Killer Party

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Da vent’anni una casa è abbandonata (ha una fama spaventosa: vari delitti sono stati consumati fra le sue pareti). Ed è proprio lì che un gruppo di ragazze decide di dare la festa annuale degli studenti. Data la nomea della casa, hanno promesso un vero “party della morte”. Ma se ne pentiranno.

Sono da sempre un grande fan degli slasher, soprattutto di quelli anni 80, tutti ragazze seminude e sangue versato da improbabili emuli di Michael Myers. Tra i miei preferiti ci sono senza dubbio, senza scomodare l’inflazionata  saga di Jason, il feroce Rosemary’s Killer di Joseph Zito e il cultissimo Hell Night con la meravigliosa Linda Blair.

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Lo slasher è un sottogenere semplice ed economico: prendi un gruppo di ragazzotti, li filmi mentre bevono, fumano e a scopano come ricci, poi ti inventi una maschera stramba, la fai indossare ad un killer, e via con la mattanza. Più facile di così? In più la sceneggiatura può essere anche improvvisata, ma quello che non deve mancare, e che rende divertente il tutto, è soprattutto la varietà di omicidi e l’alto tasso di emoglobina.

Questa cosa non dev’essere stata molto chiara alla MGM che, al momento distribuire Killer party, decise di tagliare tutte le scene più sanguinose, inficiando il senso narrativo dell’opera. In parole povere: ora, nel cut vulgato al popolo, non si capisce nulla!

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Scena tagliata

Quindi una merda, penserete voi, giustamente. Invece per strane alchimie che solo la serie B possiede, il film è uno spasso, una cosa che la guardi e ti sorprende, ti cade la mascella e, tra un “Ma che cazzo!” di rito, capisci di essere in un luna park del terrore, con quei ribaltoni incredibili di plot che non ci credi ma accadono.

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Scena tagliata

Per tre quarti il film è un blando slasher con  due morti in croce (una donna presa a martellate e un professore fulminato con la corrente elettrica), oltretutto, per le maglie della censura, tutto fuori campo come in un mondo alla Black Mirror dominato dal MOIGE. Quando però si arriva all’ultima mezz’ora succede l’inaspettato: regista, sceneggiatore e attori  giureresti che si sono fatti  di droghe pesanti!

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Lo slasher, se non ha derive soprannaturali, alla fine è un giallo più hardcore dove sotto la maschera c’è un picchiatello che uccide per le ragioni più varie. In Killer Party questo non succede: ad un certo punto, a tipo trenta minuti dalla fine del film, arriva un omicida vestito da palombaro e comincia in pochi minuti ad uccidere tutto il cast in maniera fantasiosa (chi con un tridente, chi soffocato in una vasca, chi impalato mentre è seduto su una griglia, che poi cazzo ci fa tra l’altro una griglia in una casa?). “Wow!” direte voi, solo che ad un certo punto il palombaro sparisce, nessuno ne parla più e, colpo di scena, la protagonista si trasforma in una sorta di Regan dell’Esorcista con voce gutturale, bava alla bocca, che cammina sul soffitto mentre, meschina e maledetta, ride da sola con la lingua serpentesca.

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Killer party è quello slasher anarchico che fa come cazzo vuole, ride delle regole rigide del genere e si permette persino di atteggiarsi alla Alfred Hitchcock trasfigurando la figura della virginea eroina, prima facendola accoppiare con un ragazzo poi tramutandola lei, la figura cardine di ogni slasher, nel mostro, nella bestia sanguinaria, in una maledetta puttana sputata dall’inferno.

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Certo la MGM con i suoi tagli ha incasinato il tutto ed è probabile che proprio questi abbiano reso impossibile da comprendere l’intreccio della vicenda. In più nel film regna una confusione incredibile a cominciare dagli abiti dei protagonisti: durante la prima parte siamo, cappotti che lo testimoniano, in autunno, anche quando tutti si stanno preparando per lo scherzo del Pesce d’Aprile.

Su questo horror poi c’è la leggenda, confermata da imdb, che Killer Party fu iniziato nel 1978, si interruppe per motivi di budget, per poi essere ripreso nel 1986. Su un sito internet dedicato interamente alla pellicola questo viene smentito da un’intervista ad una delle attrici protagoniste, Elaine Wilkes, che afferma che il film fu girato senza pause, a  metà degli anni 80, con l’unico problema dei cambi incredibili della sceneggiatura. Sembra infatti che una delle ragazze che arriva ai titoli di coda, Sherry Willis-Burch, si sorprese perché la sua Vivia sarebbe dovuta morire all’inizio!

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A girare l’opera, con mano sicura, è il William Fruet di alcuni B movie efficaci: suo infatti l’incredibile Spasms con Oliver Reed contro Peter Fonda e un serpentone assassino, ma anche il divertente Il mio scopo è la vendetta con un reduce dal Vietnam che si bomba la Tisa Farrow di Zombi 2 e combatte un cinese killer esperto di kung fu. Robe da cestone da supermercato, senza dubbio, ma girate bene, dannatamente bene.

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Colpevole invece del delirio narrativo è Barney Cohen che due anni prima però diede alla luce uno dei copioni su Jason Vorhees più belli di sempre, il capitolo finale, diretto dal sempre mai troppo apprezzato Joseph Zito.

Il cast fa la sua porca figura e abbiamo tutti interpreti efficaci e mai stranamente impacciati anche nell’interpretare un horror da cassetta. Nel cast poi spicca il grandissimo Paul Bartel, regista di cult come Cannonball, Anno 2000 – La corsa della morte e soprattutto Bambole e sangue, nella sua lunga carriera di attore/comparsa divertita (ben 91 ruoli su 14 regie).

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La già citata Elaine Wilkes, già conosciuta per ruoli in commedie romantiche come Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare di John Hughes e Who’s That Girl di James Foley accanto a Madonna, abbandonò la carriera di attrice nel 1989. Si riciclò come esperta naturologa con libri di grande successo tra le masse come I messaggi segreti della natura, un tomone di 340 pagine arrivato anche da noi.  Ma non ha mai rinnegato il suo passato di attrice, cosa che le rende sicuramente onore.

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La palma d’oro però di miglior interprete però spetta ad Alice Fleer che riesce ad incutere un certo disagio nel suo passaggio da vittima sacrificale a demonio incazzato, una roba che è seconda solo a Linda Blair in L’esorcista.

Per il resto Killer Party è un’opera sicuramente stramba ma tremendamente divertente che vive lo stato di grazia anche di una magnifica colonna sonora orecchiabilissima anni 80. D’altronde come non volere bene ad un film che presenta ben due intro finti, prima di Wes Craven e Scream 4, dei quali uno è un vivace videoclip dei White Sister, You’re No Fool, con degli zombi assassini che ballano con una ragazza sulla falsariga di Thriller di Landis. Giuro succede anche questo e non solo questo perché ci saranno, durante la visione del film, tante cose che metteranno a dura prova la vostra incredulità come una sequenza dove dei simpatici buontemponi liberano delle api per vedere scappare nude delle ragazze. Gli stessi poi si vestiranno da aponi giganti per essere giustamente uccisi dal palombaro killer che forse passava solo di lì solo per caso.

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Girato in Canada con il titolo di lavorazione di April Fool’s Day, come il precedente Jolly Killer di George Dugdale, dovette cedere il titolo all’omonima pellicola di Fred Walton, Pesce d’aprile. Del trietto dei film nati con lo stesso nome però questo è sicuramente quello che preferisco.

Da noi è uscito prima in vhs MGM poi in un dvd Quadrifoglio dall’audio italiano ridondante ma dal video perfetto in widescreen. Purtroppo Killer party non ha mai avuto la fama che si meritava: un po’ un cane rognoso che a prima vista non accarezzeresti mai, ma che se impari a conoscerlo ti conquista. Noi gli vogliamo bene.

Andrea Lanza

Killer Party

Anno: 1986

Regia: William Fruet

Interpreti: Martin Hewitt, Ralph Seymour, Elaine Wilkes, Paul Bartel, Sherry Willis-Burch, Alicia Fleer, Woody Brown, Joanna Johnson, Terri Hawkes, Deborah Hancock, Laura Sherman, Jeff Pustil, Pam Hyatt, Howard Busgang, Jason Warren

Durata: 91 min.

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Contamination – Alien arriva sulla terra

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Luigi Cozzi ha dato una bellissima definizione dei suoi film:  pellicole d’imitazione. Cioè prodotti che seguono la moda del momento e li ripetono in piccolo, sicuri di un incasso decisamente buono. Il pubblico vuole super eroi? E noi imiteremo il loro film di maggiore successo economico,  la gente abbocca. In questo ragionamento c’è la storia e la caduta dell’industria cinematografica di genere italiana. Con queste premesse si evince che da una parte si giudica il pubblico un po’ un ammasso di individui a cui basta dar qualcosa di raffazzonato e via,  quello se lo beve. Due, non si investe nel creare un immaginario nostro, forse non siamo in grado e così ci adattiamo a scimmiottare gli altri. Forse il mio giudizio è fin troppo sbrigativo e  severo, nondimeno veniamo da decenni in cui abbiamo giudicato fin troppo positivamente ogni esperienza del e nel genere italiano. Proprio in onore ai grandi maestri e agli artigiani che hanno fatto la storia del cinema italiano non possiamo essere troppo generosi con tutti.  Cozzi dalla sua ha un carattere che in parte ammiro. Sa vendersi bene, sa raccontare con gusto la sua storia, tanto che tu alla fine davvero credi che Star Crash sia un film imperdibile. Tutto questo è possibile perché lui ha una grandissima passione per la fantascienza e il fantastico e riesce a trasmetterla agli altri. Peccato non capiti (quasi) mai attraverso i suoi film, ma per la persona provo tanto rispetto.

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Il leggendario Cozzi

Dopo il successo di Star Crash, Cozzi decide di far un film che fosse l’imitazione di Alien.  Un’opera di pura fantascienza con l’attacco degli alieni ambientata in una grande città. Purtroppo i produttori pensarono bene di spingere il tutto verso le atmosfere alla James Bond, boicottando in vari modi le istanze legate alla fantascienza: il risultato è un film che è un ibrido, a volte indigesto .

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Effettivamente la seconda parte, quella nella foresta sudamericana con la Spectre dei poveracci è una parte debole e lo sviluppo della trama stenta a dar soddisfazione.

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Il film potrebbe funzionare bene nella prima parte.  C’è abbastanza mistero, decenti effetti splatter, un certo mestiere che rende godibile il tutto. La storia raccontata è quella di un’invasione aliena attraverso delle strane uova che una volta toccate creano una reazione nel corpo delle vittime facendole esplodere il loro stomaco.  Il tutto viene scoperto perché a New York sta transitando una nave alla deriva. Una volta a bordo i poliziotti e il personale medico scopriranno l’agghiacciante verità.

