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Prendete un gruppo di persone, muratele vive, lasciate un pertugio per buttargli dentro una bottiglia d’acqua e una sportina con qualcosa di commestibile. Posizionate, ovviamente prima di chiuderle dentro, una telecamera che permetta al mondo di vederle in azione. È un gioco, un reality, e come tale sa anche di esperimento scientifico nazistoide. Il Grande fratello è stato una manna per gli psicologi e i sociologi…ghi, insomma avete capito. Da lì abbiamo assistito a varianti sempre più esasperanti e cattive della formula di base. Filmare qualcuno in situazioni al limite della sopravvivenza, vederlo perdere il controllo, piangere, vomitare, cagare, scopare, ridursi a una bestia. Una volta fuori, per quanto non sia il vincitore, avrà in cambio fama, attenzione, soldi, compiacenza sessuale e una moltitudine di adoratori incondizionati.

Quando però i concorrenti di Solitary Confinement, primo reality in streaming, almeno nella storia diegetica del film, iniziano ad averne abbastanza di mangiare sempre la stessa pietanza, di dover cagare in un secchio e non poter usufruire nemmeno della carta igienica, quando iniziano a subire l’ansia di una situazione dove c’è poca aria, nulla di utile a occupare il cervello e assolutamente alcun segnale esterno che il mondo si prenda in qualche modo cura di loro, ecco che a uno a uno, si arrendono e chiedono di uscire. Ma arrendersi non cambia nulla, nessuno li tira fuori. Di conseguenza le cose degenerano sempre di più. In palio dovevano esserci due milioni di dollari ma a quanto pare basterebbe riavere indietro la propria vita per sentirsi ricchi sfondati. I concorrenti sono esponenti di una fauna apparentemente piuttosto varia: c’è la donna sola e compulsiva che si definisce mamma di tre gatti, c’è l’ex campione di football caduto in miseria, il gigolò spavaldo che non si sente ancora pronto per la vecchiaia, il cervellotico e logorroico nippo-coreano che vive lavorando con i social, il maestro di yoga, la pilota di elicotteri, l’artista fallita, il ragazzo della porta accanto. Dico in apparenza differenti perché sono tutti vittime della stessa fame d’attenzione, un narcisismo incistato e irrevocabile di cui la società è sempre più maternamente responsabile. L’unico che potrebbe essere lì per altre ragioni è un maturo signore, un uomo sbucato da un altro tempo, il quale ammette di doversi inventare qualcosa per racimolare i soldi sufficienti a pagare due difficili interventi chirurgici che salverebbero la moglie malata. I selezionatori annuiscono con gravità davanti al caso umano, ma nei loro occhi guizza l’istinto feroce dei predatori mediatici: lacrime, dolore e pietà che torneranno utili con gli spettatori.

Essendo una webserie non stiamo più parlando del pubblico generalista e conservatore della normale TV ma di mostri che si cibano di porno e deep web fino a notte fonda, gente in cerca di carne, sangue e sborra, sofferenza e follia e magari, se ci scappa, anche un po’ di morte in diretta. Questo il pubblico a cui pensa il dottor Hillard May, un appesantito e quasi irriconoscibile Robert Carradine, che devo ricordarlo è reduce da un incidente terrificante con l’auto, cinque anni fa, in cui ha perso la vita sua moglie e dal quale comprensibilmente non si è ancora ripreso. È lui la sola guest star di un cast formato da sconosciuti, ma è forse il solo a non convincere. Sembra preso da un set di Cosmatos jr, per l’aria trasognata e stoner. A stento riesce a leggere il discorso di iniziazione ai concorrenti. Bisogna ammettere che Interpreta il solo personaggio inverosimile in partenza. Il creatore dello show, convenzionalmente rappresentato con la barba freudiana, vaga per i corridoi alla Plan 9 From Outher Space e poi si mette seduto dietro una scrivania, tra due computer Mac immancabili. Osserva i concorrenti in cam fingendo un qualche interesse e ghigna alle loro farneticazioni scrivendo su un bloc notes cartaceo chissà quali astruse rivelazioni sulla psiche umana, o magari disegnando casette, chi lo sa?

Dopo ore che sembrano infinite ma che di fatto non raggiungono i tre giorni complessivi, i concorrenti sono già psicologicamente a pezzi: sputano insulti, picchiano la testa contro il muro, piangono come bambini abbandonati, tirano le proprie feci contro la telecamera come scimmie, oppure le usano per scrivere su una parete di andare tutti affanculo. La struttura del film è piuttosto semplice e dentro i limiti di un budget palesemente osseo: c’è una prima parte fatta di monologhi montati uno di seguito all’altro, sullo sfondo di un lenzuolo blu. E una seconda parte nella cella quattro metri per quattro, con la telecamera d’ordinanza che punta i concorrenti fissi dall’alto a destra, mentre fanno i topi da laboratorio.  

