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Richard Franklin è stato un grandissimo talento: nei suoi 58 anni di vita, brevissimi, ha girato opere magari non conosciutissime al grande pubblico, soprattutto quello odierno, ma degne di note. Fantasm, porno pionieristico fantastico, Patrick, horror psicologico sulla scia della Carrie di De Palma/King, e Psycho 2 sono tra i suoi titoli migliori e più apprezzati. Queste pellicole, dalla fattura potente, dalla regia raffinata e dal grandissimo ritmo, hanno contribuito a rendere, attraverso il suo nome, la leggenda dell’immaginifico cinema australiano anche in suolo statunitense.

Richard Franklin

Il suo Psycho 2, uscito a distanza di 22 anni dal primo film, divise la critica, si inimicò lo scrittore del romanzo, Robert Bloch, e generò, suo malgrado, un’intera serie di pellicole più o meno riuscite: 2 ulteriori capitoli, un pilot e un telefilm di discreto successo, Bates Motel. Psycho 2 fu per il suo regista il coronamento di un sogno: omaggiare l’adorato Hitchcock girando il seguito ufficiale dello stesso capolavoro che, a 12 anni, lo aveva fatto innamorare del cinema. Franklin più di nomi altisonanti come Brian De Palma, l’erede per la critica dello zio Alfred, si trovava nel ruolo regio di continuare le fila lasciate in sospeso dalla pellicola del 1960. Uscito nel 1982, con la sua regia moderna, i movimenti di macchina sapienti e la storia piena di twist, questo scatenato e folle sequel, interpretato da un tenero e micidiale Anthony Perkins, aggiornava in tempi di slasher sanguinosi la vicenda di Norman Bates alle nuove generazioni più smaliziate.

Brian De Palma succhiami la fava

Ad Alfred Hitchcock comunque il mondo cinematografico di Richard Franklin era e sarebbe stato sempre fedele: basti pensare a Roadgames, del 1981, con Stacy Keach e Jamie Lee Curtis, sorta di La Finestra sul cortile on the road tra le strade polverose dell’Australia, o La finestra sul delitto (Cloak & Dagger), del 1984, omaggio teen ad Intrigo internazionale aggiornato in epoca Atari 5200. E poi ovviamente Link, il tributo più azzardato all’eco vengeance de Gli uccelli.

Proprio di quest’ultimo film vogliamo parlare, una di quelle pellicole che erano passate alla velocità della luce sui palinsesti estivi di Italia uno, forse Notte horror negli anni 90, per poi sparire nell’oblio. A suo tempo Link aveva goduto anche di un’uscita cinematografica italiana (il 18 agosto 1989 in ritardo di 3 anni dalla sua realizzazione), per poi sbarcare sulle vhs (Warner home video) e, in tempi recenti, su DVD Storm (con il nuovo sottotitolo di Esperimento nel terrore, tanto per confondersi con Monkey Shines di George A. Romero che aveva sempre dentro una scimmia assassina e lo stesso sottotitolo).

Quando l’uomo ha raggiunto la superiorità sugli altri animali, qualcuno si è scordato di dirlo a Link” così recitava la vhs con il nostro scimmione vestito da maggiordomo che minaccioso, nel bellissimo disegno della locandina, teneva in mano un fiammifero acceso.

D’altronde Link, scimmione dalla simpatia strabordante, è stato la star di un circo: “Il re del fuoco“, amato e temuto dal pubblico. Ora di tutta quella gloria non è rimasto nulla: vestito come una parodia umana, illuso di essere speciale da un padrone senza sentimenti, il quadrupede è destinato ad una fine senza poesia, l’abbattimento. Troppo anziano, troppo lento, troppo inutile: non esiste onore per un dinosauro di un’altra epoca.