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L’unico sopravvissuto, un poliziotto loquace e divertente, dovrà collaborare con una serissima scienziata per poter salvare il mondo. In loro aiuto un ex astronauta, ormai ridotto uno straccio, tornato cambiato da un viaggio su Marte.

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Non siamo nei paraggi di una “cozzata” stile Paganini Horror, qui si sta nei confini della decenza filmica. Cozzi usa sapientemente l’uso del chiaroscuro per rendere credibili gli effetti speciali, compie un duro lavoro affinché il mostro che appare nel finale non ci induca a ridere a crepapelle.   Per questo forse l’opera è una delle sue pellicole migliori (ma stiamo parlando di un regista che di pellicole migliori non ne ha fatte nessuna). Però ammiro il durissimo lavoro e l’impegno che chiaramente mette nelle sue cose. Non mi piacciono i suoi film e non lo reputo un regista fondamentale per il genere, applaudo alla tenacia, alla passione che mette in gioco. Ho seguito la vicenda abbastanza interessato e tutta la prima parte credo sia anche valida. C’è mistero, sangue, un disegno rudimentale ma efficace dei personaggi. Paga la sua natura di film a basso budget e gli scontri con la produzione. Sicuramente è datato, superato, ma una visione la consiglio.

Davide Viganò

Contamination – Alien arriva sulla terra

Titolo alternativo: Alien contamination

Anno: 1980

Regia: Lewis Coates (Luigi Cozzi)

Interpreti: Ian McCulloch, Louise Marleau, Gisela Hahn, Marino Masè, Siegfried Rauch, Carlo De Mejo, Carlo Monni  

Durata: 95 min.

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Time Walker

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Al cinema alcuni mostri funzionano più di altri. Dracula è stato protagonista di un bel centinaio di film, ed è riuscito, tra un morso e l’altro, ad avere spose, amanti, figli e combattere persino contro i leggendari 7 vampiri d’oro. Anche per Frankenstein la vita è stata lunga con nel curriculum anche una commedia teen dove, tutto fiero, mostrava il suo poderoso ammennicolo alle ragazze intrippate di un college. Solo che la vita non è stata così generosa con tutti i mostri.

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Io ho scopato

Il mondo dei cattivi, si sa, è spietato: né l’uomo lupo né le streghe sono mai riusciti ad avere una filmografia lunghissima, ma la più sfigata resta la mummia. A lei nessuno vuole bene. Se esistono fan club per licantropo, uno che sotto sotto quando non sbrana ha la libido di Rocco, e le streghe piacciono alle ragazzine goth, la mummia invece non ha presa per nessuno. Brutta è brutta, sexy non è sexy, oltre a puzzare è un mostrone non molto inventivo neanche nelle sue gesta malvagie: quando uccide, si limita a strozzare. Che noia, che barba. Per questo hanno cercato di svecchiarla con gli avventurosi di Brendan Fraser o Tom Cruise, ma non era più lei, c’era al suo posto un pelatone muscoloso o una figa incazzata. L’unica mummia, non si scappa, è quella avvolta in bende vecchie che sembrano carta igenica sporca di merda. Con un curriculum così non è che fai molta strada.

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Pose da mummie

Certo in passato c’è stata la Hammer e prima ancora la Universal a dare il lustro a questo vecchio mostro, muto e lento più degli zombi, ma, siamo sinceri, a a parte i capolavori di Karl Freund e Terence Fisher, il resto era tra il mediocre e il pessimo. I più potranno dire “Ma c’è Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore (Blood from the Mummy’s Tomb) che è bello!” è vero, poi io sono un fan delle tettone di Valerie Leon, ma nessuna mummia claudicante, solo maledizioni egizie, un altro campo da gioco.

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Tette e mummie

Gli anni 80 poi ci hanno provato a farla resuscitare ma le produzioni erano scalcagnate, Scuola di Mostri a parte. D’altronde come non pensare di avere toccato il fondo davanti ad una cosa come Dawn of the mummy del 1981, una coproduzione tra Italia e USA, così brutta che da noi, pur avendoci messo i soldi, non è mai uscita. Il regista Farouk “Frank” Agrama, uno che aveva girato il King Kong degli scemi, Queen Kong (non quello con la Nappi), durante la visione di Zombi di Romero, aveva sicuramente avuto l’idea di una vita, quella che ti porta nell’Olimpo dei grandi, spostati Carpenter. “Perché non girare un film simile con le mummie al posto dei morti viventi?“. Risultato: un pasticcio gore girato col culo, con una perenne musica fastidiosa a cazzum, una cosa che sembra uno scherzo brutto alla Conte Mascetti più che un film.

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Le mummie più brutte di sempre

Time Walkergirato col titolo di lavorazione di Pharoah, arriva un anno dopo, nel 1982, a dire la sua sulle mummie. Da noi ha persino una distribuzione limitata, in vhs per la Antoniana/DB Video, con un doppiaggio allucinante che traduce l’intraducibile. Così abbiamo giochi di parole tra mummy e mommy (mamma) riproposti tali e quali in italiano dentro frasi senza senso come “Scomparve una ragazza, restò per 9 mesi in una tomba e la scoprirono mummia“. Ehhhhhhhhh??????

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Forte delle frasi di lancio “Nulla può fermarlo neppure la storia” o “Per milioni di anni attraversarono le Galassie: Per secoli uno di loro è rimasto intrappolato nella tomba di un faraone. Ora è libero” ci si aspetta un bell’horrorazzo archeofantascentifico con un alieno mummia incazzato che fa stragi a destra e pure a mancina, manco fosse Svicolone. Si e no, più no che sì, soprattutto perché il film è di una mosceria incredibile.

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Time Walker non calca mai la mano sul sangue, i nudi sono pochissimi (una ragazza che si spoglia) e non riesce ad essere mai troppo spaventoso, un disastro per un film che vanta una sceneggiatura di rara dabbenaggine e non può contare neanche sul divertimento coatto.

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Si aprono mille sottotrame, amori tra i personaggi, un giro di merce rubata all’università e soprattutto una muffa assassina che fa marcire gli arti. Solo che, con lo scorrere dei minuti, nessuno di questi spunti viene portato a termine, con il risultato che anche anche il tocco della mummia, mortale come l’ebola fino ad un secondo prima, verso l’epilogo non fa più nulla, solo perché il regista, anche inetto sceneggiatore, probabilmente se l’è dimenticato.

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Io poi voglio dire: ma, Tom Kennedy, vuoi girare un film horror su una mummia al college, sei negli anni 80, l’epoca dello splatter, ma mettici due morti, dico, due almeno che mi fai dire, a me spettatore, wow, che cazzo, non ci credo. Invece la mummia arriva su dei pattini, o almeno l’effetto è quello, e tocca le sue vittime, puf, morte, e poi se ne va. Ma che diavolo, è come se, in un porno vintage con Ginger Lynn, ad un certo punto la musica è quella giusta da porcone, cia cia cia, ma gli attori al posto di darci dentro, di fare vedere la mercanzia e cominciare la danza degli assatanati, oh yeah, fuck me, bitch, si danno solo due bacini e poi a nanna, tutti a casa propria, domani ci si alza presto. Come come come? Tom Kennedy, già stai girando un film di merda, ma almeno fai merda divertente!

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Forse si tromba, forse no

Gli attori sono o improponibili o sprecati in ruoli subliminali, a cominciare dalla Shari Belafonte di La notte di Halloween, anche bravina, ma inserita a forza nel contesto. Ad un certo punto salta fuori il grande James Karen de Il ritorno dei morti viventi, un vero attore in mezzo a tanti cani. Peccato che per lui valga la stessa storia di Shari: il suo personaggio dice due frasi di circostanza, batte i pugni sul tavolo, ghigno di repertorio e poi scompare per riapparire solo nel finale. Tempo sullo schermo: 5 minuti scarsi. Oh my god!

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Cani più attore bravo in mezzo

Time Walker poi vorrebbe essere più ricco di quello che è, ma, col suo budget esiguo, non ha la possibilità di girare neanche un finto intro in Egitto. Quindi due immagini di repertorio delle piramidi e voci fuoricampo di due archeologi che affrontano il pericolo. L’effetto è comicissimo e poverissimo nel contempo, un cinema mai così vicino alla radio.

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Non voglio poi fare il pretestuoso, non ho mai studiato archeologia, ma non mi sembra la cosa più furba del mondo quella di aprire un sarcofago chiuso da millenni senza neanche una mascherina protettiva. Oltretutto dove vai a trafugarlo? Dalla celeberrima e maledettissima tomba di Tutankhamon. Cioè con questo faraone si muore dal 1923! Non lamentarti poi delle conseguenze!

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Time Walker cerca, fallendo, una certa originalità nel riproporre il solito canovaccio sulle mummie assassine con innesti di fantascienza, ma non riesce mai ad essere né convincente né davvero innovativo. Nel finale poi tenta una corrispondenza delirante con il quasi contemporaneo ET di Spielberg, soprattutto quando capiamo le ragioni dell’alieno/mummia: vuole solo tornare a casa. Cioè fatemi capire, questo EBE dagli occhioni grandi sotto le bende, che uccide con il tocco muffoso la gente, che ha nel petto una pietra lunare accecante, che insegue sui pattini ragazze terrorizzate, che sfonda tetti di un’ascensore e che ha la visione verde come un cazzo di Predator salviniano, era bravo???? E che cazzo ho visto prima?

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Alieni bravi

Micidiale poi il “TO BE CONTINUE” prima dei titoli di coda, nell’idea assassina di un Time Walker 2 che, grazie a Dio, non si farà mai.

Giustamente Tom Kennedy firmerà qui la sua prima e unica regia, anche se il film incasserà abbastanza a livello regionale.

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Time Walker fu distribuito negli USA dalla New World Pictures, la stessa di Slumber party massacre, uno slasher dello stesso anno nettamente superiore. 

Che dire d’altro di un film soporifero, stupido e poco divertente? Nulla a parte che siete stati avvertiti, se volete vederlo e vi fa schifo non prendetevela poi con noi!

