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Scrivere di Justice League significa raccontare un qualcosa di unico, a memoria cinematografica. Mai prima d’ora la forza con cui i fan hanno perseverato, e con loro anche molti addetti ai lavori, nella volontà di vedere su schermo la personale visione di un regista aveva riscosso tanto successo. Ma come ogni storia partiamo dal principio, dal novembre 2017, quando Justice League fece il suo esordio nei cinema riscuotendo tiepidi assensi e svariate critiche. Un film visibilmente monco, affrettato, snaturato, la cui dignità si reggeva faticosamente in piedi grazie a stampelle non proprio solidissime. Purtroppo un grave lutto aveva colpito Snyder e famiglia durante la lavorazione del film, tanto da spingere il filmmaker a lasciare la produzione per dedicarsi, giustamente, alla tragedia. A quel punto il fattaccio: ad “aiutare”, e infine sostituire, Snyder venne chiamato Joss Whedon, che rigirò gran parte delle scene e portò a compimento quello scempio visto poi al cinema. Il resto è storia: i fan non si fermarono, non smisero di chiedere a gran voce la versione di Zack Snyder, il suo cut, la sua visione e, con l’hashtag #ReleaseTheSnyderCut, alla fine sono stati ripagati. Zack Snyder’s Justice League ha visto la luce, dopo più di tre anni, in quattro ore di autorialità e magnificenza.

Diciamolo, del Justice League di Whedon, che pare avesse mantenuto solo il 10% del girato originale, non c’è fortunatamente quasi più nulla e tutto quello che possiamo vedere è la visione di Snyder, nel bene e nel male. Anche nel male, sì, perché non siamo davanti a un film perfetto, a un capolavoro, a qualcosa da strapparsi i capelli.  La durata è biblica e potrebbe scoraggiare lo spettatore medio o quello poco abituato alla regia di Snyder, senza contare che in un minutaggio simile è impossibile fili tutto liscio. L’epilogo è frammentato, con scene che lasciano presagire un futuro sequel che, probabilmente e purtroppo, mai ci sarà, con l’introduzione di un personaggio DC risultante forse accessoria tutto considerato, spiegabile però con un’imposizione contrattuale dello Studio. Qualcuno potrebbe anche obiettare che qui la scena tra Batman e Joker appaia inutile, ma la verità è che tutto questo epilogo è un ringraziamento a coloro che non hanno mai perso la speranza di vedere ciò che Snyder aveva in mente, che hanno perseverato e che hanno vinto.

Zack Snyder’s Justice League non è quindi un film privo di difetti e vuoi la ridondanza o la reiterazione di certe dinamiche ma è chiaro come non possa accontentare tutti. Inoltre di Zack Snyder stiamo parlando, un regista dallo stile riconoscibilissimo e di conseguenza ogni suo film ha un’autorialità preponderante che inevitabilmente scatenerà amore e odio in egual misura. Ma ecco il punto, il nodo focale di tutta la questione: il suo stile può piacere o non piacere, ed è giusto così, ma questo Snyder Cut rivendica la passione, l’unicità potente, senza compromessi, il modo personalissimo di intendere un blockbuster moderno qual è un cinecomic e l’ossessione creativa, mastodontica, immane, motore di tutto il suo cinema. Il risultato non è un semplice taglio di montaggio, ma una nuova epica, una mitologia, l’enorme e ambizioso emblema del manifesto Snyderiano che dalla caduta del 2017 risorge come araba fenice in un cupo, plumbeo e drammatico Cinema di altri tempi. In questi sei capitoli, più un epilogo, mostrati in 4:3, si respira aria di kolossal e sebbene sia la stessa storia vista in precedenza non siamo, come ormai credo sia chiaro, di fronte allo stesso film.

Batman è spinto dal sacrifico di Superman a credere di nuovo nella speranza e decide di formare una squadra di persone formidabili, semidei e metaumani, per fronteggiare una terribile minaccia. Snyder si allontana dal tentativo poco sensato di emulare la Marvel e la sua coralità, uno scimmiottamento che inevitabilmente storpia e falsifica ciò che la DC può offrire, e lo fa senza timori e senza sacrifici. I suoi supereroi sono Dei, ma al tempo stesso soffrono come qualunque essere umano, impauriti a volte da quelle responsabilità enormi, da quei sentimenti che li portano a sentirsi inadeguati. Finalmente trattati come personaggi e non macchiette in calzamaglia, traspare l’amore che Snyder ha per loro e l’empatia con la quale li presenta. Ne giovano maggiormente Barry Allen, non ancora il Flash che conosciamo, e Cyborg, ora realmente il cuore del film, un personaggio dilaniato dal suo essere non più umano e, per questo, forse il più umano di tutti.

Lo Snyder cut non teme nulla, nemmeno la palese realtà dei fatti: probabilmente un film simile non sarebbe mai comunque arrivato in sala, nessuna major si sarebbe azzardata a tanto. Eppure eccolo qui, nella fotografia pittorica realmente voluta da Fabian Wagner, nel barocchismo della regia, nel ritmo altissimo, nell’adrenalina delle sue scene d’azione e nell’animo luttuoso, un film di padri e figli, tanto drammatico quanto romantico, dilatato e solenne come l’incedere pachidermico di una marcia funebre. Questo film è la dimostrazione di come anche nell’imperfezione si possa annidare l’arte, di quanto la voce e lo sguardo di un autore siano importanti e di come il dolore, quello più brutale e prepotente e dilaniante, possa diventare forza creatrice di emozione e commozione. Zack Snyder’s Justice League non potrà mai piacere a tutti poiché si tratta di un’opera personale, sofferente. È l’atto d’amore maestoso, epico e spettacolare di un regista e di un padre nei confronti della settima arte e di chi ha sempre creduto in lui. Potere al popolo, quindi? Forse, ma soprattutto potere alle Storie e al Cinema.

Manuel Ash Leale

Regia: Zack Snyder

Sceneggiatura: Chris Terrio

Interpreti: Ben Affleck, Gal Gadot, Jason Momoa, Ray Fisher, Ezra Miller, Henry Cavill, Amy Adams, Ciaràn Hinds, Ray Porter

Durata: 4h