Durante i provini, i candidati esprimono idee spirituali o ciniche sull’esistenza, si tengono al sicuro dietro le loro maschere sociali, le illusioni cosmetiche, lo charme artificiale che inizia già a gocciolar via sotto il fuoco delle luci di ripresa nello studio delle audizioni. Ribadiscono tutti, dal primo all’ultimo, il medesimo concetto: l’importanza di sentirsi dei vincenti, almeno per una volta. Nessuno di loro è stato concepito per risultarci simpatico. Non c’è un buono che meriterebbe di vincere. Persino il vecchio smarrisce la propria tempra morale in un torrente di lacrime e di farneticazioni. A Seymore, il regista, non interessano i suoi personaggi e vuole che non ce ne freghi niente nemmeno a noi. Sono carne da macello, come in un qualsiasi slasher da due soldi. Le loro idee sceme sul farsi valere e la realizzazione sociale, l’orgoglio e le nevrosi servono solo a rendere più appetitose le sequenze in cui strisceranno e si ciberanno di se stessi per sopravvivere. Metaforicamente, s’intende.
Hanno l’anima ingolfata di retorica capitalista, cercano di realizzarsi per sentirsi felici e i soldi sono il mezzo. Il montepremi è quindi l’occasione per questi esemplari umani medi di rilanciarsi, liberarsi di un mutuo che li affoga, un lavoro di merda che li spersonalizza, risorgere a una nuova esistenza fatta di soddisfazioni e occasioni di rivalsa e di vendetta verso coniugi, genitori o colleghi stronzi. Persino il maestro di yoga, nonostante le sue pose tantriche e da saggio della montagna, si accende di arrapamento animico, alla domanda di come spenderebbe due milioni di dollari. E proprio lui, alla fine del film, da barbuto uomo dall’interiorità curata come un giardino inglese, assumerà sempre di più l’aspetto di un Glen Benton ultra-satanico e rabbioso con la carcassa piena di rovi e rampicanti spirituali. C’è chi finirà per suicidarsi rompendosi il collo a mani nude, scena che va presa con un certo spirito, e c’è chi si ridurrà a piangere e gridare “mamma!” dopo aver blaterato per giorni della propria superiorità fisica e mentale rispetto agli altri concorrenti dello show e al mondo intero.

Il film di John E. Seymore non ha chissà quali pregi creativi e non aggiunge nulla che Dread di Anthony DiBlasi (2008), Stoic di Uwe Boll (2009) o Climax di Gaspar Noé (2018), non abbiano detto. Però ribadisce un concetto che è sempre salutare ricordarci: non c’è niente di peggio di un silenzio così profondo da permettere al battito del cuore di essere il rintocco funebre del tempo che resta. Siamo talmente disabituati a relazionarci con il nostro io, ad ascoltarci e viverci sul serio nel profondo, che rimanere soli e senza vie di evasione, che siano arte, libri, attività ludiche sofisticate, social media e blah blah vari, ci spinge al suicidio o alla pazzia. La morte piuttosto che rimanere da soli con gli esseri più insulsi, noiosi e idioti che conosciamo: vale a dire noi stessi.

Prima di chiudere vorrei portare all’attenzione quattro cose.

Primo – c’è un film con lo stesso titolo, Human Zoo, è del 2009, diretto dalla modella, fotografa e in fondo anche cineasta Rie Rasmussen. Se non ve ne siete ancora accorti, non è di quello che ho parlato fino a qui, mi spiace.
Secondo – è esistito nella storia un vero Zoo Umano in occidente dove erano esposte le razze giudicate inferiori, catturate in qualche paese esotico. Come al solito la realtà è sempre più orrenda e in anticipo sulla finzione.
Terzo – per quanto sia difficile da notare, c’è qualcuno che ha curato la colonna sonora, riuscendo a rendere l’idea, tra scorie lamentose, fischi e fruscii, del desolante silenzio dello zoo umano. Io definirei lo sfondo acustico un inno liturgico di dannati captato e trasmesso dalle onde del Purgatorio nel culo a transistor della medium Tangina. I responsabili di tutto quello che sentite sono: Mark Freed, Finn Cain e lo stesso Seymore. Bravi tutti e tre.
Quarto – ho letteralmente adorato e tratto conforto, nonostante la durezza essenziale del film, specie nella seconda parte, dai calzoncini azzurri da ciclista indossati dalle concorrenti. Quindi un plauso alla costumista, Amber Geneva, anche attrice nel film, per la scelta stilistica in linea con il mio feticismo per i tessuti femminili sintetici e i colori vivaci associati agli stessi.

Francesco Ceccamea

Human Zoo

Regia: John E Seymore

Sceneggiatura: John E Seymore, John D. Crawford

Interpreti: Robert Carradine, Kristyne Evelyn, Jessica Cameron, Megan Le, John D. Crawford, Jose Rosete, Edward Hong, Heather Dorff, Robert Catrini

Durata: 1h 49m