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Nel 1952, il giovane funzionario ministeriale Furio Momenté viene incaricato di una questione delicatissima: nel Polesine un bambino uccide un coetaneo convinto di annientare il Diavolo in persona. Il compito di Momenté è quello di evitare uno scandalo per i componenti del Clero locale e a causa di questo si troverà ben presto coinvolto in una danza macabra.


Pupi Avati è un regista che nel cinema ha sempre portato un suo mondo di ricordi (il delta padano, la gente del delta e la pressoché scomparsa cultura di quella regione), di fantasia e di riflessione: Balsamus (1968), Thomas (1969), La mazurca del Barone, della Santa e del ficofiorone (1975), La casa dalle finestre che ridono (1976). A questo tipo di cinema, noncurante del fatto di essere così controcorrente e con molta probabilità anche impopolare, è tornato con Il Signor Diavolo.


Un film che riflette sulla condizione esistenziale delle nuove generazioni, vittime innocenti della società degli altri, la cui crudeltà, in nome del potere e del profitto, inventa il “Signor Diavolo”.  Avati affronta ancora il destino di un debole schiacciato dalle forze del male, confrontandosi con la tragica realtà della bugia e con un fenomeno sociale che si va espandendo.  Un’ opera elegante dove il rigore classico del dialogo e la sensualità della fotografia cenerina di Cesare Bastelli danno un respiro raro. Il fascino de Il Signor Diavolo sta tutto nel vago simbolismo di cui vive, nel clima magico e sfumato, nel suo dire e non dire che ce lo imprime nel ricordo. Guai, insomma, a volerlo sezionare, a classificarne allusioni e riferimenti: andrebbe irrimediabilmente perduta quell’ aurea misteriosa di cui il regista ha voluto adombrarlo.

Walter Salami Jr

Regia: Pupi Avati

Sceneggiatura: Pupi Avati, Tommaso Avati, Antonio Avati

Interpreti: Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Chiara Caselli, Alessandro Haber, Lorenzo Salvatori, Gianni Cavina

Durata: 86 min