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NB Il film fu al centro di un episodio della serie Mystery Science Theater 3000 che proponeva film brutti con il commento dissacrante dei protagonisti, un astronauta e due robot. La conclusione del trio era che Time Walker fosse uno dei film più brutti mai visionati, per essere precisi più terribile dei già terribili ” Il terrore viene d’oltretomba, The Side Hackers, Ator 2 – L’invincibile Orion, Catalina Caper, Visitors – -I nuovi extraterrestri, The Hellcats, Daddy-O, Rocket Attack U.S.A., La vendetta del ragno nero, Ring of Terror, Il conquistatore del mondo, Il continente scomparso, Luna zero due, Le donne del pianeta preistorico, Time of the Apes, Wild Rebels, Stranded in Space, King Dinosaur, Mighty Jack, RX-M Destinazione Luna, Santa Claus Conquers the Martians, The Unearthly, Adolescente delle caverne, Soyux 111 Terrore su Venere, Abbandonati nello spazio, The Giant Gila Monster, I cavalieri del futuro, War of the Colossal Beast, I giganti invadono la Terra, Fugitive Alien, Star Force: Fugitive Alien II, Master Ninja I, Gamera, Il ritorno di Godzilla, Gamera vs Zigra, Gamera vs Barugon, and Gamera vs Guiron” e persino dell’imbattibile franchiano “Il castello di Fu Manchu“. Comunque, nella versione Mystery Science Theater 3000, Time Walker è spassosissimo. 

Andrea Lanza

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Anno: 1982

Regia: Tom Kennedy

Interpreti: Ben Murphy, Nina Axelrod, Kevin Brophy, Robert Random, James Karen, Sam Chew Jr., Melissa Prophet, Austin Stoker, Gerard Prendergast, Shari Belafonte, Antoinette Bower, Darwin Joston, Greta Blackburn, John Lavachielli, Clint Young, Ken Gibbel, Gary Dubin, Greta Stapf, Michelle Avonne, Vanna Bonta, Warrington Gillette, Alan Rachins, Allene Simmons, Jason William

Durata: 83 min.

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Ritorno dalla morte (Frankenstein 2000)

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Gli anni 80 sono stati un periodo di estrema creatività per il cinema fantastico italiano, una decade che ha visto in poco tempo l’ascesa e la caduta di maestri del genere, dai Fulci e Argento migliori e quelli più sbirulini, poi i grandi Mattei che coincidevano nel miserabile, i Lamberto Bava pre Melevisione, senza dimenticare i Lenzi e le tette di Zora Kerowa, e quei nomi che nessuno cita mai come Marcello Avallone e l’immenso Maya.

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Il mitico Aristide

Aristide Massaccesi ha girato nella sua carriera milioni di film, stando a imdb ben 197, ma contando le regie non accreditate, quelle incerte come il dubbioso Jailbird Rock del 1988, la lista sicuramente lievita. Il più delle volte dalla critica più nobile viene ricordato solo come un prolifico artigiano, a volte un eccellente direttore della fotografia, di certo non un bravo regista e questo è sbagliato. Non che i suoi film, la maggior parte, non fossero tirati via, con errori, più che di inefficienza, di mancanza di tempo, di frettolosità, una cosa giustificabile quando, come nel 1980, devi portare a casa 8 film. Quello che però differenziava il cinema di Massaccesi era soprattutto la potenza delle immagini, l’anarchia preponderante di un cinema più di pancia che di cervello. Quando mettevi la vhs di un suo film sapevi che sarebbe stato come andare alla trattoria sotto casa, soddisfatto e panciuto alla faccia di Sadler 5 stelle michelin.

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Chi lo sa se questo dance movie sporcaccione è di Massaccesi

Massaccesi non era Bruno Mattei che di capolavori ne faceva per i motivi sbagliati, non era certo neanche Lucio Fulci che aveva invece l’aria snob di un cinema popolare alto, ma era senza dubbio bravo. Forse col tempo si era rotto, forse alla fine prevale solo lo stile quando un giorno giri uno sbudellamento e lo stesso giorno un pompino in un altro set, ma nella sua carriera c’era almeno un grande film, elegante, sinuoso, complesso, La morte ha sorriso all’assassino, una ghost story che anticipava Storie di fantasmi di  Irving assomigliandogli più del libro omonimo di Straub. Coincidenze sicuramente, allo stesso modo de I guerrieri dell’anno 2072 con L’implacabile di  Paul Michael Glaser, certo, ma sono quelle coincidenze che ci fanno sognare che Dan O’ Bannon vedendo Terrore nello spazio abbiano pensato ad Alien. Plausibile ma anche no.

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Il suo capolavoro, La morte ha sorriso all’assassino

La morte ha sorriso all’assassino, un insuccesso commerciale purtroppo, è stato l’unico film firmato Aristide Massaccesi. Dopo, il suo nome si è annullato in tanti pseudonimi diversificati per genere: dalla morte di Aristide Massaccesi regista sono nati, come nello Split di M. Night Shyamalan, molti altri Massaccesi registi. Così abbiamo avuto Joe D’amato per l’horror e il porno, David Hills soprattutto per i film fantastici, poi i vari Peter Newton, Michael Wotruba, Alexandre Borsky e persino dell’orientale Robert Yip per le zozzerie cinoromane. Ognuno di questi nome de plume però portava solo e sempre a lui, Aristide Massaccesi, l’uomo che pirandellianamente indossava così tante maschere da poter vantare di non girare nessun film facendone però anche 10 alla volta.

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Conan dei poracci

Ho conosciuto Massaccesi attraverso le pagine di Nocturno quando ero ancora un ragazzo e mai avrei pensato che un giorno avrei scritto anch’io per quella rivista che, con la defunta Amarcord, aveva plasmato il cinefilo che sono. Su Nocturno scoprivo un sottomondo incredibile, film così folli da non essere per forza mai girati, come Sbirulino, che però, lovecraftianamente, invece erano esistiti, anche se rari e introvabili. E se qualcosa di Joe D’amatob porno e, nella mia versione AVO FILM, non lo era, ora invece riscoprivo non un singolo film, ma una vera poetica cinematografica, eccessiva e affascinante, anche nei tanti capitomboli.

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Oltre Kim Basinger

Massaccesi più di un Fabrizio De Angelis con Il ragazzo dal kimono d’oro faceva un cinema, soprattutto negli anni 80, di contrabbando: per esempio i suoi Eleven night eleven days erano il 9 settimane e mezzo meno patinato e più carnale, con una Jessica Moore/Luciana Ottaviani non bella come Kim Basinger ma di certo più accessibile nell’idea, già qui decantata, di cinema trattoria.

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Se La morte ha sorriso all’assassino, come detto, era stato un flop, lo stesso non fu però con Buio Omega, remake di un vecchio thriller con Franco Nero, che lanciò il nome di Joe D’Amato nell’olimpo dei miti horror. Echi a Psycho, un erotismo con toni di necrofilia esasperata, scene trucidissime come le unghie strappate a forza ad una sventurata e le musiche potentissime dei Goblin contribuivano al successo di un film disturbante come pochi nel cinema italiano, terribile e necessario per il nostro orgoglio patriottico di ragazzacci ghiotti di budello e carnazza.

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Dio benedica Genova

Non male neanche Antropophagus con la scena cult del feto divorato dal cannibale o Rosso Sangue, firmato però come Peter Newton, che decodificava l’Halloween di Carpenter in una chiave di violenza hardcore. Poi però Aristide si focalizzò in altri generi, i Conan dei poveri, la fantascienza dei Mad Max straccioni, gli erotici e soprattutto i porno che a fine anni 90 lo impegnarono per la maggiore, con film girati questa volta male e distrattamente, divertenti solo per la varietà delle parodie sexy, da Robin Hood a il poco pasolianiano Le 120 giornate di Sodoma. Si percepisce come al regista non fregasse più nulla di quello che stava facendo, perciò, quando girò nel 1991 questo horror, dovette essere per lui la boccata di aria fresca, l’occasione per tornare a fare qualcosa che amava.

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Freddy Krueger, un mostro generico,Dracula e la creatura di Frankenstein

Frankenstein 2000, poi reintitolato Ritorno dalla morte, fu presentato in un Fantafestival di inizio anni 90 ma non fu accolto molto positivamente dal pubblico, anzi sembra che gli spettatori accompagnarono la proiezione proprio con fischi e risate. Eppure Massaccesi aveva ambizioni, a cominciare dal titolo originale che echeggiava il capolavoro letterario di Mary Shelley, ma come spesso accade, per milioni di motivi, le aspirazioni non corrispondono alla resa finale.

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In un’intervista a Nocturno il nostro dichiarava “Quello doveva essere un Frankenstein (infatti al Mifed lo pubblicizzammo come Frankenstein 2000), poi abbiamo avuto delle remore a chiamarlo così. Però c’erano moltissime citazioni dal romanzo di Mary Shelley che nessuno ha capito. E poi il protagonista, Donald O’ Brien, aveva dato una prova magistrale, anche se io l’avevo scelto un po’ egoisticamente. Mi spiego: lui è caduto in bagno, anni fa, battendo la testa e rimanendo paralizzato nella parte destra del corpo e quindi  aveva questo modo innaturale di procedere claudicante e una mano rattrappita. Quando girammo in una discoteca, un ragazzo disse “Ammazza quanto è bravo ‘sto qui! Cammina proprio come Frankenstein!”. Invece poveraccio era proprio così”.

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Ritorno dalla morte purtroppo, (mostro di) Frankenstein umano o no, è un brutto film, girato male e noioso. Non si riesce davvero a salvare nulla, a parte una splendida fotografia dai colori saturi (sempre il regista con lo pseudonimo di Frederico Slonisko) e le musiche suggestive di Piero Montanari.

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Del Massaccesi elegante de La morte ha sorriso all’assassino non c’è traccia, ma neanche del Joe D’Amato gagliardissimo e trucido dei Buio Omega e Antropophagus: gli effetti speciali cruenti ci sono ma così fatti male  da generare solo imbarazzo o risate. Questo è sicuramente tragico per un horror che ricerca l’atmosfera ed è invece solo lento, che si vorrebbe feroce e mette in scena teste di bambolotti poco somiglianti alla controparte umana, un po’ come i film miserabili di Andrea e Mario Bianchi presentati da Lucio Fulci. C’è da dire però che almeno una volta, nell’omicidio del medico legale, Massaccesi alza la testa girando una scena montata discretamente e dalla buona tensione, ma è un istante in un film di un’ora e 33, lento come il valzer delle palle di Fra Giulio.

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La sceneggiatura, da un’idea di Michele Soavi, poi è il punto più basso di tutta l’opera, aggiustata malamente da un Antonio Tentori mai a suo agio nei panni di sceneggiatore, che prosegue per accumuli stupidi e insensati (i sogni di Georgia/Cinzia Monreale che non portano a nulla), fino al look del moderno mostro di Frankenstein, di un certo impatto visivo, suture alla testa come il classico Karloff, ma poi ci pensi e ti chiedi perché? Non ha senso che il medico legale  gli abbia aperto il cranio e non il ventre nel fargli un’autopsia. Così abbiamo un Frankenstein poser, bello da vedere, inquietante nell’interpretazione non interpretazione di O’ Brien (che si muove uguale anche quando il suo personaggio è vivo però), ma che è forzatamente shelliniano ( o whaliniano) solo per un’idea originale probabilmente tradita da una riscrittura inetta.