Quando arriva la bella Jane a casa del professor Phillip, Link è già destinato a morte certa ma lei non lo sa ancora. La ragazza dovrà assistere il suo mentore in non ben precisati esperimenti su due scimmie, Imp, di appena 9 anni, e Voodoo, femmina molto feroce. Proprio il piccoletto abbiamo visto, nei primi minuti della pellicola, scappare dall’università per uccidere alcuni piccioni in gabbia e un gatto. “Adora i mici” esclama divertito il Dottor Philip che non sembra minimamente sorpreso dell’atto. Forse, ma qui possiamo solo ipotizzare, gli esperimenti portano i suoi animali ad essere più feroci. O forse la rabbia omicida nasce dal cercare di recuperare “quel 1% che ha fregato nell’evoluzione le scimmie ma non l’uomo”. Quindi Imp, Voodoo o Link uccidono, o sono lì lì per farlo, perché stanno diventando più umani e meno animali. Questo non lo sapremo mai perché il personaggio del ricercatore è presente solo nella prima parte e sembra che molte sue scene, presenti solo sul dvd francese, si soffermassero con più attenzione ad analizzare la sua figura e le sue azioni.

Con la sua durata pachidermica per un horror di cassetta di 103 minuti, a farne le spese nei tagli è stato proprio il Dottor Philip, le sue teorie evoluzionistiche e i simpatici aneddoti sciorinati alla bella Jane come favole davanti al camino. “Conoscevo un uomo che aveva una scimmia e l’aveva nutrita e allevata tutta la vita, poi un giorno se ne andò via per una vacanza di un paio di settimane. Quando tornò l’animale salì sulla barca, gli cavò gli occhi, gli strappò le braccia e le gambe. Il suo padrone non le aveva fatto nulla, la scimmia era solo felice di rivederlo“.

Ci troviamo quindi in un triangolo: Link, lo scimmione quarantacinquenne che spia nuda Jane mentre fa il bagno, il professore che si è portato a casa una bella ragazza giovane e appunto lei, l’ingenua e sognatrice studentessa. Ovvio che qualcosa succede: Jane avrebbe bisogno di un Tarzan e Cheetah non vuole farsi le seghe di nascosto come in una sequenza di Paradise con Phoebe Cates. Link non ci sta neppure a morire, anche questo desiderio di vita e sopravvivenza sembra così umano, e uccide Tarzan per diventare nella giungla il re, lui che lo era già del fuoco. L’esperimento del Dottor Philip ha successo: Link prova gelosia come un essere umano. Ecco che il triangolo è diventato una forma distorta di coppia spazzando via nel sangue il cliché della studentessa che si scopa il professore. Cheetah è Tarzan e vuole lui fottersi Jane. Punto.

Per certi versi Link potrebbe essere un King Kong in piccolo: il gorilla gigante, d’altronde, si invaghisce di una bellissima bionda, non chiede il permesso e la prende con sé. Questo è ciò che vorrebbe fare la nostra scimmia vestita da maggiordomo, solo che, cosa non così sottovalutabile, Link è il King Kong del mondo chiwawa: si sente grande ma non lo è, è feroce ma un colpo di fucile ben piazzato potrebbe farlo tacere per sempre, ad un certo punto una sberla di Elizabeth Shue, non certo Schwarzenegger, lo fa capitombolare chiappe all’aria. Poverino. Ecco che la voglia di essere diventa frustrazione: è come se King Kong avesse bisogno di uno psichiatra, è intrappolato in un corpo non suo, incapace di portare a termine il ciclo delle cose come dovrebbe andare, dal capolavoro del 1933 agli ultimi exploit di Jordan Vogt-Roberts. Però muore identico al suo modello, in un’ottica lillipuziana, salendo non sull’Empire State Bulding ma sul tetto di un castello. Alla fine il cerchio si chiude.

