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Se stilare una classifica dei film migliori dell’anno è stato relativamente semplice avendo tra le mani un capolavoro come Parasite, il difficile viene con i flop, ma intesi, sia ben chiaro, la maggior parte delle volte, come delusioni, non come brutti film. Di fattura credo siano buoni tutti, non abbiamo, per esempio, cose blobbose e immonde tipo Cattivi Pierrot di Pierfrancesco Campanella o Il Cartaio, nominato “merdaio” dai fan più crudeli di Dario Argento. Mi dispiace di non  aver inserito nell’altra classifica  Us (Noi) di Jordan Peele, un horror davvero inquietante, ma sono davvero tante le pellicole degne di nota e scegliere solo 10 titoli richiede per forza il suo tributo di sangue druidico. Bando alla ciance però, buttiamoci, pessimo caffè solubile del Martedì e mal di testa da scrittore fallito, ad infilare, a forza, nel calderone dei flop, alcuni titoli che forse faranno insorgere la folla, qualcuno mi vorrà mettere uno spiedo su per il sedere, ma ragazzi che ci posso fare se non mi sono piaciuti?

Irishman di Martin Scorsese

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La vecchiaia è una brutta bestia, non risparmia il povero Clint Eastwood in scelte imbarazzanti e non risparmia neppure i nostri miti dell’infanzia da cinefili: quei meravigliosi Bravi ragazzi scorsesiani con l’aggiunta di uno dei migliori attori di sempre, l’immenso Al Pacino. Qualcosa però non torna, anche se la fattura è ottima: 3 ore e passa che filano magnificamente ma con un senso di stanchezza palpabili nel cast e nella storia. Se non ci fossero stati i capolavori che ricordiamo di Martin Scorsese, ma anche i Padrini coppoliani più le derive gangster di De Palma, tutto filerebbe liscio, ma bisognerebbe azzerare il cinema e chiudere un milione di occhi solo perché noi amiamo regista e cast. 175 milioni buttati per un’operazione nostalgia che abusa di una pessima computer grafica, nel quale i vecchi tramutati in giovani sembrano personaggi in CGI di un gioco per playstation 1. Terribile da vedere, imbarazzante da percepire. Sarebbe bastato usare lo stesso escamotage de Il padrino 2 con attori diversi nelle parti del passato, ma, essendo Irishman un film soprattutto per il fandom, non si permette di esistere senza la sovrabbondanza di Joe Pesci, Robert De Niro e Al Pacino, con o senza denti anche con vent’anni di meno. E’ tutto strabordante in un’opera che avrebbe sicuramente gioito di un taglio di un bravo montatore e che invece, in questo cut del regista, si dilunga anche nel non necessario, piacevole è vero, ma sempre superfluo. Non convince neanche la storia, debole e senza che, in un solo momento, tu ti possa affezionare a questo personaggio, Frank Sheeran, dalla faccia uguale in 50 anni di vita mafiosa. Manca il cuore ed è un peccato perché Scorsese non ha perso neanche un po’ della sua forza, nel gusto del costruire le scene violente e inaspettate, è solo che in Irishman fa la figura del vecchio nonno incapace di usare un computer e lamentarsi poi delle diavolerie della tecnologia moderna.

Joker di Todd Phillips

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E’ un bel film Joker? Senza dubbio: un cinecomix non cinecomix che si concentra sulla figura di un Joker, tale Arthur Fleck con una patologia rarissima di risata destabilizzante, la Pseudobulbar Affect. La regia è ottima, la storia sa essere originale pur pagando i tributi con il bellissimo Re per una notte, e Joaquin Phoenix si mangia il cast, compreso un Robert De Niro da tempo non così in forma. La cosa però che non è il Joker è quello che tutti cercano di farci credere: un capolavoro. Siamo davanti ad un buonissimo prodotto, commovente ed emotivamente coinvolgente, ma con una sceneggiatura furba che, da una parte fa le pose da intellettuale e dall’altra non rinuncia all’occhietto verso gli stessi fan del fumetto che rinnega (l’arrivo di Bruce Wayne con Alfred, la figura di Batman disegnata in un gioco di specchio più la solita ricostruzione delle origini dell’uomo pipistrello). E’ come se Todd Philips fosse un razzista del KKK, con i sermoni puntati verso la supremazia dell’uomo bianco che però in segreto si fa la governante di colore: non molto coerente. In più Joker vuole stupire con almeno un ribaltone a metà pellicola ma arriva fuori tempo massimo, soprattutto in un’epoca che ha visto in tv la nascita di Mr Robot e al cinema quella di Fight club: tutto allora diventa risaputo e già sentito. Si legge che molti si riconoscono in Arthur Fleck percendo la sua parabola come quella dell’uomo comune che, ingiustamente bersagliato dalla società, ha un riscatto nella criminalità. “Siamo tutti Arthur Fleck”, dicono, boh sarete voi Arthur Fleck, uno sciroccato dissociato mentalmente, io mi sento più vicino ai parassiti di Bong Joon-ho, questi davvero gli ultimi nel disperato tentativo di inutile rivalsa sociale.