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Costumi di Laura Gemser

In più Massaccesi si autocastra quando dovrebbe magari calcare la mano come nella sequenza dello stupro della Monreale, casto e senza neanche il nudo di rito, che si vorrebbe rifare ad  Arancia Meccanica, come le inquadrature di un poster vorrebbero fare intendere, ma poi il massimo della cattiveria è pestare un bambino con l’effetto audio di una sberla di Bud Spencer in Bomber senza gli Oliver Onions.

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La Monreale poi è bellissima ovviamente come moltissime genovesi benedette dal mare e da Dio, ma recita da addormentata anche prima di cadere in un vero coma e citare il suo ruolo regio in Buio Omega che però diviene, in questo caso, una rilettura molesta e fastidiosamente autocelebrativa.

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Il resto del cast, ad esclusione di un convincente Riccardo Acerbi, già visto come professore porcone di Aenigma di Fulci, è tra il dilettantesco e l’inappropriato con manzi da monta hardcore che si aggirano imbarazzati sul set. Anche un veterano come Maurice Poli, in quegli anni perso in produzioni italiane miserabili, si limita a strabuzzare gli occhi e pregare di uscire fuori scena il prima possibile.

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Nazisti e Rio De Janeiro

Il film poi, pur avendo le “citazioni non capite di Mary Shelley” a detta di Massaccesi, ricorda più che altro il Patrick di Richard Franklin o il già citato Aenigma di Fulci con la vendetta di una persona in coma.

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Qui oltretutto la nostra Cinzia Monreale si vendica di tutti, anche di chi non sapeva fosse coinvolto nella sua aggressione.

Il dvd Raro video poi è qualcosa che deprime ancor di più la visione con la scelta di inserire come pista la traccia inglese, recitata sembra da filippini che leggono male il copione, pieno di fuori sincroni col labiale e un accento improbabile e devastante. Così abbiamo frasi come “Help, iu a mosta!” o “Ai loviù” che ti lasciano addosso un senso di disagio e inadeguatezza incredibile.

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effetti brutti

Da imdb si legge che i costumi sono curati dall’ex Emanuelle nera, Laura Gemser, ma gli attori sembrano tutti vestiti con il primo capo preso dall’armadio.

Frankenstein 2000, girato non come Joe D’Amato ma come David Hills, è il simbolo di un cinema morente che cercava a tutti i costi di resistere, ma rantolava, agonizzava, fino a cadere cadavere, puzzolente e maleodorante. Da lì a poco i giochi sarebbero finiti per tutti con il bellissimo Dellamorte Dellamore, spartiacque tra il cinema horror italico in pellicola e le produzioni digitali amatoriali. Neanche Massaccesi sarebbe stato più lo stesso: La Iena, girato nel 1997, è altrettanto orribile come lo sarà il Top Girl dello stesso anno o l’ultima opera del 1999, il semi porno I predatori delle antille. Il cinema hardcore, del quale Aristide era stato un pioniere, gli aveva tolto la scintilla artistica, un po’ come quei voyeur che, ossessionati da troppe visioni segaiole, si scoprono impotenti.

Andrea Lanza

Ritorno dalla morte – Frankenstein

Anno: 1991

Regia: David Hills (Aristide Massaccesi)

Interprete: Cinzia Monreale, Donald O’Brien, Robin Tazusky, Riccardo Acerbi, Dun Dustman, Mark Frank, Mark Quail, Maurice Poli, Valter Travor, Massimo Pittarello, Max Tazusky, John Wood, Robert Milton, Susan Baker, Emy Valentino

Durata: 93 min.

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Occhi nella notte

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Questo Occhi nella notte è un classico del B movie sui topastri assassini, uno di quei filmacci da vhs confezionati bene, divertenti e da sciallo atomico sul divano. Quindi non si spiega perché la maggior parte della critica sia così spietata nel parlarne, a cominciare dal Dizionario dei film horror di Rudy Salvagnini che lo bolla come “tutto prevedibile e già visto” affibbiandogli la stelletta dell’infamia.

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Che sia prevedibile e già visto ok, ma Occhi nella notte fa il suo sporco lavoro di horrorazzo d’intrattenimento con scene feroci (muore persino male un neonato), belle ragazze di rito (la generosa Lisa Langlois in versione Lolita da sturbo, mutandine attillate annesse) e una regia dal ritmo concitato e ansiogeno.

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Che altro volere di più da una pellicola sui topi assassini? Oltretutto le scene di impatto non si contano, come per esempio l’assalto dei ratti all’interno di un cinema (il film proiettato è sempre del regista, L’ultimo combattimento di Chen). Quindi immaginatevi uno spettacolo popolare che distrugge la quarta parete, ben prima dei Demoni di Lamberto Bava, di Mr Rorret di Fulvio Wetzl o dell’Angoscia di Bigas Luna, nel quale tu spettatore la senti davvero sulla pelle quella sensazione di disagio, puoi ripeterti quanto vuoi, alla Wes Craven, “E’ solo un film“, ma il dolby stereo, che riproduce quegli osceni squittii , ti fa gelare la pelle. Nulla di più terrorizzante del vedere al cinema un horror ambientato al cinema, senza dubbio. Anche se da noi purtroppo Occhi nella notte uscì solo in vhs (Futurama) privandoci dell’impatto emotivo di questa (grandissima) sequenza.

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Questo il momento che preferisco, con la gente terrorizzata che corre mentre i topi banchettano con le loro chiappe manco fossero ad un banchetto, escamotage necessario per eliminare, prima del finale, il personaggio della Langlois, troppo zoccolesco per essere una final girl. Povera la nostra Lisa, innamorata fino al limite dello stalking del suo professore universitario, tanto da infilarsi nel suo letto e supplicare di essere scopata, ma nel mondo dei ratti mannari le studentesse da paginone centrale di Playboy vengono schifate come fossero appestate. Iene, Viviani, Toffa e compagnia bella, nell’universo degli horror stavolta siete disoccupati: nessun docente porcone da sgamare con le vostre microcamere!

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Robert Clouse, al suo secondo film sugli animali incazzati dopo Il branco del 1977, non si perde in molti fronzoli confezionando un ottimo spettacolo da drive in con momenti di eccelso terrore. Il regista è sempre stato un abile artigiano, capace di dare il massimo con prodotti anche non di fino, garantendo il giusto divertimento ignorante ai suoi spettatori sia che si trattasse di un Jackie Chan importato negli USA (Chi tocca il giallo muore) che di un Robert Mitchum sbarcato ad Hong Kong (Poliziotto privato: un mestiere difficile). E’, non ci stancheremo mai di ripeterlo, quel cinema popolare che non esiste più, bellissimo e scriteriato, quello che ci manca di più, in Italia come negli States.

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C’è da dire che Occhi nella notte non ebbe un grande culto, fu odiato con tutte le forze dallo scrittore James Herbert, suo il romanzo ispiratore Rats, e, come detto all’inizio, di solito neanche gli estremisti del brutto miserabile, quelli che hanno in cameretta, a 56 anni, il poster dei topi mutanti di Mattei e Fragasso, lo ricordano con piacere.

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Certo è che il film non è esente da difetti, tanto gagliardo nelle parti horror quanto debole in quelle più intimiste che vedono i tormenti amorosi di un professore di mezz’età (lo stesso fesso che schifa Lisa Langlois). A questo aggiungiamoci una storia che plagia il solito plot de Lo squalo con tanto di sindaco ottuso che non blocca un’inaugurazione ad un passo dalla tana dei ratti, e un bambino, il figlio dell’insegnante, da pedate nel culo da quanto è antipatico, con la saccenteria da nano che in Dungeons & Dragons, 200 lire al circolino di Marchirolo, avrei affettato con gusto. Però se la parte conclusiva con i topastri affrontati a fiamme ossidriche, che vede gli attori più spaesati che spaventati, non è un granché, abbiamo invece un cattivissimo finale dove un roditore insanguinato si lancia con foga contro un vetro generando il bu che non ti aspetti.

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Gli effetti speciali sono abbastanza schifosi anche se non eccedono mai nel gore e nello splatter. Per mettere in scena i topi giganti i truccatori fecero indossare delle tute con orecchie e denti finti a dei bassotti. Il risultato fu certamente efficace ma purtroppo uno degli animali soffocò dentro la tuta. Un peccato perché l’idea alla fine, in un film che non doveva peccare di alto budget, era certamente geniale.

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Due orecchie finte, una codona e voilà il topo cattivo

Gli attori non spiccano per eccessiva bravura, a cominciare dall’insipido protagonista Sam Groom, più a suo agio in tv (Dimensione alpha, Quincy) che al cinema. C’è però da segnalare la presenza di Scatman Crothers, il cuoco dell’Overlook hotel in Shining di Kubrick, che, anche se interpreta un piccolo ruolo da vittima, risulta il migliore del cast.

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Occhi nella notte non è un bel film, ma è un film divertente, non invecchiato di un solo giorno dal 1982, quasi quarant’anni fa. Non una cosa che capita a tutte le pellicole, riuscite o meno che siano.

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Fu curiosamente prodotto, tra gli altri , anche dalla Golden Harvest Company di Hong Kong, la stessa di molti film di Clouse, ma a differenza di altre coproduzioni simili tipo l’hammeriano Un killer chiamato Shatter, coproduzione con gli Shaw brothers, non abbiamo nel cast significative quote orientali o momenti kung fu.

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Con i topi assassini si farà peggio negli stessi anni 80 con il tremendo Denti assassini di Damian Lee, seguito del cultone Il cibo degli dei di Bert I. Gordon. A tutti quelli che si lamentano di Occhi nella notte farei subire l’atroce visione di questo delirante horror che cerca di terrorizzare il pubblico con un bambino mutante alto mille metri, tipo King Kong, cattivo come solo Baby Birba potrebbe essere.

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Che paura, arriva Baby Birba!

NB Il film è canadese man fin dalla copertina con le torri gemelle sullo sfondo, è spacciato per una produzione USA. In realtà è girato e ambientato a Toronto.