Per un’ora il film prosegue lentamente: a parte il prologo con Imp che uccide degli animali, c’è un’attesa spasmodica del climax che sfocerà nella seconda parte. La lezione di Hitchcock viene rispettata nel creare la suspense senza l’eccesso del mostrare: il body count di ben 4 persone non viene enfatizzato nel sangue e nello splatter, a volte gli omicidi sono già avvenuti. Qui però entra in ballo la maestria di Franklin perché il film non annoia mai, né nella sua parte introduttiva al massacro né quando le carte sono già scoperte e Jane si deve difendere, fucile in mano, dagli assalti del suo peloso stalker. La telecamera del regista compie evoluzioni incredibili: si alza in volo, spia attraverso porte distrutte, segue i personaggi in azzardati piani sequenza. La regia di Franklin è vivace, frizzante e assolutamente ritmata anche quando in scena non succede nulla. Questo rende Link un horror ingiustamente bistrattato, persino elegante, in un periodo, il 1986, nel quale la maggior parte dei prodotti erano di bassa macelleria. In più il tema musicale di Jerry Goldsmith, un po’ sulla falsariga dello score di Richard Band per il Re-animator di Gordon, è anomalo nelle sonorità, almeno per un thriller d’atmosfera, ma assolutamente azzeccato, divertente e vario, passando dalla musica sinfonica ai sintetizzatori, con quella sensazione di spaesamento unica a metà tra il romantico e lo spaventoso.

Forse il mostrare il braccio strappato all’incauto amico di Jane che va a cercarla o calcare sulla ferocia di Link avrebbe portato in sala più persone, ma il film è, anche nel suo essere così classico come concezione, perfetto, molto hitchcockiano, quello che Franklin probabilmente cercava.

Se un attore come Terence Stamp, magnifico e shakespeariano, viene un po’ sprecato nei panni del fu Dottor Philip, e una giovane Elizabeth Shue recita in maniera volenterosa ma sciatta, la parte del leone la fanno soprattutto gli animali. Link, o meglio l’orangotango Locke (truccato da scimmia), è qualcosa di incredibile: espressivo, perfetto nello sguardo e nei movimenti, si mangia a colazione chi di professione fa davvero l’attore, come una sorta di Al Pacino scimmiesco. Si può dire che questo film viva di una luce prorompente grazie alla regia e al suo non interprete animale.

Il film di Franklin non è ovviamente perfetto e, ad un certo punto, rende quasi soprannaturale Link, un po’ alla Jason Vorhees, facendolo apparire per magia in luoghi dove non potrebbe esserci (il pozzo vuoto per esempio). Anche Martin Scorsese cadde nello stesso errore quando, nel suo slasher atipico, Il promontorio della paura, trasmutava, nelle parti finali, Robert De Niro in un villain dalla battuta pronta e dalla non morte improbabile sul modello di Freddy Krueger.

Link, senza saperlo, avviò un piccolo ciclo di pellicole con scimmie assassine all’interno: il già citato Monkey Shines (1988) di George A. Romero e Shakma – Sopravvivere al gioco (1990) di Tom Logan e Hugh Parks, per non parlare poi delle derive direct to video recenti come Bloodmonkey (2007) di Robert Young. Resta uno degli esperimenti migliori e sicuramente un film da riscoprire.

Nell’ultima sequenza, Jane e il fidanzato con la gamba distrutta da Link, scappano dalla villa in fiamme, ma sul bordo della strada trovano Imp impaurito. La ragazza lo fa salire a bordo senza pensarci due volte. “E’ piccolino. Non farebbe male a nessuno“. Nel prato, la mdp ce lo mostra alzandosi, giacciono decine di pecore ammazzate. Esperimento riuscito, Dottor Philip.

Andrea K. Lanza

Link

Anno: 1986

Regia: Richard Franklin

Interpreti: Elisabeth Shue, Terence Stamp, Steven Pinner, Richard Garnett, David O’Hara, Kevin Lloyd, Joe Belcher, Daisy Beevers, Geoffrey Beevers, Caroline John, Linus Roache

Durata: 103 min