Suspiria di Luca Guadagnino

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Lasciamo stare la pesante eredità del Suspiria di Dario Argento che alla fine funge solo da modello per una storia simile ma non uguale, ma il risultato non  è comunque dei migliori, un horror poco concentrato sull’horror che cerca di essere un film più intellettuale e “serio” del modello. In più la regia di Guadagnino guarda ad un certo tipo di cinema tedesco anni 70, freddo e minimalista, ma risulta alla fine solo paratelevisivo, dei peggiori, più simile a Il commissario Köster (Der Alte) di quanto si possa pensare. Se nelle intenzioni, dai cartelli che aprono il film alla forte componente politica, si cerca di guardare La terza generazione (Die dritte Generation), il tutto purtroppo si perde nell’idea di un film che dovrebbe essere di genere (le streghe, lo splatter, il balletto mortale) ma cerca di essere oltre il genere, più profondo, meno sciocco, risultando però un ibrido indigesto, mal calibrato e senza neanche quei meravigliosi colori che impreziosivano l’opera originale. Attori poi allo sbando con gigioneria devastante e, nel caso di Tilda Swinton, l’imbarazzo persino di una performance così ridicola nel camuffamento esagerato che non si vedeva dai tempi comicissimi di Giallo di Argento. Nel finale l’opera sembra rialzarsi e la danza di morte finale ha un certo fascino, ma poi il film cade nella solita pedanteria e in un lungo finale non richiesto, poco commovente e a suo modo cretino. Suspiria è quanto di peggio si poteva pensare purtroppo, Dario Argento o meno.

Toy Story 4 di  Josh Cooley

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Se Toy Story 2, finora, per via della sua natura ibrida di prodotto direct to video passato al cinema, era stato quello meno convincente (ma non per questo senza spunti interessanti), con il quarto capitolo si tocca purtroppo il fondo. Sul piano dell’animazione siamo a livelli altissimi,  ma stavolta a non convincere è la storia che da sempre è stata il cuore (e la fortuna) di questa saga. Tutto, dai caratteri dei personaggi alle gag fino ai momenti strappalacrime, sembrano creati ad hoc per i fan, per dare loro un prodotto che ricicla il meglio dei primi tre film vendendolo però per nuovo. Così facendo si crea un prodotto certo ineccepibile nella forma, ma ingiustificatamente senz’anima, artificiale e patetico nel suo tentare di essere empatico. Woody e amici salutano i fan nel peggiore dei modi senza neanche tentare di avere un cattivo degno di nota come ai tempi di Lotso, l’orso rosa al profumo di fragola, deluso e abbandonato dagli umani.

Light of My Life di Casey Affleck

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L’Affleck più piccolo e più sopravvalutato del pianeta Terra, alle prese come attore, regista e sceneggiatore in un dramma postnucleare alla Cormac McCarthy. Troppo per le sue fragili spalle: regia debole, storia senza nerbo con lunghissimi monologhi dallo scarso interesse, e un’interpretazione del nostro Casey granitica e imbronciata come la peggiore Angelina Jolie. Risplende la giovane Anna Pniowsky con una performance attoriale convincente e variegata, ma è l’unico motivo d’interesse in  un film che si compiace di essere intellettuale ed è solo noioso e banale.