Andrea Lanza

Occhi nella notte

Titolo originale: Deadly Eyes

Titoli alternativi: Night Eyes, The Rats

Anno: 1982

Regia: Robert Clouse

Interpreti: Sam Groom, Sara Botsford, Scatman Crothers, Cec Linder, Lisa Langlois, Lesleh Donaldson, James B. Douglas, Lee-Max Walton, Joseph Kelly, Kevin Foxx, Jon Wise, Wendy Bushell, Charles Jolliffe, Dora Dainton, Michael Fawkes

Durata: 87 min.

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La maledizione del cannibale

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                      A Lash La Rue (1917–1996)

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In realtà volevo solo fare un film. Un giorno ero fuori casa e ho notato alcuni punti nel cortile dove non cresceva l’erba e mi sono chiesto il perché, poi qualcuno mi ha detto “Ehi, sai, forse succede perché è sepolto qualcosa sotto”. C’era questo mio amico che era un assistente di macchina e conosceva molto il mito e il misticismo indiani, mi ha parlato dei Toltechi che sono vissuti in America Centrale e nel Sud America, ed erano una tribù messicana che esisteva prima degli Aztechi. Mi raccontò di alcuni misticismi e di come [i Toltechi] si seppellivano, da soli, nei quattro angoli del mondo. Pensavo fosse bello, è un buon mito. Così sono andato a cercare un po’ di roba e ho scritto la sceneggiatura in quattro giorni

(Phil Smoot, intervistato su La Maledizione del cannibale nel 1998)

Noi di Malastrana abbiamo un debole per i perdenti, le persone che sono arrivate per tutti alla fine di una vita, ma ancora lottano e non mollano, malgrado i pugni presi, malgrado nel round dopo ci sarà un pugile ancora più grosso e forte. I nostri perdenti hanno il viso di Mickey Rourke che urla al mondo di fottersi mentre confonde passione e carriera come i romantici di Jean Luc Godard, sono i barboni che guardano il mondo dal basso verso l’alto e tu non li vedi o non vuoi vederli forse per paura che un giorno capiterà anche a te quel giro di ruota sfortunato, sono i gay, le lesbiche, i negri che se non dici negro non ti senti abbastanza bianco, sono gli zombi che invadono Piazza Diaz in Acab per rendere giustizia ad una Genova rosso sangue, è l’urlo di Franco Nero in Vamos a matar companeros perché davvero una rivoluzione non la si vince con bastoni e rastrelli ma insieme forse sì. I nostri perdenti hanno la faccia delle vhs che si impolveravano nelle videoteche, quelle etichette come l’Antoniana che sapevi che producevano solo merda e nessuno noleggiava, forse neppure tu che leggi e che ora avresti voluto farlo, ma, amico mio, il mondo è fatto di scelte, tette o culo, carbonara ignorante o cinque stelle Michelin, Evil dead o Evil in the wood? Ovvio che in questo caso Sam Raimi vince facile, almeno qualitativamente, e tu ti dicevi che avresti noleggiato quel film puzzone dopo, la volta dopo, ma poi sei diventato grande, la ps1 ha fatto spazio alla ps2, i giornaletti porno si sono digitalizzati, poi da Yuppi Du sei diventato altro, i tramonti al mare, le sere d’estate, guardi ora Netflix e pensi alle bollette più che agli occhi di una ragazza, quella che un tempo, sui calci in culo, alle giostre, ti aveva fatto battere forte il cuore. Il tempo è impietoso e molti film si sono persi dal passaggio in alta definizione, ma alcune case come la Storm video o la Quadrifoglio, che poi magari sono la stessa azienda, hanno deciso di prendere quei brutti film e dare a questi perdenti una nuova possibilità di vita buttandoli nel mercato dei dvd con la stessa qualità miserabile dell’epoca. Più grindhouse  di così credo non ci sia nulla.

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La maledizione del cannibale è uno di questi soldati suicidi, uscito ai tempi per la Roxy video con una copertina indecifrabile che buttava splatter a cazzum e per la Paradise 90 con un’altra ancora più brutta, verde con un volto non meglio classificabile, una di quelle vhs che sembrava dirti “non comprarmi tanto faccio schifo fin dalla locandina“. E così, come detto, è stato, ma, come tutte le cose non viste, probabilmente ha generato un sottobosco di appassionati, coprofili golosi di nefandezze, che negli anni hanno venerato ciecamente questo oggetto del desiderio mai toccato, al pari delle tettone di Jenna Jameson che mai saranno sbattute sulla tua faccia da stallone di quartiere, purtroppo, ma è un mondo difficile, si sa.

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Ora il dvd Quadrifoglio di La maledizione del cannibale ha distrutto probabilmente intere esistenze perché qualcuno in più l’ha sicuramente visto, recuperato in autogrill ad un euro, massì tanto che cazzo mai sarà, ma è, è, ripeto è, Cristo.

Ora, caro il mio esteta della merda in vhs, puoi deporre il tuo saio con scritto Dark Power,  il titolo originale dell’opera, puoi smettere di pensare che hai perso un capolavoro, puoi spegnere l’audiocassetta che simula la connessione 56k nei rumori, bzzz bzzz, e collegarti al tuo fan club e dirlo, deglutisci prima però perché è la tua vita che dopo il dvd de La maledizione del cannibale è messa in discussione. Scrivilo, ti aiuto io: “Il film fa cagare“. Bravo e ora, come diceva Sharon Stone in Sliver, “Comincia a vivere“.

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Mai una visione filmica è stata più sofferente che vedere questo horror di Phil Smoot, un’opera incredibile che rasenta il masochismo, un’esperienza pari al sovradosaggio di Valium mentre dei nani ti infilano spille nelle palle, dormi e ti svegli urlando, così per un’ora e 20 scarsa, sperando di stare sognando ma è il reale, cazzarola.

Da dove cominciare?

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Beh il film si apre con una troupe televisiva che riprende un vecchio capo indiano che sta morendo e che, prima di spirare, urla “Toltech!“. Eh sì perché all’inizio una scritta ci ha avvertito che “molto prima che l’uomo bianco venisse in America, anche prima degli Aztechi, esistevano i Toltechi. Si diceva che molti di loro fossero stregoni e che si seppellissero nel terreno vivi! Hanno praticato questo demoniaco rituale su un’altura chiamata “Power spot”. E si nutrivano dei loro simili per sostenere la loro malvagità“. Oddio non sembra una cosa molto intelligente seppellirsi vivi, poi a che pro?, forse solo per ricordare a tutti, nel club dei cattivi, che si è non solo cattivi, ma proprio super cattivi, tipo il Superman dei gaglioffi. Già mi immagino la loggia massonica dei malvagi che si riunisce e vediamo Dracula, lo scienziato pazzo, l’uomo lupo, Jack lo squartatore che se la raccontano, “Oggi ho morsicato una vergine e, ih ih ih, le ho anche palpeggiato il culo” afferma il re dei vampiri, “Io ho rubato la pensione ad una vecchia” declama fiero Mr Licantropus, ma, una voce si fa spazio tra la folla, quello del Gran Maestro dei Toltechi “Io mi sono seppellito vivo” e ride da tenebroso furfante.

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Suzie Martin bellissima

Anche la storia del cannibalismo, che viene sfoggiata con vanto fin dal titolo italico, non ha molto senso visto che vediamo una sola volta, nel finale, un tolteco sfilare una freccia dal cranio di una vittima e mangiarlo. Stop. Un po’ poco per essere la maledizione del cannibale quando oltretutto i mostri poi sono quattro  non uno!

Aggiungo poi tra i miei dubbi anche il nome “Power spot” che non mi sembra proprio tolteco, ma io ho la mamma greca e che ne voglio sapere di dialetti atavici? Ma non solo perché fa riderissimo l’idea di un posto infestato da morti viventi indiani incazzati che si chiama Totem hill come, che so, comprare una casa in un paese che si chiama Witchville e poi lamentarsi che ci sono delle streghe pronte ad ucciderti.

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Comunque i primi 45 minuti del film, dopo la morte del vecchio capo indiano, sono tra i più sconnessi dell’intera storia del cinema: scenette che mai si amalgamano tra di loro con sottofondo di musiche estranianti, più da western che da vero horror, senza dimenticare i dialoghi deliranti e non sense dei vari personaggi (“Fai palestra per rimorchiare Tom Selleck?“). Abbiamo poi un sacco di personaggi inutili, dalla giornalista (una che trova interessante filmare un vecchio che muore per un programma tv) ad un nipote avido del defunto, che appaiono e scompaiono senza nessun motivo apparente. Senza contare molte scenette a vuoto come quella di un operaio con problemi di flatulenza che si fa fregare il camioncino da un bambino. Non preoccupatevi se nel vedere il film vi sembrerà di avere perso un passaggio importante nella storia perché non è così: Dark power è montato e ideato alla cazzo di cane e in questo ha un coraggio sfrontato e invidiabile.

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Lui ha il potere di scoreggiare

Prima però che La maledizione del cannibale ci presenti i veri protagonisti, una confraternita di studenti male assortiti che vanno dalla maniaca del fitness a due fratelli razzistissimi che dicono “negro” ogni tre per due e bullizzano una ragazza di colore, facciamo la conoscenza del Ranger Girard, interpretato dall’arzillo (quasi) settantenne Lash La Rue, attore famoso negli anni 40/50 per dei western di serie B di un certo culto. Si pensi che quattro di questi, Billy il mancino (Son of Billy the Kid, 1949), La frusta nera (Outlaw Country, 1949), Le pistole di Zorro (King of the Bullwhip, 1950) e Lo sceriffo dalla frusta d’acciaio (The Vanishing Outpost, 1951), uscirono pure in Italia.

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Uno nato con la frusta

Prerogativa dei western di Lash La Rue era di sparare poco e usare molto la frusta, capacità che lo aveva portato ad esibirsi anche in parchi a tema western. L’attore, a fine anni 50, con quaranta e passa anni sul groppone, cominciava ad essere troppo vecchio per i ruoli da protagonista e la sua fama di eroe bizzarro ne risentiva così come gli ingaggi, per lo più in serial tv.  Perciò nel 1972, dopo quasi dieci anni di inattività, accettò con entusiasmo il ruolo principale, o almeno così credeva lui, in un nuovo film che avrebbe dovuto rilanciare la sua carriera, Hard on the Trail diretto da Greg Corarito. Non fu così perché il film si rivelò una trappola per l’attore: il regista gli fece credere che si trattasse di un “western con alcuni nudi soft“, ma invece era un  vero pornazzo con due set di attori differenti, quelli vestiti intenti a recitare la parte seria e quelli nudi a darci dentro con orge e amplessi poco velati. L’attore, noto sembra per la sua morigeratezza, si vergognò come un ladro e abbandonò le scene chiedendo più volte scusa nelle rare interviste. Questo finché, dopo una piccola parte in Chain Gang del 1984, non incontrò Phil Smooth che lo ingaggiò per due film, questo Dark Power e il folle e altrettanto scalcagnato Alien Outlaw, nei quali avrebbe semplicemente fatto Lash La Rue in un cortocircuito tra reale e fiction.

