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C’è stato un periodo, non molto lontano, nel quale Rob Zombie, musicista affermato della scena metal, si era creato una certa fama anche come regista horror. Il suo esordio con il violentissimo La casa dei 1000 corpi (House of 1000 Corpses), omaggio anarchico al capolavoro hooperiano Non aprite quella porta, aveva fatto scoprire un talento pulp ancora acerbo ma con idee da vendere. Almeno per gli appassionati perché la critica, soprattutto quella statunitense, fu impietosa e severa: Frank Scheck scrisse sulle pagine del  The Hollywood Reporter che l’unica cosa terrorizzate della pellicola era la scritta sullo schermo “Un film di Rob Zombie”, e  Clint Morris su Film Threat non fu molto più tenero, descrivendolo come “un’ora e mezzo di trama indecifrabile e disgustosa, e neanche originale“. La casa dei 1000 corpi non fu un successo clamoroso: su un budget di 7 milioni di dollari ne incassò 12 negli States e 16 nel resto del mondo, ma ebbe un buon passaparola e la fama di cult movie maledetto.

doc-satanD’altronde lo stesso Zombie si era battuto come una furia per non scendere a compromessi aspettando ben tre anni un distributore, la Lionsgate, dopo che la Universal si era defilata temendo in un divieto ai 17, cosa che avvenne. Certo è che La casa dei 1000 corpi è uno di quei film imperfetti ma magnifici, un tale concentrato di amore per il cinema horror del passato, non solo gli splatter rurali di Hooper e Craven, ma anche gli Universal anni 30 e tutti i B movie in bianco e nero da drive in. Rob Zombie riesce a creare una famiglia disfunzionale, orribile e sadica, che non risulta la solita riproposta di Non aprite quella porta, anche se il modello è quello, ma che diventa a suo modo iconica nella new wave horror di inizio millennio. Così la sua Baby, interpretata dalla compagna all’esordio, la splendida Sheri Moon Zoombie, il terrorizzante pagliaccio dalla battuta pronta Captain Spauldin, e il satanico Otis diventano i primi spauracchi di un cinema che presto si lancerà in remake McDonalds per la massa.

Devil's RejectsNel 2005 il regista riproporrà gli stessi villain in un seguito dai toni western, La casa del diavolo (The Devil’s Rejects), tentando un assurdo sulla carta perdente, trasformare i tre feroci assassini in tre antieroi, riuscendo nel tentativo e conquistando pubblico e critica. Nel secondo capitolo si perdono i toni horror surreali del prototipo, la fotografia innaturale che guardava alle tavole pittoriche di Storaro per Argento, e ci si concentra più sull’assunto che, davanti al male più grande, il male minore diventi bene. Così il pagliaccio di Sid Haig, la Baby di Sheri Moon e l’Otis di Bill Moseley diventano gli oppressi, i martiri, i bersagli di una polizia criminale, nascosta nell’alibi della giustizia legale, che massacra i colpevoli con la stessa furia psicopatica di chi condanna. Così i cattivi si tramutano in eroi epici, gli stessi dei western di Sam Peckinpah che vengono crivellati dai colpi dell'(in)giustizia in un finale struggente e inaspettato. Rob Zombie compie il miracolo e, pur mostrando tre bastardi immorali che compiono stragi invereconde, li riesce a beatificare davanti al suo pubblico rendendoli in un certo modo immortali nell’immaginario.

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Solo che da qui in avanti la sua carriera registica ha una brusca frenata: prima con gli Halloween, soprattutto il secondo, poi con il delirio felliniano d’autore, Le streghe di  Salem, i flop commerciali sono cocenti. Il risultato è che Rob Zombie nel 2016, con nessuna grande casa che crede in lui, per girare il suo 31 non trova di meglio che rivolgersi al crowfunding promettendo oggetti di scena dei suoi precedenti film ai generosi sovvenzionatori. Anche in questo caso non esce un film memorabile, sicuramente penalizzato dal basso budget, un milione e mezzo, ma creativo e selvaggio come ai tempi di La casa dei mille corpi. Con 31 ci si allontana dalle velleità artistiche degli ultimi lavori del regista: si pensi al micidiale cavallo bianco che fa capolino, tra l’incredulità e le risate del pubblico, nell’indecifrabile Halloween II.  La cosa certa è che neanche in questo caso siamo ad un grosso successo commerciale.

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3 From Hell vive il solito problema di sovvenzioni e di budget miserabile, maggiore rispetto al precedente, 3 milioni, ma meno della metà dell’opera prima. Nasce così un’opera disgraziata che dovrebbe essere la parte finale della trilogia iniziata da La casa dei mille corpi e proseguita con Devil’s reject. Con ben 14 anni di distanza dal secondo capitolo, Rob Zombie però riesce a tirare fuori dal cilindro un film sì imperfetto e sgrammaticato, ma non così orribile come si legge in giro.

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Certo i problemi sono evidenti e risiedono soprattutto in una sceneggiatura confusa e abborracciata, semplicistica e non molto curata, che cerca di dare in pasto al pubblico l’opera più commerciale possibile, il clone del secondo capitolo con alcune varianti, e Dio benedica le varianti se di disastro non si parla.

