawrence, Micha Kopman, Maddalena Ischiale, Fabiana Formica, Mariaelena Fresu, Rinaldo Zamperla, Alessandro Zamattio, Maurizio Romoli, Patrizia Punzo, Clive Riche, Vito Passeri, Sandro Prati, Tiziano Nardoni, Daniele Mezzoprete, Gianluca Gennaro, Francesca Gamba, Stefano De Tomassi, Renato Donis, Simone Ervini, Marco Fiorentini

Durata: 105 min.

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