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Michele Soavi è stato uno dei nostri ultimi, grandi registi nel panorama morente del cinema di genere non ancora diventato amatorialmente degenere. Certo parlarne al passato è cattiveria, ma, almeno per chi scrive, c’è un prima e dopo Soavi, nella filmografia del regista ma anche nel panorama cinematografico italiano, un muro di Berlino eretto con Dellamorte Dellamore che, a parte il crepuscolare Arrivederci amore ciao, ha visto nascere, da quel lontano 1994 di ritornanti e Sclavi, mostri imbelli e indolore sia nei deliri di una befana comica che in tanta tv popcorn, né meglio né peggio di una Piovra post Cattani.

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Alla luce però di questo Aquarius Visionarius viene voglia di rivederlo quel “dopo” tanto odiato e infamato, alla scoperta di una perla, l’occhio della madre, il montaggio analogico, la carrozzina, il lepre fulciano, che all’epoca dev’essere sfuggito in quella fase di acriticità ottusa che tutti nella vita hanno, dal critico allo spettatore.

Anche perché l’opera di Claudio Lattanzi è l’occasione per ripercorrere la carriera di un regista che è come il Robert Neville di Richard Matheson, un sopravvissuto in un mondo distrutto e irriconoscibile. Soavi di oggi non è lo stesso di Deliria del 1987, non è quello di Dellamorte Dellamore, non è quello che si faceva sparare a salve fino a sanguinare sui set dei postatomici di Aristide Massaccesi, ma un artista in continua evoluzione, capace di passare da un dramma fascio di Pansa, pace all’anima sua, ad una commedia con la Cortellesi. D’altronde Omnia mutantur, lo dicevano anche i romani, tutto cambia, ma non è così semplice in un cinema cannibale che vuole e resta immutato, sovrappopolato da maestri incapaci di rimettersi in gioco nella speranza che la minestra riscaldata sia buona comunque.

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Soavi invece, quando il cinema horror italico ha chiuso i battenti, quando l’ultima lampadina del cosmo di Margheriti è stata spostata, si è rimboccato le maniche e ha girato non un Deliria 2 con i mezzi dei pulciari, no lui ha girato altro, fallendo al botteghino magari, ma restando fedele all’unica linea che dovrebbero avere tutti i grandi artisti, creare e rinnovarsi. Così anche una miniserie come Uno bianca con Kim Rossi Stuart è puro Soavi senza che la tv lo possa danneggiare in quei movimenti di macchina che sono cinema malgrado la tv.

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Girare un documentario non dev’essere semplice anche perché il pericolo dello sbadiglio da extra di dvd è sempre dietro l’angolo, ma Aquarius Visionarius ha il ritmo concitato dei grandi film, ti bombarda di aneddoti sempre interessanti, è pura caffeina anche per chi non ha mai masticato il cinema di Soavi, una variante Michael Bay in un genere che di solito è amico del fast forward. Insieme al bellissimo e ovviamente diverso, Nessuno siamo perfetti di Giancarlo Soldi su Tiziano Sclavi, è uno dei migliori esponenti del genere, almeno tra gli ultimi visti, capace di non essere autoreferenziale, ma anzi di presentarci un Michele Soavi a tutto tondo, non solo una statua alla Rocky Balboa di successi, ma anche un percorso di scelte azzardate, sbagliate e fallimenti. Questo rende Aquarius Visionarius un’opera sincera che arriva veloce al cuore, quasi un ritrovarsi con un vecchio amico che ti racconta la sua vita dopo tanto tempo che non vi siete visti.

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A firmare questo prezioso documentario è Claudio Lattanzi, regista, sceneggiatore, aiuto regista che, come Soavi, ha vissuto sulla pelle tanto cinema del passato. Sale quindi la febbre per il suo imminente Everybloody’s End, thriller presentato a Sitges, ma anche una riscoperta della sua prima regia, Killing Birds, uno scatenato e sudicio horror disprezzato all’epoca dai più.

Andrea Lanza