Aladdin di Guy Ritchie

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Ci sono cose che davvero non ci credi che possano uscire tanto brutte: Aladdin di Guy Ritchie è questo… e anche di più. Le operazioni live Disney sono tra le più grandi incognite della storia del cinema moderno: mai al livello delle controparti animate, cercano di riadattare i classici con sterzate di modernità fuori luogo. In questo Aladdin si cerca di emancipare la principessa Jasmine nel peggiore dei modi con canzoni dal sapore di metoo moderno e una totale scemenza di azioni, fuori contesto anche in uno scenario fantastico. In più gli attori sembrano presi da qualche brutta telenovelas di Netflix tipo La Reina del Sur e, cosa peggiore, si aggirano in scenari di cartapesta non indegni di Gardaland o di qualche speciale live su Disneyworld. Basti vedere poi il serpente in mano a Jafar che sembra uscito da Cheng bazar cinese: un disagio. La regia di Guy Ritchie è sonnacchiosa come ai tempi del remake della Wertmüller con la ex Madonna, ma per fortuna c’è la simpatia di Will Smith che, purtroppo, vista la fama dell’attore, non può essere colorato del solito blu. Vige la regola di Dredd con Stallone: gli interpreti famosi devono recitare a viso scoperto, senza trucchi o arzigogoli. Solo che, reso umano il genio, si può spegnere, a meno che non vogliate vedere una nuova versione, quella che non fa ridere, di Il principe di Bel Air, stavolta a Bagdad. Aladdin vince a piene mani il titolo di Disney live più brutto, roba che già l’osceno Dumbo sembra Edward mani di forbice.

Il grande salto di Giorgio Tirabassi

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Ovvero volevo essere Monicelli ma non ne ero capace. L’esordio alla regia di Giorgio Tirabassi è qualcosa di così molesto, presuntuoso e velleitario che non trova riscontro né in una regia ispirata né tantomeno in una storia divertente dalle componenti tragicomiche. Sul piano attoriale ci siamo, e soprattutto in Ricky Memphis si ha una convincente interpretazione, ma è forse l’unica cosa in una film disgraziato, che vorrebbe essere grottesco ma è solo patetico. Si spreca, in un cammeo inutile, un attore di razza come Marco Giallini, ma la cosa peggiore è il finale, inverecondo e indicibile come se Mario Monicelli impazzito ci facesse dall’aldilà un’atroce supercazzola.

Crawl – Intrappolati di Alexandre Aja

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Da Alexandre Aja ci si aspetta sempre il grande film dopo quel gioiello di Alta tensione. Sono passati 16 anni da quel 2003 che lo fece scoprire al grande pubblico, e abbiamo avuto alti (Le colline hanno gli occhi), qualche scivolone (Riflessi di paura), una cazzata divertente (Piranha 3d) e un paio di opere interessanti ma pretestuose (Horns e The 9th Life of Louis Drax), tutto sommato un buon risultato di carriera. Crawl – Intrappolati non è il film che cercavamo, ma neppure il film che meritavamo e che Aja stesso meritava: una gran porcheria con dei coccodrilli e una ragazza insieme al padre in bagnomaria. Fosse per lo meno divertente lo metteremmo nella lista delle cazzate coccodrillose alla Lake Placid di Steve Miner, ma invece siamo davanti ad una palla intergalattica che dura 87 minuti ma sembrano 190, un horror che non spaventa, un survival ridicolo, pieno di idee stupide di sceneggiatura e una certa arroganza d’intenti alti in un film che richiederebbe solo ritmo, tette della protagonista e coccodrilli assassini. Produce Sam Raimi ma potrebbe essere anche Ciccio Gamer senza che il risultato cambi.

Pet Sematary di di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer

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Dispiace vedere i registi dello splendido e mefistofelico Starry eyes, stuprare e mutilare sia il bellissimo romanzo di King che la meravigliosa trasposizione di Mary Lambert, Cimitero vivente. Non siamo ai livelli di Pet Sematary 2 di indicibile cretineria, ma neanche qui si scherza con l’aggravante di un trailer suicida che spoilera l’unica sorpresa del film. Non una sola idea di regia degna di nota, non uno scossone: Cimitero vivente 2.0 è calma piatta, decente quando segue il canovaccio kinghiano ma indecente quando sbarella verso la novità. In più, cosa imperdonabile, in un film tratto da romanzo tanto spaventoso quanto commovente, dei personaggi non te ne frega nulla, sia che muoiano o vivano.

Ma di Tate Taylor

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La Blumhouse al suo peggio produce un horror che pecca soprattutto di poco interesse. Sembra di assistere ad un giallo del Sabato sera di Rai2, con tutta la moscezza del caso, ma che ha fruttato il solito pienone in sala (almeno negli States), una cosa totalmente ingiustificata. Ma non fa paura, è solo imbelle, girato senza estro, piatto e banale come il suo villain, la pantagruelica Sue Ann col complesso di Peter Pan. E’ uno di quei film che neanche ti fanno incazzare, scorrono senza colpo ferire e li dimentichi subito. In attesa ovviamente del sequel o del remake turco.

Andrea Lanza