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Qui, come detto, il suo personaggio si chiama Ranger Girard ma poco importa perché, fin dalla sua entrata, con la musica da western a glorificare le sue gesta, si capisce subito che è solo è semplicemente il vecchio Lash che sta prendendo qualcuno a scudisciate. Lo vediamo arrivare e punire un gruppo di cagnacci, poco feroci, che nella finzione dovrebbero essere invece un branco che vuole sbranare un bambino cicciotto e che invece sono semplici cucciolotti che ovviamente non sono mai in scena con l’attore. Poco importa perché è proprio lui a fare la differenza bizzarra in un film che non ha mai nulla da dire.

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Al vecchio Lash poi spettano i dialoghi più bizzarri come le terribili allusioni sessuali sulla lunghezza della sua arma o le frasi ad effetto verso i toltechi assassini, “Ti faccio saltare il naso” o “Assaggia la mia frusta, figlio di puttana” che se non fossimo davanti ad un film miserabile sicuramente applaudiremmo. Non dimentichiamo poi che l’arma del ranger Girard è forgiata “con gli elementi presi dai 4 angoli del mondo“, qualsiasi cosa possa significare questo.

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Arriviamo però ora ai mostri, questi stregoni che si sono seppelliti vivi: arrivano durante la seconda metà del film e non si capisce  mai  perché debbano uccidere questi sventurati ragazzi. Infatti non abbiamo un libro dei morti che li ha riportati in vita, una maledizione, nulla, sembra che escano fuori dal terreno, incazzati a morte, solo perché volevano dormire e sti giovinastri facevano casino. Il corrispettivo del vecchietto vicino di casa un po’ rompicoglioni.

Se la prima parte del film poi è, anche nella sua sciatteria, seria, la seconda invece tende alla parodia insistita con questi toltechi che si ubriacano, sbagliano a colpire le vittime e si feriscono tra di loro, fanno buffe mosse di karatè, una cosa che non può non ricordare il primo Peter Jackson, quello che nel 1987 girerà Bad Taste, soprattutto alla luce di una scena splatterosissima inserita improvvisamente. Ad un certo punto un ragazzo verrà atterrato e uno dei mostri gli dilaterà la pelle della faccia, strappandola, in un tripudio di sangue che culminerà nel cranio fracassato del giovane.

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C’è da dire che il film, poverissimo (120000 dollari di budget), è molto buio, ma la scena, almeno questa, sembra realizzata bene, a differenza del make up dei toltechi, quattro scappati di casa con indosso una maschera da Halloween, presa probabilmente dal Moreno dove tutto costa meno degli anni 80. Nel caso di uno di loro poi il reparto costumi gli fa indossare una comune t-shirt bianca ben poco antica. Niente a che vedere, in fatto di cialtronaggine, con il tema musicale che accompagna le loro gesta di morte, il suono di uno xilofono, una cosa più buffa che spaventosa.

Il dvd di Dark Power è oltretutto uscito in America, in una bella edizione dal video pulito, che contiene un divertente commento audio del regista con il montatore Sherwood Jones, durante il quale  si racconta che i mostri erano interpretati da attori non professionisti che nella vita facevano altro tipo gli elettricisti. Non stento a crederci.

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Lash La Rue arriva, dopo essere scomparso senza motivo, alla fine del film, quando quasi tutti i ragazzi sono stati massacrati, per iniziare un duello con la frusta con uno dei toltechi. Una scena che non puoi credere che esista se non la vedi: il nostro dice al resuscitato “Vieni fuori ad affrontarmi” e quello, che fino a poco prima era un sanguinario morto vivente, fa sì con la testa mogio mogio e lo segue nel cortiletto della casa.

Alla ragazza di colore (una delle due final girl) però spetta l’uccisione definitiva dei morti: proprio lei scopre che l’unico modo per sconfiggere i toltechi è usare, come dei pugnali, delle aquilacce di metallo appese al muro. Ecco che Dark power diventa Evil dead con la faccia dei cannibali poco cannibali che si scioglie peggio del low budget di Sam Raimi.

La maledizione almeno non è parco in nudi e belle ragazze, a cominciare da un bagno generoso di una studentessa per culminare con i vestitini succinti della bellissima Suzie Martin, quasi una versione anni 80 di Denise Richards.

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sempre la divina al suo unico film

Per il resto il film, come già detto, è atroce, noioso, montato col culo, con il giorno e la notte che si alternano senza logica, recitato nella media del genere ma che ha una grande forza, il mitico Lash La Rue, in quegli anni oltretutto maestro di frusta per Indiana Jones di Spielberg.

In Italia l’attore non ebbe mai un culto vero e proprio ma ci piace averlo scoperto così, a fine carriera, come un nonno un po’ rintronato di Bruce Campbell, capace di corteggiare belle donne e farsi rispettare sia dagli indiani cattivi degli anni 50 che dai toltechi di 3 decenni dopo.

Non possiamo fare a meno di credere comunque che, come ai tempi di Hard on the Trail, il cinema l’abbia ancora fregato. “Phil sei sicuro sia un western?” “Massì, vecchio mio, sono cheyenne, solo un po’ più brutti”. E intanto dietro, tettine attillate alla camicetta passava, Suzie Martin. Non ti sei voltato, vecchio e morigerato Lash, sei stato forse ingannato, ma alla fine hai fatto la tua porca figura. Sei il nonno che tutti noi amanti dell’horror desidereremmo avere, uno che ci salva la vita, che non scappa davanti al pericolo ma lo affronta, a vent’anni come a cento. “Fatti avanti, figlio di puttana d’un tolteco“.

Vaya Con Dios, Lash.

Andrea Lanza

La maledizione del cannibale

Titolo originale: The dark power

Anno: 1985

Regia e sceneggiatura: Phil Smoot

Interpreti: Lash La Rue, Anna Lane Tatum, Cynthia Bailey, Mary M. Dalton, Paul Holman, Cynthia Farbman, Marc Matney, Tony Shaw, Robert Bushyhead, Suzie Martin, Dean Jones, Steve Templeton, Page Elizabeth Ray, Eric Mikesall, Tony Elwood

Durata: 87 min.

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Contagion

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Avete presente quei bei centri commerciali dove potete trovare qualsiasi cosa, dalla Coca zero aromatizzata con l’eucalipto al togli peli dal naso a 99 cent? Beh se la risposta è sì vi sarà quindi capitato di aggirarvi nel reparto audio e video avendo certamente notato un cestone polveroso, pieno di dvd, con film mai sentiti. Sono il magico mondo dei Futurama con action girati nel giardino di casa David Worth, degli Storm video dei Breakdance senza un vero pubblico, e delle etichette tipo la Legocart che spacciano per HD delle vhs registrate a volte male. In mezzo a questi film, sfigati, partigiani, mai benedetti neanche da un culto terrapiattista di adoratori delle feci cinematografiche, potreste trovare un gioiellino. D’altronde lo dice anche il poeta che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Contagion è quel titolo inaspettato, il bacio ricevuto quando ti aspetti uno schiaffo, la mitragliata che, Santa Madonna dell’Incoronata, salva Vincent Vega da una morte certa e, in questo caso, la vostra serata cinefila.

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Non proprio una garanzia

Recita il retro della copertina la seguente e dettagliata trama:

Mark Clifton è un ambizioso venditore di computer di trentanni. Mentre sta andando dalla sua ragazza Cheryl che è sorella del senatore Herbert Davies, un ricco allevatore del Quuensland, ha un incidente con  la sua Porche sulla super strada nota come “il nastro dell’assassinio”. Nel bosco intravede una fattoria e dopo un brutto incontro con una trappola esplosiva raggiunge la casa dove viene aiutato da 2 bellissime ragazze, Helen e Cleo, ospiti di Mr. Bael, un ricchissimo finanziere. Mark ha rapporti con Helen, un’amante molto aggressiva. A Bael, che controlla molti fondi ed è specializzato in “futures” su valute e materie prime, piace Mark e gli offre una parte della sua ricchezza se lavorerà per lui come suo apprendista. Mark entra alla grande nel sistema che prevede di introdursi illegalmente in computer privati internazionali e accesso a chiavi finanziarie e dati personali. Perpreta così una serie di orrendi atti per raggiungere ricchezza e sesso. Cheryl però sospetta che non tutto sia giusto e comincia ad investigare con risultati spaventosi“.

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siamo a neanche 5 minuti e presto un motociclista verrà decapitato

Coinvolti? A parte alcuni vistosi errori come “trentanni” e “Porche” devo darvi una brutta notizia: la trama è inventata. Cioè parzialmente inventata, ad essere sinceri, come se qualcuno avesse visto col fastfoward il film bloccandolo di tanto in tanto per capirci qualcosa. Quindi nessuna trappola esplosiva, nessuna sorella del senatore Vattelapesca, nessun nastro dell’assassinio, nessun sistema da hacker anni 80 e mica il nostro si fa solo una delle due ragazze, ma entrambe! Probabilmente uno stagista sottopagato della Futurama sarà il colpevole di tutto questo. Ma chi siamo noi, seduti comodi sulla nostra poltrona, con la pappa calda di mammà e i caloriferi accesi a contrastare il rigido inverno, per rimproverare il povero Ferruccio, 45 anni, cappello al contrario, mai una scopata diversa dal fazzoletto di solitario piacere, e tanta voglia di sfondare in un mondo difficile come quello del lavoro.

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tette

Contagion parla sì di un certo Mark che incontra un vecchio mago della finanza e le sue due ancelle, ma prima c’è tutta una parte survival tra Le colline hanno gli occhi e Un tranquillo weekend di paura, poi omicidi, follia e fantasmi mentre il protagonista cerca di intraprendere “la strada dei tre sentieri” che gli donerà il successo meritato. Dire di più sarebbe spoilerare il film che regala un ribaltone nella prima mezz’ora e un colpo di scena prevedibile ma gagliardo nel finale. Il tutto diretto in maniera eccellente e concitata da Karl Zwicky che l’anno dopo, il 1988, girerà l’altrettanto notevole To Make a Killing prima di essere fagocitato per sempre dalla tv e da opere al di là del bene e del male come Il budino magico.