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Gli escamotage più cretini sono qui presenti nelle situazioni difficili, a fungere da deus ex machina da romanzo d’appendice, così i 3 reietti del diavolo crivellati da almeno 20 colpi d’arma da fuoco a testa non muoiono ma vengono salvati dal fato (“Una possibilità su un milione“). Il più sfigato dei tre, un emaciato Captain Spaulding interpretato da un provato Sid Haig nell’ultimo periodo della sua vita, viene ucciso, fuori campo, come fosse Bela Lugosi in Bride of the monster di Ed Wood Jr. E’ questo l’andazzo della prima parte della pellicola, la peggiore, il cercare di girare un’opera ambiziosa che avrebbe richiesto almeno 5 volte il budget, per finire ad arrangiarsi goffamente con le briciole. Quindi se non si ha più, per ovvie ragioni, Captain Spaulding e il film si chiama I tre dell’inferno e non i due, si cerca un sostituto, al di là della credibilità dello spettatore trattato come un beota. Quindi, come i vecchi telefilm anni 80 alla Hazzard salta fuori un fratellastro o un cugino a salvare capra e cavoli alla produzione. In questo caso abbiamo il pur bravo Richard Brake, già visto in 31, a rivestire senza molta convinzione il ruolo di un membro della famiglia Firefly. Peccato che il suo personaggio, il lupo mannaro, con l’unica peculiarità di ululare da scemo come un personaggio arrapato di Tex Avery, sia speculare ad Otis. Abbiamo di conseguenza il ruolo di Bill Moseley moltiplicato senza ragione in una gara tra i due attori a chi è più malvagiamente carismatico.

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Anche momenti che avrebbero richiesto un po’ più di materia grigia in fase di sceneggiatura come la fuga di Baby dal carcere, si risolvono in cambi di scena o soluzioni narrative cretine e improbabili. E’ il difetto di questa prima parte, come detto, che non sa la strada da prendere e inizia scimmiottando Natural born killers per poi cercare di rifare (male) La casa del diavolo. Fortunatamente la regia, quando non svicola nel visionario da discount caro all’autore (la Baby gatto che balla), ha momenti molto azzeccati come l’uccisione in slow motion di una donna nuda, grottesca ed incredibile come ai temi de La casa dei mille corpi durante il massacro della polizia.

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Il film trasuda di amore per il cinema, dal personaggio di Dee Wallace, carceriera lesbica dal nome della Greta, la donna bestia (Haus ohne Männer) di Jesús Franco, fino agli amati film in bianco e nero trasmessi dalle tv in più momenti, siano il devastante Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla che lo splendido Il gobbo di Notre Dame del 1923 con Lon Chaney: per Rob Zombie il cinema non ha serie A o B, è solo grande spettacolo.

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A tentoni si arriva però alla seconda parte di 3 From Hell, la migliore, quella più esaltante e riuscita. I fratelli Firefly si rifugiano in Messico e il film si trasforma in un delizioso delirio alla Robert Rodriguez. Tra prostitute grasse, hotel sudici e sporchi di piscio, ci si prepara ad una carneficina tra le più incredibili dai tempi di El Mariachi: pazzi assassini contro lottatori mascherati alla El Santo. In un incredibile duello finale il film ha la sua definitiva trasformazione in western, non più alla Sam Peckinpah e forse neanche alla Sergio Corbucci ma nella definitiva e crepuscolare incursione necrofila del Toby Dammit di Fellini con il cinema di serie B ridotto a pochi set finti come l’abito da indiano indossato da Baby. Tutto folle, scriteriato, girato con l’ingenua sperimentazione di un’opera prima, miserabile e divina, attraversata da nani orbi e puttane innamorate, e musicata dalla splendida In-A-Gadda–Da–Vida degli Iron Butterfly: in poche parole uno spettacolo fantastico.

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Solo che il film bruscamente si chiude e rimane così sospeso tra croce e delizia, tra cammei sprecati come quello di Danny Trejo e recitazioni senza controllo dei tre protagonisti, senza mai avere, neanche nel buono, quello che ci aspettava dalla terza parte dei reietti del diavolo: epicità, la stessa che si respirava nell’epilogo del secondo capitolo. In più, e questo è imperdonabile, non una sola volta ti affezioni a questi tre bastardi, odiosi e assassini, soprattutto senza una controparte ancora più malvagia, come in Devil’s reject, a farteli sentire umani.

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3 from hell è il manifesto più puro del cinema di Rob Zombie: ambizioso ma senza poterlo essere, folle e sconclusionato, un cucciolo bastardo che puoi prendere a calci o accudire senza che nulla cambi nel mondo, inutile sì ma a suo modo prezioso.

Andrea Lanza

3 From Hell

Anno: 2019

Regia: Rob Zombie

Interpreti: Sheri Moon Zombie, Sid Haig, Bill Moseley, Emilio Rivera, Danny Trejo, Clint Howard, Richard Brake, Daniel Roebuck, Jeff Daniel Phillips, David Ury, Dee Wallace, Dot-Marie Jones, Sean Whalen, Tom Papa, Pancho Moler

Durata: 115 min.

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