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Premessa:

Sono le 8 e 24 di un fine d’anno normale, un 2019 che niente ha dato e niente ha tolto, almeno per il sottoscritto. E’ proprio mentre mi preparo il caffè, solubile e da discount come tradizione Lanza impone, che una voce gracchia dalla mia radio da campo, appesa e impolverata da anni, forse dai tempi che giocavo col mio migliore amico di sempre, il famoso scrittore Luji Pelljnchesko, famoso in Polonia, Sierra Leone e Liberia come Il macellaio di Blaviken, al gioco da tavolo Hero Quest. I suoni sono confusi, disturbati, quasi venissero da un luogo davvero lontano. “ZZZ… ZZZ… La… ZZZ… Lanza? ZZZZ”. Mi avvicino perplesso “Si sono io”. Dall’altra parte solo rumori fastidiosi finché una voce, chiara, decisa ma disperata, si fa spazio “Sono Giuseppe Rocca”. Oh Cristo, penso mentre mi lascio cadere per terra, radio in mano stretta come un fucile, Giuseppe Rocca, l’ultimo dei Bangs and Motherfuckers, la squadra che mandai a recensire, al festival di Manila, a fine anni 80, il bellissimo Predator di John McTiernan, e della quale persi le tracce. “Come stai, ragazzo, è parecchio che non si sente! Come stanno Sonny ‘Blood’ Peel e Papa Doc? Bello no Predator?”. Silenzio, poi un suono che mi gela il sangue, un coltello che viene sfilato e la voce di Rocca quasi sputata dall’inferno: “Non era Predator, Lanza, ma Robowar. Sto arrivando a prenderti”. 

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Lanzaaaaaaaaaaa!!!!

Quello che state per leggere non è una recensione, ma un’esperienza, quella di un uomo, Giuseppe Rocca, che ha visto nelle Filippine morire tutti i suoi amici e combattere allo stremo delle forze e vincere contro il più temibile dei nemici, un motociclista cyborg. Ora, mentre voi leggerete questo, io forse sarò morto, ma che, Dio mi perdoni, ho evocato dagli inferi per difendermi un’altra creatura matteiana. “Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nag…” Oh Cristo è arrivata la monaca di Monza. Dio salvi la mia anima.

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Ad evocar lo diavolo…

Andrea Lanza

Robowar di Bruno Mattei è un film veramente incredibile, ma andiamo per ordine. I lavori di un regista come Mattei o si amano o si odiano, non possono esserci vie di mezzo. Questo film del 1988 è un totale minestrone che include ben tre film: Rambo (Ted Kotcheff, 1982), Predator (John McTiernan, 1987) e Robocop (Paul Verhoeven, 1988) e la domanda sorge spontanea, cioè… come avrà fatto un uomo a fare un tale impasto con i tre film citati? Ebbene, stiamo parlando non di un regista qualsiasi, ma del “MercenarioBruno Mattei.

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Ora, la storia inizia con un elicottero che sorvola un’immensa boscaglia in una zona non ben precisata, a parte le due comparse sull’elicottero che parlano di isole ispaniche, ma è sempre tutto criptico e in sostanza non si capisce nulla. Qualcuno o qualcosa dentro la giungla regge una specie di lanciagranate o comunque un’arma che ha la stessa modalità di fuoco del lanciagranate e che, dopo aver distrutto varie cose a caso, ha la brillante idea di sparare in aria facendo saltare in mille pezzi l’elicottero con i due uomini dentro, che sembrano essere militari. Peccato che il tipo con l’arma non abbia ben visto dove si trovava l’elicottero, infatti ha sparato e ha espresso il suo sentimento più intimo: “o la va, o la spacca!”.

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Detto ciò, veniamo introdotti al film vero e proprio con i titoli di testa, Mattei firma la regia con il suo pseudonimo più famoso, ossia Vincent Dawn e negli interpreti, oltre a diversi attori non italiani, ritroviamo anche i tanto amati Massimo Vanni e Romano Puppo, che alla fine son quelli che hanno più carisma di tutti, perché il protagonista, Reb Brown o Black nella pellicola, detto “Killzone” ha il carisma pari a quello di un albero di natale senza decorazioni. Con un doppiaggio pietoso, due uomini importanti, uno scienziato e un generale, all’inizio presentano su un proiettore questa fantomatica squadra che si fa chiamare “BAM“, cioè “Bangs and Motherfuckers“, con il generale che pronuncia il tutto rigorosamente con un inglese veramente eccezionale (no). Comunque in tutto questo, lo scienziato, Mascher, seguirà la squadra nella giungla, ma il generale no. La squadra quindi arriva sull’isola, guidati ovviamente da quello che dovrebbe essere il temuto maggiore “Killzone“, ma quest’ultimo si presenta con una fantastica maglietta rosa corta che lascia intravedere l’ombelico: capolavoro.

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A questo punto, i soldati, tutti rigorosamente reduci del Vietnam, si imbarcano per questa maledettissima missione, ma il punto è proprio questo: la missione qual è? Non viene mai spiegato, né detto in qualche modo. Questi si recano su quest’altra isola con dei gommoni (che magicamente alla fine scompaiono, anche se è palesemente la stessa zona di partenza) ma non si sa il perché, vanno e basta. Da qui in poi inizierà il delirio, infatti saranno braccati dal “Cacciatore“, una pericolosa quanto misteriosa arma totale, capace di mimetizzarsi nella giungla e dotata di armi molto sofisticate. Solo alla fine il maggiore Black verrà a conoscenza di ciò che è realmente.

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La pellicola copia praticamente passo passo (e se non lo fa interamente manca poco) Predator come storia e soprattutto come dialoghi, infatti ci sono battute completamente rubate al film di McTiernan, senza nessuna vergogna. Il regista romano confeziona il suo Predator, inserendo all’interno siparietti ridicoli, uno degli assalti ad un villaggio più ridicoli mai visti al cinema, un villain veramente esilarante, una sceneggiatura praticamente copiata se non per alcuni passaggi dato che anche qui ha inserito la morale “vabbè, quelli sono sacrificabili quindi ciao”, ma alla fine questa stessa morale la ritroviamo anche in Predator quindi siamo lì e poi i soliti elementi a lui tanto cari, almeno per i film d’azione: povertà assoluta, attori un po’ così (il protagonista e l’unica attrice fanno proprio pena), location esotica e violenza gratuita quasi del tutto interminabile.

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Tutto quanto non solo fa ridere perché mostra degli attori non proprio professionisti che recitano frasi cult come: “Gli presenteremo il conto”, “Prepariamoci ad uccidere senza far male” oppure “Vieni qui, c’è una cura indolore per te”, ma anche per il suo voler essere così americano e testosteronico, ma alla fine è solo quello che noi amanti di Mattei vogliamo: un polpettone megagalattico con battute rubate, sangue, proiettili ed esplosioni a caso o quasi.

Robowar è assolutamente, anche nel peggiore dei casi, un film da vedere e da non perdere e che divertirà anche fra milioni e milioni di anni.

Giuseppe Rocca

Robowar – Robot da guerra

Titolo originale: Robowar

Anno: 1988

Regia: Vincent Dawn (Bruno Mattei)

Interpreti: Reb Brown, Catherine Hickland, Max Laurel, John P. Dulaney, Jim Gaines, Alex McBride (Massimo Vanni), Luciano Pigozzi, Romano Puppo

Durata: 92 min.

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