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Il budino magico

Dire che Contagion sia scritto bene sarebbe mentire, ma ha una storia abbastanza bizzarra da tenere alta l’attenzione. Certo il film è pieno di sottotrame mai chiuse, di personaggi non approfonditi, ma siamo sullo stesso piano di un Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea diretto da un Freda pazzo, dove è il fascino del non sapere, della potenza delle immagini a sovrastare dialoghi a volte un po’ cretini e trame con più buchi di una gruviera di Topo Gigio. Lo stesso “Contagio” sbandierato nel titolo è una cosa piuttosto fumosa e mai davvero spiegata. Lì c’è tutta l’abilità della supercazzola comunque. Come se fosse antani naturalmente. Capito? No? Allora nella confusione pensi “Geniale!”

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Mickey Mouse stupratore

Basti pensare all’inizio, tesissimo, con la macchina da presa a mano che segue la fuga di Mark nei boschi. Non una roba che ti aspetteresti da un dvd da 99 cent del cestone del supermercato, ma da un Wes Craven appena uscito dal porno e con la voglia di orrore urbano. Quando il maniaco prende il protagonista, gli cala i calzoni e comincia a violentarlo indossando una maschera brutta di Mickey Mouse, Zwicky te la fa sentire addosso la sporcizia anche a te, spettatore smaliziato. Nel momento che credi poi di aver capito in che film ti sei cacciato con questi pazzi, probabilmente cannibali, che massacrano donne, con i corpi delle vittime nude e martoriate su dei pali, beh il film diventa altro. Mutaforme e schizzato come il suo protagonista.

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Si possono trovare i semi futuri di Wrong turn e probabilmente di questo sgarruppato film se ne ricorderà pure il Tiziano Sclavi di Dylan Dog con Mefistofele, in un’epoca in cui l’indagatore dell’incubo univa gli elementi più disparati, Golem e Terminator, per creare vere opere originali dal non originale. Certo è che l’influenza maggiore per Contagion è sicuramente Shining con un Jack Nicholson altrettanto ammaliato da alcuni fantasmi. I paragoni tra i due film si fermano qui ovvio, nelle ispirazioni, senza levare nulla né a Kubrick in grande né a Zwicky nel suo piccolo artigianato di idee gagliarde e selvagge.

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Gli attori, brutti, soprattutto gli uomini, come ogni low budget richiede ma efficaci nella loro parte, non fanno mai pensare ad un prodotto scadente. In più, se il sangue è assente, lo spettatore voyeur può rifarsi gli occhi sulle tette piccole ma splendide delle sue starlette, loro sì  comunque graziose come nel caso della generosa Nathy Gaffney.

Parlando tra l’altro di attori brutti come si può non citare il protagonista, John Doyle, una sorta di Gianni Ciardo, l’attore di gioielli poco comici come Doppio Misto con Andrea Roncato, Tinì Cansino e Moana Pozzi?

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Ciardo o John Doyle?

Contagion è un discreto esempio di ozploitation, un film australiano di genere, che di solito viene sbeffeggiato ingiustamente nei siti ma che, per chi scrive, è risultato un prodotto interessante e ben confezionato, una sorpresa inaspettata.

Anche il dvd Futurama è sì una vhs riversata, ma una buonissima vhs, che si vede decentemente anche sui 50 pollici.

Al prossimo cestone l’acquisto è obbligatorio, no?

Andrea Lanza

Contagion

Anno: 1987

Regia: Karl Zwicky

Interpreti: John Doyle, Nicola Bartlett, Ray Barrett, Pamela Hawkesford, Jacqueline Brennan, Nathalie Gaffney (Nathy Gaffney), Chris Betts, Michael Simpson, Reg Cameron, Michael McCaffrey, Tracy Nugent, Donna Jan Newby, Deirdree Wallace, Allen Harvey, Michael Stanford, Rosemary Traynor, Maurice Hughes, Melody Scott, Greg Powell, James Kable, Craig Cronin, Penny Tobin, Rod Pianagonda, Louise Ryan, Andrew Johnson, Paula Norman, Vassy Cotsiopolous (Vassy Cotsopoulos), Kerrianne Carr, Hazel Howson

Durata: 90 min.

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Vampires

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Vampires è un film che all’epoca, il 1998, spezzò in due i fan del regista: chi lo considerò un prodotto di poco conto, chi lo lodò. A distanza di più di vent’anni bisogna riconoscere che il film è invecchiato davvero molto bene.

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Maestro

Carpenter, nel girare questa pellicola, prende le distanze dai vampiri di Anne Rice, il modello che allora spopolava, eroi dannati e tormentati, creature tragiche e dannunziane, romanticamente flagellati dal retaggio dell’umanità e delle sue passioni. I suoi vampiri sono invece mostri, belve sanguinarie, succhiasangue senza morale che dormono sotto metri di terra che, quando morsicano, dilaniano la carne. Carpenter non poteva sapere che, soltanto un decennio dopo,  le librerie e gli schermi, grandi o piccoli, verranno invasi da vampiri ben diversi dai suoi: gli eterni indecisi di Stephenie Meyer, gli adolescenti efebici che chiedono al cielo e alle margherite se il loro amore è vero. Nel mondo di Carpenter non ci sarebbe stato futuro roseo per i teneri Bella e Edward Cullen, stuprati, uccisi e fatti a pezzi dagli uomini e dai mostri. D’altronde l’evoluzione a volte è crudele. In Vampires il sole non fa brillare nessuno, ma fa esplodere i corpi in mille pezzi, non c’è tempo per frasi d’amore, ma solo per scazzottate o scopate in saloon polverosi, quando la carne si apre sprizza un geyser di ferite, è la realtà che irrompe nell’irrealismo, cinema per machi non per fighette.

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Vampires è la quintessenza del film carpenteriano d’appendice, quello dei vari 1997 fuga da New York o Grosso guaio a Chinatown: un personaggio duro e tagliato con l’accetta (Jack Crow interpretato magnificamente da James Woods in un ruolo creato su misura per Kurt Russel), psicologie spicciole, colonna sonora orecchiabile, battute ad effetto e tanto western camuffato da horror. Carpenter amplifica l’idea di sessualità nella figura del vampiro, un’idea che ha il suo apice nella scena della vampirizzazione di Sheryl Lee, un amplesso selvaggio che imita nella morte le gioie dell’orgasmo. Le scene di sangue non sono moltissime, ma le uccisioni sono crudeli e alcuni momenti, come l’attacco nel motel, sono girate in maniera davvero magistrale. All’epoca però non si perdonava un cattivo cosi’ banale come il Valek di Thomas Ian Griffith, ma prendendo Vampires per un fumettone, un diversivo d’autore dopo tanti capolavori, il personaggio risulta coerente nell’insieme dove i buoni sono buoni e i cattivi maledetti figli di puttana da spedire all’inferno. Stop pippe mentali sulle sfumature di colori, no no in Vampires è tutto fottutamente semplice, ma anche divertente come una bella scorpacciata di cucina di mamma dopo tanto sushi sofisticato. Ci vuole pure quello, no?

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Non manca neppure la componente politica, cara al regista, accennata, blanda, ma che fa capire che siamo in un vero film di Carpenter con l’idea di una Chiesa padrona, tiranna e matrigna. D’altronde non siamo altro che in una pellicola mutaforme, un horror sì ma sotto un western, un western sì ma ancora più sotto un film su un gruppo di crociati che lottano per Dio per accorgersi che il Dio che servivano è falso. Valek, dal passato di prete, rappresenta la stessa Chiesa che John Crow e i suoi uomini servono, lo stesso simbolo usato per pregare diviene un mezzo per portare la morte sulla Terra, una croce nera che segnerebbe l’alba dei vampiri. Ecco allora che la fede diventa bugia, già nell’idea stessa di creare un gruppo di soldati stipendiati dal Vaticano c’è la blasfemia del concetto di guerra Santa intesa come atto di fede fino alla morte. Ecco allora che un prete dopo un massacro si sbronza e probabilmente va a donne, ecco che un altro non può resistere a passare dal bene al male per le promesse di vita eterna. Alla fine quello che resta non è lo spirito: guardate Jack Crown che nel finale sfida Valek a cazzotti. Uomo contro uomo. Alla fine il resto, come diceva Fulci nel suo racconto più bello, Voci dal profondo, “sono solo enormi bugie”. Non rimane neppure la consolazione di un amore se di amore si può parlare: il futuro incerto di Montoya e della sua compagna presto sarà spezzato dalla mano di Crow. Non è un paese questo per anime semplici.

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NOTA
Esistono pure due seguiti di Vampires, I cacciatori delle tenebre (Vampires: los muertos) di Tommy Lee Wallace (Ammazzavampiri 2, ItHalloween 3) con la rockstar Jon Bon Jovi nei panni del nuovo John Crow di turno, e Vampires 3: il tempio di sangue (Vampires: The turning) di Marty Weiss, dove i vampiri questa volta sono orientali e l’aderenza con il modello carpenteriano è pari a zero. Sono entrambi pessimi seguiti che tradiscono la loro natura di prodotti di cassetta senza natura artistica. E’ un peccato perché, almeno nel secondo capitolo, la mano di Tommy Lee Wallace alla regia e Carpenter alla produzione, lasciavano sperare in uno spettacolo meno becero. Ma ahimè per noi così non è stato.

Andrea Lanza

Vampires

Titolo originale: John Carpenter’s Vampires

Anno: 1998

Regia: John Carpenter

Interpreti: James Woods, Daniel Baldwin, Sheryl Lee, Thomas Ian Griffith, Maximilian Schell, Tim Guinee, Mark Boone jr.

Durata: 108 min.

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Giochi pericolosi

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Il cinema australiano, soprattutto quello dei generi popolari, ha una forza inventiva incredibile, capace di poter rivaleggiare con industrie più ricche senza impallidire. Nascono proprio in quella terra, di canguri, aborigeni e città dense di cultura, pellicole horror, action e fantascienza, dalla fattura eccellente e la fantasia al potere. Gli anni 80 vedono titoli conosciuti come Mad Max di George Miller o Razorback di Russell Mulcahy, altri meno come il cupo Nightmares incubi o l’avventuroso Dark Age, senza contare il fenomeno mondiale Mr. Crocodile Dundee, prodotti d’intrattenimento così ben fatti, avvincenti e spettacolari da essere notati subito dall’industria hollywoodiana.

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Così si porta l’Australia in America scritturando gli abili registi per produzioni a stelle e strisce che saranno per i più fortunati Highlander e, per quelli più sfigati, Nightmare 5, il capitolo più imbelle della saga di Freddy Krueger. Colpevole di quest’ultimo delitto sarà Stephen Hopkins che, negli anni, spiccherà sempre per l’ottimo talento al servizio di progetti non all’altezza del suo potenziale.

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In Nightmare 5 il nostro confeziona un horror ineccepibile sul piano tecnico, ma assolutamente noioso e mancante del body count necessario per fronteggiare i precedenti capitoli, anche il numero 2, quello che ingiustamente i fan sfottono. Con Predator 2 non andrà meglio: scene action pazzesche, finale da cult movie, ma storia così così. Da lì Hopkins diventerà l’esempio più eclatante di un cinema selvaggio, come quello australiano, addomesticato dall’industria americana, con l’unica eccezione del pirotecnico Blown away che, pur nelle sue esagerazioni, diventa la sua prova migliore in assoluto.

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anni 80

D’altronde la scelta per i cattivi copioni è una maledizione che il nostro Stephen deve avere nel DNA visto che la sua opera d’esordio, Dangerous Game, quella che sarà il lasciapassare per gli States, ha più o meno gli stessi difetti: regia potente, trama cretina. La poca accuratezza nella scelta dei progetti porterà il regista inesorabilmente negli anni, a causa di flop mostruosi, a girare soprattutto telefilm come 24 Legacy, altro fallimento tra l’altro.

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slasher

Dangerous Game è del 1988 e da noi esce, probabilmente solo in vhs, come Giochi pericolosi: un film talmente ben confezionato da farci credere, senza internet onnisciente, che si trattasse di un film americano. D’altronde per noi spettatori quando un film mostrava spiagge, una buona fotografia, macchine straniere e attori non europei era sempre e solo Stati Uniti. Questo mi fa sorridere perché poi ci provava il povero Bruno Mattei con lo pseudonimo di Vincent Dawn e poteva fregarti solo nelle copertine: quando infilavi nel videoregistratore cose come Cop game, dalla locandina alla Miami vice, partivano i bestemmioni contro le Filippine camuffate da Manhattan. Invece Dangerous Game è internazionale, un film che potresti vendere a Roma come a Los Angeles, ben fatto, avvincente e concorrenziale con produzioni molto più ricche a stelle e strisce.

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poliziotto pazzo

Certo la trama, come detto è quella che è, l’ossessione di un poliziotto verso un gruppo di ragazzi, una cosa che poteva essere anche buona se Hopkins avesse confezionato un horror urbano alla Maniac cop, ma invece sul piano omicidi contiamo una sola vittima e pure uccisa per sbaglio. Non ci siamo di certo, ma il film funziona inaspettatamente non per come viene venduto, uno slasher, ma per quello che effettivamente è, un action.

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horror

Come detto le morti sono esigue, ma è quando il gruppo di ragazzi si trova bloccato all’interno di un centro commerciale con questo maniaco armato di tutto punto che vuole ucciderli per mettere a tacere l’omicidio commesso, che il film ha una vera impennata. Così Hopkins si sbizzarrisce in scene incredibili come un combattimento su un cornicione o l’arrivo di una moto che demolisce al rallenti vetrine, una gioia per gli occhi fatta di oggetti che saltano, acrobazie e proiettili sparati, una cosa che ti aspetteresti da John McTiernan ma non da un regista venuto dalla Culandia.

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esplosioni

Gran lavoro lo fanno anche le scenografie con parti del centro commerciale, come il reparto pupazzi, che sembrano usciti da Poltergeist di Hooper o ancora questi manichini onnipresenti che ti riportano agli zombi romeriani, il modello più evidente insieme al Die Hard di un anno prima.

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combattimenti

Il poliziotto schizzato interpretato, con forse troppo trasporto, facce caricaturali comprese, da Steven Grives ha connotazioni abbastanza inusuali per un cattivo da imitazione americana: non il solito reduce del Vietnam disturbato ma un ex militare irlandese.

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zozzerie

Su imdb è segnata la presenza anche di un co-regista, tale David Lewis, direttore della fotografia ne Le colline hanno gli occhi 2 e La notte dei demoni. Da nessun’altra parte questa notizia viene confermata, anche se, sempre nei credits, è inserito lo sceneggiatore Jon Ezrine come autore del materiale aggiunto. Sarebbe interessante sapere cosa diresse David Lewis e perché, se le scene ulteriori furono pianificate per rendere più vendibile il film all’estero, magari calcando sulla componente horror splatter, ma non ci risultano versioni alternative della pellicola.

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Siamo in un thriller che incarna perfettamente gli anni 80, a cominciare dai capelli e gli abiti assurdi dei protagonisti fino alla visione ridicola, mutuata dal serial I ragazzi del computer, dell’avveniristico mondo dei pc, allora ad un passo dalla fantascienza.

Per il resto però abbiamo un thriller action ben recitato, purtroppo anemico, ma che riesce comunque a divertire. Forse, vista l’ultima scena, gli autori pensavano ad un seguito, ma l’anno dopo Stephen Hopkins era già con un biglietto di sola andata per l’America, pronto a lisciare le unghiacce di Freddy Krueger. Lui in Australia, a lavorare, nel bene o nel male, non ci è più tornato.

NB Questo Dangerous game è uno dei tanti titoli conosciuti in Italia come Giochi pericolosi insieme a  Pentathlon con Dolph Lundgren e il Sex crimes di John McNaughton. Il dvd Quadrifoglio è ai limiti dell’accettabile (4:3 e audio da vhs), ma viene venduto sui 7 euro, quindi, se avete voglia di vedere il film di Hopkins senza piratare, non avete scuse!

Andrea Lanza

Giochi pericolosi

Titolo originale: Dangerous game

Anno: 1988

Regia: Stephen Hopkins

Interpreti: Miles Buchanan, Marcus Graham, Steven Grives, Kathryn Walker, Sandie Lillingston, John Polson, Max Meldrum, Robbie McGregor, Susan Stenmark, Terry Flanagan, Peter West, Christopher Dibb, Raquel Suarstzman 

Durata: 98 min.

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The Faculty

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E’ il 1998 quando Robert Rodriguez termina The faculty. Siamo ancora lontani dai fasti e dalle miserie che lo porteranno a girare Sin city e gli Spy kids, dagli esperimenti quasi pionieristici con le videocamere digitali al grido di rivalsa di un simpatico cazzaro con talento che ora vuole essere considerato artista.

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Robert nel 1998 ha alle spalle il piccolo miracolo di El mariachi, girato con i soldi della mancia della nonna e venduto in tutto il mondo, uno strepitoso Desperado, l’amicizia nascente con Tarantino, e poco più. Anzi un po’ di più sì: è bravo, bravo da far paura, a livello tecnico è uno dei migliori registi sbarcati in America, qualcosa a metà tra il Sam Raimi più folle e il John Woo dei bei tempi passati, più bravo tecnicamente per esempio del buon Quentin. Il 1998 segna il suo incontro con un’altra promessa del cinema, questa volta horror, quel Kevin Williamson che scriverà Scream, So cosa hai fatto, metterà le mani sulla saga di Halloween, proverà a fare malamente il regista per poi sparire come un fuoco di paglia tra serie tv e insuccessi cinematografici, Alita compresa.

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Ma il 1998 è ancora il suo anno, la stella di Williamson brilla forte ad Hollywood, ed ecco che incrociando quella di Rodriguez i due partoriscono questo The faculty. Chiariamo ogni dubbio non stiamo parlando di un capolavoro, non lo era nel 1998, non lo è alle soglie del 2020, ma di un onesto film che nella sua ora e tre quarti riesce a spaventare, divertire ed appassionare. E’ il prodotto di serie B che ha una sua dignità, che non ha pretese diverse dal raccontare una storia che intrattenga, quel prodotto medio che forse ora non esiste più e se esiste viene rivestito d’oro come Jennifer’s body, ma che risulta più onesto e meno intellettualoide nel suo finto citazionismo di, per esempio, un Planet terror.

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The faculty inizia citando L’invasione degli ultracorpi con questi alieni che si sostituiscono ai pacifici abitanti di una cittadina perché, come dice uno dei protagonisti, “Se tu fossi un extraterrestre incominceresti dalla casa bianca o da un paesino dove poter fare con comodo?” Gli alieni di Rodriguez e Williamson vengono tratteggiati in maniera anomala rispetto al prototipo siegeliano: bevono acqua in quantità industriale, non esitano ad usare armi bianche per sottomettere i futuri involucri di carne e mantengono le emozioni. Ma non sono meno pericolosi: annullano la volontà del corpo ospite per immettere la propria volontà, i propri pensieri, il proprio vissuto, quindi gli umani diventano solo vestiti per extraterrestri.

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Ed è qui che arriva il colpo di genio, l’unico modo per sconfiggerli è strafarsi, sniffare droga, perché gli alieni ne saranno avvelenati. Ecco che in un gioco citazione de La cosa di John Carpenter i ragazzi protagonisti si troveranno, pistola puntata alla testa, a drogarsi per capire chi è il mostro. Un calcio al politically correct hollywoodiano: i nuovi eroi sono gli outsider, la (finta) lesbica, l’atleta con velleità intellettuali, il nerd, lo spacciatore, con un’unica arma per sopravvivere, sballarsi. Ecco quindi che The faculty acquista una propria dignità più del facile gioco delle citazioni, il reclutare nel cast la Piper Laurie di Carrie per ritagliarle un ruolo di cattiva, le battute metacinematografiche che tanto piacciono allo sceneggiatore, l’aria da complotto anni 50, perché The faculty grida una propria originalità di fondo che sublima ogni spunto passato nella contaminatio di essi. Gran cast con Robert Patrick (Terminator – il giorno del giudizio), Famke Janssen, la Fenice di X men, Jordana Brewster di Fast and Furious, Eliah Wood prima de Il signore degli anelli, Josh Hartnett pre Scarlet Johansson e Brian De Palma. La bella e nudissima Laura Harris invece ha fatto niente o quasi nel futuro, ma va a lei il dialogo finale più riuscito, la performace che si ricorda di più, quasi un ruolo citazione di Space Vampires di Tobe Hooper. “Alla fine noi vinciamo e voi perdete”. Non questa volta, baby.

NB La versione integrale originale del film includeva un personaggio di nome Venus (interpretato da Kidada Jones) presente in circa cinque scene, poi tagliata al montaggio. Viene mostrata però in alcuni spot e in una pubblicità di jeans con tutto il cast. La si può notare in una scena nella versione vulgata mentre sta guardando con i suoi amici, ovvero i protagonisti del film, la “nuova specie” nell’acquario.

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Kidada, prima di essere trombata al montaggio, che ride spensierata col resto del cast

Andrea Lanza

The faculty

Anno: 1998

Regia: Robert Rodriguez

Interpreti: Elijah Wood, Jordana Brewster, Clea Duvall, Laura Harris, Josh Hartnett, Shawn Hatosy, Robert Patrick, Famke Janssen, Piper Laurie, Salma Hayek, Bebe Neuwirth

Durata: 104 min.

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